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Il ruolo dell’arte tra Stato, mercato, politica, uguaglianza e democrazia: intervista a Tomaso Montanari

Da millenni esiste un rapporto molto stretto tra arte e potere. Nelle varie epoche storiche, la prima ha giustificato e santificato il secondo, oppure lo ha contestato, in una grande opera di liberazione e riscatto da esso. Neppure il presente è escluso da questa regola: al giorno d’oggi, anche nella gestione patrimonio artistico, assistiamo ad un sempre più invadente asservimento al privato e alla logica del mercato, con evidenti ripercussioni sulla qualità dell’esperienza artistica, sulla conoscenza prodotta tra pubblico, sulla funzione che ha l’arte nella formazione del cittadino e nella realizzazione della democrazia. Per approfondire questi temi, pubblichiamo un’intervista, a cura di Massimiliano Romanello, ad uno storico dell’arte e professore universitario, Tomaso Montanari, anche noto per aver condotto le serie di documentari “La libertà di Bernini” e “La vera natura di Caravaggio” e per il ruolo di presidente dell’associazione Libertà e Giustizia.


Professor Montanari, in questi anni si è reso noto per la sua ferrata critica ad un modello di società che, perfino nel rapporto tra cittadini e istituzioni, ha totalmente interiorizzato la logica del profitto. Anche il patrimonio artistico non è escluso da ciò, anzi viene percepito come qualcosa alla ricerca di una necessaria e continua valorizzazione. Lei invece è portavoce di una “concezione democratica dell’arte”, lasciando intendere che città, piazze, chiese, musei devono contribuire all’edificazione della democrazia e all’emancipazione del cittadino, ovvero alla realizzazione di una effettiva e concreta uguaglianza. Le opere non sono qualcosa di statico e di già dato, ma contengono in sé una carica emotiva e didattica, una diversa chiave di lettura e di giudizio della realtà in cui operiamo e devono quindi essere in rapporto dialettico con il popolo che le vive. Può esplicitare questa sua concezione?

In Italia il patrimonio culturale ha un ruolo che non ha in nessun altro Paese, per la banale ragione che fra i principi fondamentali della Costituzione c’è un articolo, l’articolo 9, che dice che la nostra Repubblica è basata anche sullo sviluppo della cultura e sulla tutela del paesaggio e del patrimonio culturale. Queste due cose sono collegate in maniera intima: il patrimonio non si tutela perché dobbiamo farlo, perché è bello o perché ce l’ha comandato una tradizione millenaria, ma lo facciamo dalla Costituzione in poi per produrre cultura e per redistribuirla. Negli atti dell’Assemblea Costituente l’idea è espressa in modo molto chiaro e lo scrivono persone di orientamento diversissimo, per esempio i due relatori delle materie culturali, Concetto Marchesi, un vecchio comunista e Aldo Moro, un giovane democristiano, perfettamente concordi nel dire che lo scopo della cultura è una diffusione di un senso critico individuale e collettivo, una specie di umanesimo di massa – Concetto Marchesi la chiama la leva dell’intelligenza – che possa costituire, inoculare alla Repubblica nascente degli anticorpi antifascisti, degli anticorpi contro un ritorno di un regime, contro il totalitarismo. Si ha molto chiara l’idea che la cultura non è evasione, non è divertimento, non è un’industria economica, ma è uno strumento fondamentale di garanzia della democrazia.
Istruzione, scuola, scolarizzazione, cultura sono gli unici investimenti possibili per la durata della democrazia.

Naturalmente oggi in un’Italia che ha il 47% di analfabeti funzionali questo suona in maniera quasi beffarda. Noi non abbiamo sviluppato il progetto contenuto nella Costituzione, anzi l’abbiamo negato, l’abbiamo sovvertito e il discorso sarebbe molto ampio da fare…Ad esempio, qual è la vera scuola buona? Non la Buona scuola. Qual è la funzione l’università? Insomma, un discorso molto ampio…
In particolare sul patrimonio culturale deve essere chiaro che il suo buon uso da un punto di vista costituzionale è quello che produce cittadinanza, sovranità, conoscenza di massa, senso critico, resistenza allo storytelling ed al marketing del potere. Insomma, tutto il contrario di un suddito, ma un cittadino libero, che è quello di solito malvisto dal potere perché è un grandissimo rompiscatole.

La Costituzione inserisce questa contraddizione in una storia di Stati in cui il potere non voleva dei controllori attrezzati. La Repubblica nascente immagina un sistema complesso, in cui i cittadini possano e debbano essere dei guardiani del potere, quindi dei diritti civili, delle libertà, della democrazia. Questo è lo scopo della cultura e dunque, scendendo giù fino al contenuto della domanda, l’uso del patrimonio culturale, che siano gli Uffizi, che sia il Colosseo, che sia una sperduta chiesa di campagna, si misura proprio su questo metro, ovvero su quanto produce conoscenza, consapevolezza civile, cittadinanza o su quanto invece la distrugge, la offusca, la conculca. È questo il punto.

Lungi dall’essere un’esperienza sensoriale, un legame con il passato su cui fondare una propria identità, il patrimonio artistico viene considerato come un prodotto da vendere. Per esempio, i musei si sono trasformati in grandi attrattori di turisti, in tappe obbligate cui concedere giusto qualche ora quando si va in vacanza, mercificando e spettacolarizzando le opere presenti al loro interno a scapito della qualità artistica, dell’attività di ricerca e della produzione di conoscenza tra il pubblico. Si tratta di istituzioni pubbliche che perseguono completamente la logica del profitto.

Esattamente. Questo è successo in maniera programmata. Non è un accidente, è successo perché si è voluto far succedere. Dall’inizio degli anni Novanta in poi, cioè con la stagione del liberismo europeo, con i grandi tradimenti delle sinistre – si pensi a Tony Blair che assomiglia identicamente a Margaret Thatcher – la fine di un pezzo alternativo di sinistra dopo la caduta del Muro ha fatto sì che anche in Italia, ed anche sulla politica culturale, si pensasse che la logica del profitto, la logica del mercato, la logica del privato, fossero le logiche portanti. La modernizzazione – ho preso una parola di Blair che è stata usata tanto in Italia, da Bersani e Veltroni – era la bussola da seguire. Così abbiamo avuto la legge Ronchey (legge n. 4 del 14 gennaio 1993, ndr), che consiste nel dare ai privati i servizi del patrimonio culturale e poi subito dopo anche l’organizzazione di mostre, la didattica, tutte le leve fondamentali per la produzione e diffusione di conoscenza. Darle ai privati for profit vuol dire ovviamente immaginarsi una struttura, un sistema in cui il cittadino è cliente, cioè paga per accedere a questo, sennò non si creerebbe reddito e quindi profitto.

E neppure si crea cultura… Già Giorgio Gaber parlava, nella sua critica alla società di massa, della “fila coi panini davanti ai musei”. Si tratta di una battuta lapidaria che fa luce proprio su questo duplice effetto, in fase crescente già negli ultimi anni di carriera dell’artista.

Esatto, ma naturalmente non si deve equivocare. Io sono per la massima apertura di massa al patrimonio culturale e ritengo elitarista e classista proprio l’idea che il patrimonio vada commercializzato. Cioè l’idea di Franceschini, l’idea che per aprire il patrimonio alla massa, la massa debba essere trattata da pubblico pagante, perché l’unico legame che può unire il popolo ed i grandi numeri alla cultura è una bigliettazione di tipo spettacolare, nello stesso modo in cui si va allo stadio. Tale concezione in realtà sottintende che le classi colte, le classi ricche, si costruiscono la cultura da sole.

Possono quindi acquistare cultura mentre invece il popolo non può e pertanto essa non è più un diritto, ma un vero e proprio servizio a pagamento.

Non solo, ma sottintende anche che i ricchi possono trovare una cultura più raffinata e ai popoli si ammannisce una cosa assolutamente mercificata e mercantile, presentandola come alta cultura. Ad esempio, l’idea che il servizio pubblico mandi Alberto Angela, spacciandolo per una grande conquista culturale, è una rinuncia a parlare in modo serio e profondo ai cittadini, trattati come se fossero degli imbecilli, come se il grande pubblico non capisse e fosse adatto solo a programmi di una povertà culturale allucinante.
Ovviamente il piccolo pubblico delle persone colte non vede mica Alberto Angela. Si tratta proprio una scelta classista, mascherata da scelta democratica.

Sembra che la divulgazione abbia oramai rinunciato alla formazione e proceda semplicemente per immagini, quasi cercando di suggestionare il pubblico e non di informarlo.

C’è lo stravolgimento di ogni comunicazione scientifica in tutti i campi. Qualche anno fa ho scritto un libretto che si chiama “La madre dei Caravaggio è sempre incinta”, sulla demistificazione di che cos’è la storia dell’arte e sulle attribuzioni apparse nelle pagine dei giornali, che offrono al lettore un baraccone improbabile.
Mi invitarono a fare una conferenza al CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze, ndr), che è una specie di osservatorio sulle bufale. Accanto a fisici, chimici ecc., c’ero anch’io, uno storico dell’arte, perché facendo attenzione a come si parla di Caravaggio e Leonardo sui giornali, si capisce che c’è una fabbrica di fake news continua e incessante.

Lei ha più volte polemizzato, durante gli ultimi governi di centrosinistra, con l’allora ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini e le sue iniziative. Si evidenziano infatti due tendenze contrapposte, ovvero da una parte la svendita del patrimonio (con l’esempio delle domeniche gratis ai musei che concentrano grandi flussi in pochi giorni, a scapito dell’esperienza artistica) e dall’altra la concezione aziendale secondo cui i musei italiani debbano fare dell’utile. C’è poi l’esasperazione di quest’ultimo fenomeno: a partire dalla concessione di Ponte Vecchio, a Firenze, chiuso al transito durante l’amministrazione Renzi per organizzare una cena di facoltosi privati, abbiamo assistito poi ad un moltiplicarsi di casi simili: matrimoni alla Reggia di Caserta e sfilate di moda, addii al celibato, feste private nei principali poli museali italiani. Cosa può dire al riguardo?

C’è una sorta di sequestro del patrimonio culturale da parte del potere, che ne fa un uso molto curato. Per anni il patrimonio culturale italiano è caduto in pezzi per pura trascuraggine: non si davano i soldi, non gliene fregava niente a nessuno…una grande e diffusa cialtroneria. Negli ultimi anni qualcosa è cambiato. Il potere, nelle sue varie manifestazioni, si è reso molto conto – direi che questo comincia con Veltroni – dell’importanza che il patrimonio culturale ha nell’immaginario, ma non si è messo al servizio di esso, bensì se ne è servito. E lo ha fatto nel modo più classico: creazione di consenso, propaganda, dividendi di immagine oppure addirittura per appropriazioni dirette. Renzi che fa la cena a Ponte Vecchio per Montezemolo è un esempio di uso privatistico diretto. C’è da una parte il potere che costruisce consenso, come Franceschini con le domeniche gratuite, cioè una misura propagandistica, una misura demagogica, del tutto contraria sia alla tutela del patrimonio, sia alla possibilità che qualcuno capisca e veda qualcosa; un calvario spaventoso in cui alla fine si può dire soltanto che si sono fatti i numeri, in una logica di cassa, semplicemente numerica. E dall’altra proprio invece l’appropriazione di un’élite, un’appropriazione materiale. Non dimentichiamoci che in questo momento anche il concetto di demanio dello Stato è caduto. Il patrimonio culturale è letteralmente in vendita, si può acquistare: isole, castelli, palazzi sono comprati da ricchi italiani ma più spesso da arabi, da russi. Il patrimonio culturale italiano è all’incanto da tutti i punti di vista.

Lei pensa che sia possibile fare un parallelismo con il sistema delle concessioni e con le privatizzazioni in generale? Una continua svendita e appalto dei beni statali, come è accaduto con molti enti pubblici o ad esempio con gli stabilimenti balneari, che sono totalmente in mano ai privati.

Certo, ma faccio notare che le concessioni non sono nemmeno un sistema di mercato, perché non vengono mai rinnovate le gare. C’è una sorta di proroga tacita e contra legem, contro anche il feticcio della concorrenza del mercato che viene agitato e che poi non viene rispettato. La stessa cosa vale per i musei. Negli Uffizi, nei grandi musei, non si fanno le gare, c’è un continuo confermare chi è lì da anni e quindi c’è proprio una clientela, un sottobosco del patrimonio culturale che utilizza i medesimi strumenti giuridici degli stabilimenti balneari, è la stessa cosa.

Non si tratta di un circolo vizioso? Con la scusa della mancanza di fondi si incentiva la possibilità di far entrare i privati nel patrimonio culturale e pubblico…

Sì e lo Stato li fa entrare in una logica del tutto di clan, di casta, in una logica di consorteria. I musei si trasformano in fondazioni, con gli enti locali, le grandi banche e i ricchi nei consigli d’amministrazione. E d’altra parte non c’è l’idea – come c’è in Francia per esempio – che il privato possa fare qualcosa accanto allo Stato, ma c’è l’idea del tutto criminale di sostituire lo Stato con il privato. Tra quello che è successo al ponte di Genova, con le responsabilità di Autostrade, le concessioni e quello che accade al patrimonio culturale, c’è un nesso molto stretto. È la stessa rinuncia al ruolo dello Stato, un appalto di tutto al privato. Ci siamo illusi che i privati facessero l’interesse pubblico, quando è ovvio che i privati fanno solo il loro interesse, mentre lo Stato non è stato nemmeno capace di controllare. Crollano i ponti e i musei sono nello stato in cui sono.