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E il settimo giorno si riposò

Anche un orologio rotto due volte al giorno segna l’ora giusta, ma ci sono partiti rotti che invece continuano imperterriti nei loro errori e lo fanno con una tale frequenza da riuscire a indurre tenerezza nello spettatore. Perfino i fogli della stampa, fino a poco tempo fa servili nella maniera più plateale ed indegna, si sono accorti del problema e iniziano ad auspicare, o meglio a pigolare, su un cambio di nome e di dirigenza, su un azzeramento o uno scioglimento del partito…

Ci riferiamo ovviamente al PD, su cui è più che giusto infierire perché, assieme alla propria imbarazzante classe dirigente, è il principale artefice del disastro, al tempo stesso sociale e culturale, in cui è sprofondata l’Italia degli ultimi anni. E no, non ci siamo dimenticati delle responsabilità di un ometto chiamato Berlusconi, riteniamo soltanto che quelle della sinistra siano di gran lunga maggiori, dal momento che ha dilapidato un patrimonio teorico veramente notevole, per sposare una manciata di dogmi neoliberisti privi di ogni fondamento scientifico, con l’unico risultato di massacrare la classe dei lavoratori, mentre la destra continuava semplicemente a comportarsi da destra.
Ciò ha ovviamente provocato, a lungo andare, la rivolta dei ceti popolari che ha consegnato il Paese – e tra poco anche l’Europa intera – a nuovi movimenti politici di cui il governo Conte è l’espressione italiana.

Ma veniamo al dunque. In questi giorni si è tornati a parlare della chiusura domenicale dei centri commerciali. La liberalizzazione dell’orario fu voluta da Monti – e questo già la dice lunga – nel 2011, ed eliminò tutti i vincoli preesistenti, permettendo agli esercenti di restare aperti 7 giorni su 7 e 24 ore su 24, senza distinzione tra feriali e festivi. La logica dietro al provvedimento era semplice: si pensava, in seguito alla crisi, che l’incremento nell’orario di apertura avrebbe favorito i consumi al dettaglio, aiutando l’economia a ripartire. In realtà i consumi sono rimasti invariati, finirono semplicemente per essere redistribuiti in più giorni alla settimana.[1]

Il cambiamento si è avvertito invece su due fronti: in primo luogo la liberalizzazione fornì alla grande distribuzione un vantaggio impareggiabile sulla piccola, poiché oltre al prezzo fortemente concorrenziale, poteva contare sul vasto capitale e sul grande numero di dipendenti per offrire un’elevata continuità di servizio, rispetto ai piccoli negozi perlopiù a conduzione famigliare che, per forza di cose, non sono in grado di sostenere i medesimi ritmi. La tradizionale bottega è stata così schiacciata dalla concorrenza spietata, fino alla totale desertificazione cui si assiste nelle grandi città, nelle quali è ormai totalmente assente, e dove si trovano soltanto grandi catene di supermercati.

Il secondo e notevole impatto si è avuto sui lavoratori, impegnati anche di domenica e nelle festività come Natale e Pasqua. Il sistema di turnazione ha fatto sì che molti di essi rinunciassero a una parte considerevole della loro vita personale, finendo così per giustificare l’affermazione secondo cui “i negozi aperti la domenica stanno distruggendo le famiglie italiane”.

Il governo, tramite le parole di Luigi Di Maio, ha annunciato una legge per la fine delle liberalizzazioni, quindi la chiusura dei centri commerciali, sollevando subito un’ondata di polemiche, molte delle quali palesemente strumentali.
Le obiezioni principali sono le seguenti:

  1. I lavoratori sono liberi di scegliere se lavorare nei festivi.
    Questo è falso e la loro condizione di costrizione spiega anche la scarsa partecipazione agli scioperi indetti negli ultimi anni dai sindacati. In primis perché spesso si vive in una situazione di ristrettezza tale da doversi vendere anche il giorno di Natale, per poter guadagnare qualcosa in più; in secundis perché viviamo in un’epoca in cui il potere contrattuale dei lavoratori è ridotto al minimo e quando si ha un contratto di breve durata e privo di tutele non conviene indispettire il datore di lavoro, rifiutando di svolgere la prestazione, anche per un sacrosanto diritto come il trascorrere le festività in famiglia. Voi rinnovereste il contratto a qualcuno che rifiuta di lavorare durante le feste o a chi accetta senza opporsi tutte le richieste del proprio capo?
  2. I cittadini sono abituati a fare gli acquisti nei finesettimana e pertanto i consumi crollerebbero.
    A parte il fatto che un quarto dei centri di distribuzione resta aperto per legge e che i consumi non sono aumentati dal 2011 in poi, quindi non si spiega perché dovrebbero calare improvvisamente. La domanda da porsi sarebbe…E quindi? Trattasi di un’abitudine, non di una legge universale e ineluttabile. Se è vero che prima del decreto Salva Italia di Monti la gente non restava ogni domenica col frigo vuoto, ma si organizzava diversamente per fare la spesa, non è detto che non possa nuovamente imparare a farlo. Occorre ricordare che dietro a un servizio offerto al consumatore c’è sempre qualcuno che lavora per garantirlo e che spesso viene sfruttato per questo; il progresso della civiltà non coincide necessariamente con la possibilità di avere tutto e subito, ma sta nel riconoscere i giusti diritti alla popolazione. La centralità del consumatore incorpora in sé la logica del profitto, intrinsecamente in contrasto con la razionalità del lavoro, quindi con la dignità della persona, ridotta ad una dimensione puramente economica.
    Se poi non si ha il tempo di fare la spesa durante la settimana perché si lavora ogni giorno fino a tardi, allora il problema non è la chiusura o meno dei supermercati, ma la riduzione dell’orario di lavoro.
  3. Chiudendo i centri commerciali si farà un enorme regalo all’e-commerce e ad Amazon.
    Non è vero, a patto di limitare di pari passo le attività di distribuzione online. Partendo dal presupposto che chi fa un acquisto in rete non aspetta necessariamente la domenica, nella stessa legge si potrebbe inserire un articolo che impedisca di processare e spedire gli ordini nei giorni festivi. Se quindi per ricevere la merce devo aspettare ugualmente il lunedì, allora tanto vale staccare lo sguardo dal computer e andare a prendere una boccata d’aria.

Il primato della nullità però spetta come al solito a Matteo Renzi, che conferma come il PD sia proprio incapace non solo di fare, ma anche di concepire qualcosa in favore dei lavoratori. Il fortunatamente ex presidente del Consiglio, ha infatti scritto, in un post su Facebook:

Obbligare tutti alla chiusura domenicale, come vuole Di Maio, significa semplicemente far licenziare tanti ragazzi. […] per inseguire i post di Salvini, Di Maio DISTRUGGE posti di lavoro. Sostenere che le famiglie si separino perché si lavora anche di domenica significa vivere su Marte. Di Maio si conferma il ministro della disoccupazione: se questo provvedimento sarà approvato, tanti ragazzi perderanno il posto di lavoro.

Ecco a voi il solito ricattino da due soldi. Ogni volta che si cerca di tutelare, anche solo di un minimo, i lavoratori, ecco che il capitale e i suoi lacchè invocano improvvisamente la perdita di posti di lavoro, fatto puntualmente disatteso perché alle aziende servono i dipendenti e al massimo dovranno arrangiarsi a concedere loro qualcosa in più. Ma Renzi non è estraneo a questa particolare varietà di catastrofismo…a parte il continuo vantarsi di aver condannato un gran numero di giovani alla precarietà con il Jobs Act, per tutta la stagione del referendum costituzionale ha ipotizzato, nella sua veste di Cassandra al contrario (ovvero tutti i giornali gli credono, ma non si avvera mai nulla), nell’ordine: immobilismo politico, meno investimenti, stagioni di licenziamenti, crolli del PIL, invasioni di locuste, morte di tutti i primogeniti.
Rispondendo ai commenti poi si sbizzarrisce:

Se però la domenica vuoi bloccare tutto, allora sii coerente: niente treno, niente stadio, niente bar, niente cinema.

Che fine statista! Oltre a non aver compreso nulla della proposta di legge, che tutto impone fuorché il “blocco totale”, Renzi nelle sue improvvisate generalizzazioni, proprio non capisce che il treno, ovvero la mobilità, il trasporto pubblico, è un servizio essenziale per il cittadino e il funzionamento dello Stato, quindi al pari di sanità e sicurezza non sospendibile così alla leggera come vorrebbe lui. E che magari cinema e stadio sono proprio quei posti in cui passare una domenica in famiglia…
Il ragionamento infatti non contiene una minima analisi differenziata, ad esempio non distigue i lavoratori dipendenti da quelli autonomi, il pubblico dal privato, non tiene conto del risultato sociale di una stagione di deregolamentazione, né dell’esistenza di aziende (hotel, ristoranti, bar, stadio, cinema) che per forza di cose devono operare nel tempo libero o mentre gli altri sono in vacanza.
Ma farneticazioni a parte, ciò che più attesta l’inconsistenza di quest’uomo come politico e senatore è il fatto che le proposte di legge che tendono a limitare la liberalizzazione siano ad oggi 5: una della Lega, una del Movimento 5 Stelle, una della Regione Marche, una di iniziativa popolare (per cui lo stesso Renzi voleva triplicare il numero necessario di firme[2]) e l’ultima proprio del…PD! [3]

Insomma, da una opposizione del genere, in grado addirittura di autosilurarsi, non possiamo sperare che provenga qualcosa di buono per noi e per il Paese. L’auspicio è che si superi del tutto l’idea sciagurata di ridurre la sinistra al centrosinistra, con ciò che ne consegue, ovvero Terza Via, privatizzazioni, libera circolazione dei capitali ecc., per consegnare finalmente il Partito Democratico nel meritato dimenticatoio della Storia.
Contestualmente auguriamo quindi anche a Renzi di sparire, per dedicarsi lui, ma soprattutto noi e tutti i lavoratori, a qualche giusta domenica di riposo…

di Massimiliano Romanello, Segreteria FGCI Roma

 

[1] Consultare https://www.ilpost.it/2017/04/18/negozi-aperti-domenica-festivi/ o anche https://www.linkiesta.it/it/article/2017/04/29/i-centri-commerciali-aperti-247-non-sono-il-progresso-sono-il-medioevo/34026/
Non c’è stato un incremento della vendita al dettaglio, bensì in alcuni anni è avvenuto il contrario. Le grandi società di distribuzione continuano a difendere le liberalizzazioni semplicemente perché in tal modo sottraggono profitti ai pesci più piccoli.

[2] Con la riforma costituzionale Renzi-Boschi. https://it.wikipedia.org/wiki/Riforma_costituzionale_Renzi-Boschi#Leggi_elettorali,_d’iniziativa_popolare_e_referendum

[3] Visitare anche https://www.ilpost.it/2018/09/07/lega-movimento-5-stelle-apertura-domenica/