Home Home Rileggere Engels centoventitré anni dopo. Parte II. Materialismo storico o materialismo volgare?

Rileggere Engels centoventitré anni dopo. Parte II. Materialismo storico o materialismo volgare?

Gli studi naturalistici di Engels negli anni ‘50

Abbiamo lasciato, alla fine del precedente articolo, Engels a Manchester e Marx a Londra.

Siamo negli anni cinquanta e, mentre Marx si sta avviando alla redazione delle opere mature di critica dell’economia politica, Engels lavora presso l’impresa tessile della quale suo padre era socio, riuscendo a ritagliarsi del tempo libero per occuparsi – dicevamo – dei suoi vasti interessi: dalla storia e critica militare alla filologia comparata, dall’economia politica alle scienze naturali. Vi resterà fino al 1870, quando si trasferirà anch’egli a Londra dopo la chiusura della sua impresa.

La relativa distanza geografica non impedì ai due filosofi di restare in contatto e di inviarsi frequenti lettere, che testimoniano la loro attività intellettuale e politica. Molte di queste segnalano veri e propri momenti di svolta nella loro riflessione.
Una di esse è la lettera che Engels rivolse a Marx il 14 luglio del 1858. Chiedendo in prestito la Filosofia della Natura di Hegel che Marx gli aveva promesso, Engels dava un rapido resoconto dei suoi studi e della relazione che essi potevano intrecciare con l’eredità del vecchio Hegel. Nella lettera, Engels si mostrava avveduto di come gli ultimi trent’anni avessero cambiato il volto delle scienze della natura: l’impiego del microscopio, la scoperta della cellula nelle piante e negli animali ad opera di Schleiden e Schwann, la scoperta dell’equivalente meccanico del calore e della correlazione delle forze fisiche ad opera di Joule e Grove; la fisiologia comparata, che mostra la concordanza di struttura dell’uomo con gli altri mammiferi e spinge a «uno sdegnoso disprezzo per la concezione idealistica che pone l’uomo al di sopra degli altri animali». Tutte queste scoperte sono lette alla luce di alcune chiavi di lettura offerte dalla Scienza della logica di Hegel: come le determinazioni della riflessione si risolvono l’una nell’altra, così le varie forme di movimento si risolvono l’una nell’altra ed esse lo fanno secondo rapporti quantitativi dati. Si tratta del salto qualitativo nella serie quantitativa, che permette di leggere anche il rapporto dell’uomo con gli altri animali senza risolvere totalmente l’uomo nell’ambiente e d’altro canto mostrando come ci sia una connessione tra tutte le specie[1].

Siamo nel 1858. L’anno successivo, il 1859, fu segnato dalla pubblicazione dell’Origine delle specie di Charles Darwin. Sia Marx che Engels accolsero la pubblicazione di tale opera con entusiasmo e conserveranno l’ammirazione nei confronti dell’autore di una teoria tanto rivoluzionaria. Tale teoria dava, dopo Kant, Laplace, Lamarck, Lyell, l’ennesimo colpo ad una concezione della natura quale eterno circolo sempre uguale a se stesso. Le stelle ed i pianeti, viventi vegetali e animali, divengono e non sono da sempre quali essi sono ora: quella concezione pietrificata della natura, di origine teologica, è crollata per sempre. L’ammirazione nei confronti di Darwin, tuttavia, non era esente da critiche rivolte contro il suo “goffo metodo inglese”, cioè contro l’empirismo, e contro l’applicazione (un autentico “granchio” preso da Darwin, secondo Engels) della teoria malthusiana della popolazione all’intero regno animale e vegetale.
La teoria di Darwin suscitò reazioni in tutta Europa. In Germania la sua diffusione fu promossa, in particolare, da un gruppo di medici e naturalisti che durante gli anni cinquanta avevano promosso una concezione laica della scienza tramite la volgarizzazione del materialismo settecentesco. Si tratta dei cosiddetti “materialisti volgari”, che rispondono al nome di Moleschott, Vogt e Büchner.

Materialismo e materialismo volgare

Risale al 1873 l’idea engelsiana di scrivere, contro Büchner, un Anti-Büchner: si tratta di un progetto che presto naufragò, ma che mostrava l’esigenza di una risposta, sul terreno delle scienze naturali, all’altezza del pensiero teorico che il materialismo di Engels intendeva difendere quale concezione del mondo del movimento storico di emancipazione delle classi subalterne. L’Anti-Büchner poneva invece le basi del progetto di una «Dialettica della Natura», cui Engels dedicò diversi anni della sua riflessione, senza tuttavia completarlo nella sua versione definitiva.

Possiamo dunque osservare come la posta in gioco che finora sembrava muoversi nel cielo della teoria si situi su un terreno politico ben determinato: la guida del movimento operaio. La lotta per il materialismo e per una concezione del mondo rivoluzionaria è un tema che ne attraversa tutta la storia: bisogna tener conto che il movimento operaio tedesco, tra gli anni 60/70, era tutt’altro che nella sua integralità “marxista”, anzi, era nel pieno di lotte per l’egemonia tra gli orientamenti più diversi.
In questo contesto, la «volgarizzazione» della teoria darwiniana ad opera dei materialisti volgari e, in particolare, ad opera di Büchner, focalizzava l’attenzione sulla categoria di «lotta per l’esistenza» e, applicandola alla storia come alla natura, ne faceva una chiave di lettura dell’intera storia umana con la quale riformare il socialismo.
Il socialismo darwinista di cui Büchner (insieme con Lange, il quale però era un alfiere del «ritorno a Kant») si faceva portatore, parlando genericamente di “lotta per l’esistenza” non solo per la natura, ma anche per la società e tuttavia senza indagare concretamente quali forme assuma storicamente tale lotta, forme che, in realtà, sono rapporti sociali di produzione (giacché l’accesso ai mezzi di sussistenza è pur sempre mediato da certi rapporti sociali di produzione), può mistificare la realtà presente e mostrare che, in realtà, attualmente la lotta per l’esistenza sia più che altro una lotta «culturale».

È stato scritto da Ferdinando Vidoni: “in schemi semplificati come quelli di Lange e Büchner si passa dalla lunga fase storica dominata finora dalla lotta per l’esistenza alla nuova fase che si starebbe aprendo, caratterizzata da lotte essenzialmente politico-culturali. Manca un riconoscimento delle lotte di classe, sia di quelle passate (che non sono chiarite gran che dal generico, fraseologico principio della lotta per l’esistenza) sia di quelle presenti (che non cessano certo per una propaganda etico-politica). (…) Mentre Lange aveva sostenuto che tutti i mali sociali derivano dalla sproporzione tra popolazione e mezzi di sussistenza, messa in luce particolarmente da Malthus, per Engels tali mali non possono considerarsi derivanti da un puro principio naturalistico universale (nelle società storiche infatti l’appropriazione della natura è sempre mediata dai rapporti sociali) quanto piuttosto dalla gestione delle risorse da parte delle classi dominanti in funzione dei loro ristretti interessi[2].

Secondo Engels (ed era dello stesso avviso Marx, stando alla confutazione che della teoria malthusiana svolge nel capitolo 23 del primo libro del Capitale), invece,

l’evoluzione borghese fa una pessima figura, per non essere riuscita a superare ancora le forme economiche del regno animale. Per noi le cosiddette ‘leggi economiche’ non sono leggi naturali eterne, bensì leggi storiche, che nascono e periscono, e il codice della moderna economia in cui lo presenta in modo esattamente oggettivo, per noi non è altro che il compendio delle leggi e delle condizioni di produzione e di commercio. Per noi dunque nessuna di queste leggi ancora, nella misura in cui esprima rapporti puramente borghesi, è più vecchia della moderna società borghese; quelle leggi che hanno avuto più o meno validità per tutta la storia fino ad oggi, non esprimono appunto nient’altro che quei rapporti che sono comuni a tutte le condizioni sociali fondate sul dominio di classe e sullo sfruttamento di classe[3].

Engels si tiene lontano da due posizioni speculari: quelle che, facendo della lotta per l’esistenza un substrato permanente, ineliminabile della società, giustificano le ingiustizie presenti e le leggi di funzionamento della società borghese, cioè la concorrenza e la guerra di tutti contro tutti, come effetto della “lotta per l’esistenza”; e quelle che, facendo della categoria di “lotta per l’esistenza” una vuota frase nella quale può essere incluso tutto, credono che lo sfruttamento sul quale la società borghese è fondato possa essere tutt’al più attenuato su basi “etiche”, cioè sovrastrutturali, e senza un rivoluzionamento dei modi di produzione.

Tanto contro i social-darwinisti (cioè gli interpreti del cosiddetto darwinismo sociale) quanto contro i socialisti darwinisti (cioè coloro che utilizzano Darwin per riformare il socialismo su basi sovrastrutturali, riformiste o evoluzioniste), Engels impiega la “legge” hegeliana della “conversione della quantità in qualità e viceversa”.
Tuttavia, affinché l’impiego di tale legge non sia meramente fraseologico, occorre vedere quali siano le forme concrete che, conducendo dalla natura alla storia, trasformano la relazione dell’uomo con la natura, cioè, in primo luogo, coi mezzi di sussistenza.

Natura ed uomo. Su «Parte avuta dal lavoro nel processo di umanizzazione della scimmia»

In precedenza abbiamo alluso al progetto incompiuto di una «Dialettica della Natura». Nel 1925 in Unione Sovietica fu pubblicata, in effetti, sulla base di manoscritti engelsiani ordinati secondo gli schemi di lavoro che Engels stesso aveva redatto, una «Dialettica della natura», che, pur presentandosi come un work in progress ed essendo formata da scritti redatti nell’arco di tredici anni (1873-1886), presenta una adeguata illustrazione non “dell’applicazione” (come se essa fosse un modello entro cui far entrare i fatti reali), ma dei “riscontri” di ciò che Engels definisce “leggi della dialettica” in un quadro argomentativo complessivo che attraversa tutte le forme di movimento, dalla natura alla società.

Uno di questi scritti, particolarmente utile ai fini del nostro discorso, è intitolato Parte avuta dal lavoro nel processo di umanizzazione della scimmia, composto nel 1876.
In tale scritto, Engels cerca di esplicitare cosa ci sia dietro la “frase” della conversione della quantità in qualità.

Riprendendo un filo ideale dall’Ideologia tedesca («Si possono distinguere gli uomini dagli animali per la coscienza, per la religione, per tutto ciò che si vuole; ma essi cominciarono a distinguersi dagli animali allorché cominciarono a produrre i loro mezzi di sussistenza, un progresso che è condizionato dalla loro organizzazione fisica. Producendo i loro mezzi di sussistenza, gli uomini producono indirettamente la loro stessa vita materiale»[4]), Engels si propone di mostrare come il processo che tende a separare l’uomo dalla scimmia sia fortemente legato all’impiego della mano come strumento ed alla fabbricazione, tramite questa, di utensili (mezzi di produzione). L’attività umana di modificazione sulla natura, ossia il lavoro, influisce sullo sviluppo delle facoltà intellettive e queste, a loro volta, retroagiscono sulla capacità di impiegare la propria modificazione della natura secondo un piano.

È in questa nozione di “modificazione della natura secondo un piano” che si conquista il proprium dell’essere umano. È ciò che caratterizza il lavoro anche secondo la definizione di Marx (si ricorderà la metafora dell’ape e dell’architetto). Tuttavia, occorre precisare come Engels non si sogni di negare agli animali la capacità di operare in direzione di uno scopo: ciò che egli nega è che quella trasformazione sensibile conforme a scopi possa “imprimere sulla terra il sigillo della sua volontà”.

L’animale si limita a usufruire della natura esterna, e apporta ad essa modificazioni solo con la sua presenza; l’uomo la rende utilizzabile per i suoi scopi modificandola: la domina. Questa è l’ultima, essenziale differenza tra l’uomo e gli altri animali, ed è ancora una volta il lavoro che opera questa differenza.[5]

Qui, tuttavia, non c’è da immaginare alcuna deificazione dell’Uomo (con la maiuscola), quasi che egli sia signore del cielo e della terra. Si tratta invece di collocare gli uomini in carne ed ossa nel mondo reale che essi vivono: nella natura e nella società.

Non aduliamoci troppo tuttavia per la nostra vittoria umana sulla natura. La natura si vendica di ogni vittoria. Ogni vittoria ha infatti, in prima istanza, le conseguenze sulle quali avevamo fatto assegnamento; ma in seconda e terza istanza ha effetti del tutto diversi, impreveduti, che troppo spesso annullano a loro volta le prime conseguenze. (…) Ad ogni passo ci vien ricordato che noi non dominiamo la natura come un conquistatore domina un popolo straniero soggiogato, che non la dominiamo come chi è estraneo ad essa, ma che noi le apparteniamo con carne e sangue e cervello e viviamo nel suo grembo: tutto il nostro dominio sulla natura consiste nella capacità che ci eleva al di sopra delle altre creature, di conoscere le sue leggi e di impiegarle in modo appropriato. (…)

Ma se è stato necessario il lavoro di millenni sol perché noi imparassimo a calcolare, in una certa misura, gli effetti naturali più remoti della nostra attività rivolta alla produzione, la cosa si presentava come ancor più difficile per quanto riguarda i più remoti effetti sociali di tale attività. (…) Anche in questo campo noi riusciamo solo gradualmente ad acquistare una chiara visione degli effetti sociali mediati, remoti, della nostra attività produttiva, attraverso una lunga e spesso dura esperienza, e attraverso la raccolta e del vaglio del materiale storico; e così ci è data la possibilità di dominare e regolare anche questi effetti.[6]

La conoscenza della natura ci permette di emanciparci dalla stessa non nella misura in cui la “lotta” passa dal terreno materiale a quello ideologico (come pretenderebbero i socialisti piccolo-borghesi come Lange e Büchner), ma nella misura in cui la nostra conoscenza ci permette di modificare realmente la stessa natura. Tuttavia, la nostra conoscenza è sempre affetta dalla storicità e mai può esaurire la totalità dei nessi della natura; inoltre, il modo in cui conosciamo e trasformiamo la natura è sempre mediato dai rapporti sociali di produzione.

Ma per realizzare questa regolamentazione, occorre di più che non la sola conoscenza. Occorre un completo capovolgimento del modo di produzione da noi seguito fino ad oggi, e con esso di tutto il nostro attuale ordinamento sociale nel suo complesso.

Tutti i modi di produzione fino ad ora esistiti si sono sviluppati avendo di mira i risultati pratici più vicini, più immediati, del lavoro. (…) Tutte le forme superiori [cioè superiori alla “primitiva” proprietà collettiva del suolo, ndr] di produzione hanno portato alla divisione della popolazione in diverse classi e con ciò al contrasto tra classi dominanti e classi oppresse; con ciò però l’interesse della classe dominante diveniva l’elemento che dava impulso alla produzione, nella misura in cui quest’ultima non si limitava alle più indispensabili necessità di vita degli oppressi. Questo processo si è sviluppato nella maniera più completa nel modo di produzione capitalistico oggi dominante nell’Europa occidentale. I singoli capitalisti, che dominano la produzione e lo scambio, possono preoccuparsi solo degli effetti pratici più immediati della loro attività. Anzi questi stessi effetti – per quel che concerne l’utilità dell’articolo prodotto o commerciato – vengono posti completamente in secondo piano: l’unica molla della produzione diventa il profitto che si può realizzare nella vendita. (…)

In una società in cui i singoli capitalisti producono e scambiano solo per il profitto immediato, possono esser presi in considerazione solo i risultati più vicini, più immediati. Il singolo industriale o commerciante è soddisfatto se vende la merce fabbricata o comprata con l’usuale profittarello e non lo preoccupa quello che in seguito accadrà alla merce o al compratore. Lo stesso si dica per gli effetti di tale attività sulla natura. Prendiamo il caso dei piantatori spagnoli a Cuba che bruciarono completamente i boschi sui pendii e trovarono nella cenere concime sufficiente per una sola generazione di piante di caffè altamente remunerative. Cosa importava loro che dopo di ciò le piogge tropicali portassero via l’ormai indifeso humus e lasciassero dietro di sé solo nude rocce? Nell’attuale modo di produzione viene preso prevalentemente in considerazione, sia di fronte alla natura sia di fronte alla società, solo il primo, più palpabile risultato. E poi ci si meraviglia ancora che gli effetti più remoti delle attività rivolte a un dato scopo siano completamente diversi e per lo più portino allo scopo opposizione polare, come dimostra l’andamento di ogni ciclo industriale decennale (e anche la Germania, nel «crac», ne ha esperimentato un piccolo preludio); ci si meraviglia che la proprietà privata basata sul lavoro personale porti come necessaria conseguenza del suo sviluppo alla mancanza di ogni proprietà per i lavoratori, mentre tutti i possessi si concentrano sempre di più nelle mani di chi non lavora.[7]

Qui il manoscritto engelsiano si interrompe, ma già qui emerge (e ciò basta) la necessità, per la “regolamentazione della modificazione della natura secondo uno scopo”, non solo della conoscenza delle leggi della natura, ma anche il “completo rivolgimento del modo di produzione”.

La «Dialettica della natura» di Engels oggi e la lotta anti-ideologica

Engels è alieno da ogni visione che possa tentare di risolvere la contraddizione tra produzione sociale e natura in nome dei “bei tempi andati”, le età dell’Oro all’insegna dei fiumi di latte e miele che molte fantasie “decresciste” o “primitiviste” nei nostri giorni vanno celebrando; si tratta, invece, di mostrare come sia il capitale ad inquinare  per sua natura, a dover per suo stesso principio, per la sua valorizzazione, mortificare l’essere umano e la natura.

Negli ultimi anni, al positivo “Ritorno di Engels”[8] (minimo e ridotto ai soli intellettuali) in ragione della sua declinazione della tematica ecologica, ha fatto poca eco una pratica militante anti-ideologica volta a rivalutare questi contributi engelsiani.

Mostrare come la società borghese sia tutt’altro che naturale ed eterna e che essa, tutt’al più, conserva gli aspetti più bestiali del mondo animale senza aver realizzato un’emancipazione degna di questo nome da parte degli uomini è un contributo che ha piena vitalità ai nostri giorni: permette di rispondere a quegli argomenti metafisici che negano la possibilità del superamento di questa società in direzione di una società nella quale gli uomini orientano secondo uno scopo l’intera produzione sociale, cioè in una società socialista. Certi argomenti metafisici (la “natura umana cattiva” o, appunto, le “lotte per l’esistenza”) sono mere frasi, prive di un effettivo riscontro (o dotate di tutti i riscontri immaginabili, data la loro vaghezza che le pone, per serietà scientifica, accanto agli oroscopi) e si mostrano quali fumosità ideologiche quando dalla frase, dalla supposta verità eterna, si passa all’indagine storica e scientifica concreta.

Sono proprio i risultati della società che viviamo, i disastri che genera in nome del profitto, a mostrare la necessità di un suo superamento in direzione di una società socialista. Il contributo engelsiano in questa direzione non finisce qui. Nei prossimi articoli ci occuperemo delle ultime opere di Engels, che si situano in questo contesto di lotta “per una concezione del mondo autonoma delle classi dominate” e sistematizzano (in via provvisoria) gli spunti offerti dagli appunti engelsiani che abbiamo commentato in questo articolo.

 

di Salvatore Favenza, FGCI Caserta

 

[1] F. Engels, Lettera  a Marx del 14 luglio 1858, in Marx-Engels, Opere Complete, XL, Editori Riuniti, Roma, 1973 pp. 351-353

[2] Ferdinando Vidoni, Natura e storia. Marx ed Engels interpreti del darwinismo, Edizioni Dedalo, Bari 1985, pp. 62-64

[3] F. Engels, Lettera a Friedrich Albert Lange del 29 marzo 1865, in Marx-Engels, Opere Complete, XLII, Editori Riuniti, Roma, 1973, pp. 510-513, in particolare p. 511

[4] Karl Marx, Friedrich Engels, L’Ideologia Tedesca, Editori Riuniti, Roma 1958, p. 8

[5] F. Engels, Dialettica della Natura, in Marx-Engels, Opere Complete, XXV, La Città del Sole, Napoli 2016, p. 467

[6] Ivi, pp. 467-469

[7] Ivi, pp. 469-470

[8] Cfr. John Bellamy Foster, The Return of Engels, Monthly Review, March 2017, disponibile a questo link: https://monthlyreview.org/2017/03/01/the-return-of-engels/ ed in traduzione italiana qui: https://www.sinistrainrete.info/marxismo/8780-john-bellamy-foster-il-ritorno-di-engels.html