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Risate neoliberiste e risate comuniste

Cos’è il neoliberismo?

È una parola che si sente spesso nei dibattiti.

Il vocabolario Treccani lo definisce come “indirizzo recente di pensiero economico che si oppone alla tendenziale riduzione della libertà di mercato operata dalle concentrazioni monopolistiche e soprattutto dall’intervento statale nell’economia, e chiede pertanto, in linea con gli orientamenti dei Paesi occidentali più progrediti, che lo stato si limiti a ripristinare le condizioni di concorrenzialità, astenendosi da altre forme di azione economica che sono considerate inefficaci, tardive, facili a degenerare in un dirigismo costrittivo”.

In questa definizione sono evidenti due caratteristiche:

  • Riduzione o scomparsa dell’intervento dello Stato in economia: i governi devono limitarsi a creare e garantire la cornice giuridica e costituzionale dove avvengono gli scambi di mercato;
  • Il mercato deve essere lasciato libero di regolarsi.

Milton Friedman, uno dei più importanti sostenitori del neoliberismo, amava poi dire che il libero mercato non portava solo efficienza, ma anche pace e armonia tra tutti i popoli del mondo.

A questo punto immagino che i lettori e le lettrici stiano già ridendo e pure di gusto. Qualsiasi persona normale sa che il mercato è tutt’altro che efficiente (altrimenti non ci sarebbero le crisi, né saremmo in crisi da dieci anni) e di sicuro non porta pace e armonia (quante guerre, militari ed economiche, sono state combattute nel nome del libero mercato?).

Ma chi legge queste righe dovrà purtroppo tornare serio, perché dalle affermazioni e dalle teorie di Friedman ne sono stati tratti interi indirizzi di politica economica.

Quali sono esempi di politiche neoliberali? Prendiamo ad esempio il caso italiano.

  • Privatizzazione parziale o totale delle imprese di cui il settore pubblico è proprietario.

Tra il 1977 e il 2012 in Italia sono stati privatizzati imprese pubbliche per un totale di 173,37 miliardi di dollari (dati Privatization Barometer[1]), di cui quasi tutte negli anni Novanta e Duemila. Una cifra enorme, una delle più alte in Europa. Avevamo un’enorme potenziale industriale, dalla siderurgia all’agroalimentare all’energia. Venduto tutto o quasi.

  • Liberalizzazione dei mercati per maggiore concorrenza e profitti

L’Istituto Bruno Leoni, noto think tank neoliberista italiano, costruisce ogni anno un “Indice delle Liberalizzazioni” per quanto riguarda dieci settori dell’economia. L’Italia passa da un 51 % di mercati liberalizzati nel 2007 ad un 71 % nel 2017[2]. Ma le tariffe continuano ad aumentare.

  • Deregolamentazione dei mercati del lavoro, maggiore facilità di licenziamento

L’Employment Protection Index è un indice creato dall’OCSE per avere un dato immediato su quale fosse il grado di protezione del lavoro in un dato Paese. Il minimo è 0 e il massimo è 6. In Italia, nel complesso, l’indice valeva 3,828 nel 1990 e 2,256 nel 2013[3] (non considera dunque il Jobs Act). La disoccupazione, nel frattempo, ha livelli altissimi.

Negli ultimi venti anni si sono succeduti vari governi, definiti sia di centro-destra (1994, 2001-2006, 2008-2011), sia di centro-sinistra (1996-2001, 2006-2008, 2013-2018), sia “tecnici” (1994-1996, 2011-2013).

Dal punto di vista quantitativo nessuno ha prevalso, non c’è stata la prevalenza di una o dell’altra forza. Ma le politiche neoliberali sono state portate avanti da tutti, nessuno escluso.

Dopo queste politiche abbiamo un’Italia impoverita, diseguale e scoraggiata.

Angelo Salento, professore di Sociologia presso l’Università del Salento, ha affermato che “la stagione neoliberale appare così, nel complesso, come un periodo di lotta di classe con i ruoli invertiti – ovvero, un periodo in cui gli attori economici più ricchi rafforzano i loro privilegi dopo un periodo di declino nei profitti[4]. Per ora ridono i capitalisti, ridono i padroni. Perché sono riusciti a sconfiggere il movimento operaio e democratico che, tra gli anni Sessanta e Settanta, pretendeva che tra lavoro e capitale vincesse il primo e non il secondo.

Ma come giovani comunisti sappiamo che spetta anzitutto a noi costruire un avvenire migliore per l’Italia e tutti i Paesi del mondo. E solo i comunisti e la sinistra di classe possono salvare questo Paese dalla distruzione e dal razzismo. E il Partito Comunista Italiano ha le idee ben chiare: + Stato, – Mercato[5]. Sappiamo e siamo convinti che solo una politica di ricostruzione dello Stato sociale, di maggiori garanzie per i lavoratori e di democratizzazione della politica, dell’economia e della società saprà salvare l’Italia dallo sfacelo. E alla fine saremo noi a ridere.

di Simone Grecu, FGCI Pisa

[1] http://www.privatizationbarometer.com/

[2] http://www.brunoleoni.it/ricerche/indice-delle-liberalizzazioni

[3] https://www.eticaeconomia.it/gli-indici-di-employment-protection-legislation/

[4] http://hummedia.manchester.ac.uk/institutes/cresc/workingpapers/wp137.pdf pag. 5

[5] https://www.ilpartitocomunistaitaliano.it/wp-content/uploads/2017/06/Proposte-PCI-Programma-Completo.pdf