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Gilets Jaunes, Macron e i ritardi della sinistra

Pubblichiamo dal sito del PCI un contributo alla discussione e all’approfondimento sui fatti e sulle rivolte in corso in Francia, sulla genesi e la natura complessa del movimento dei “gilet jaune”.

 

di Lorenzo Battisti, Dipartimento Esteri PCI

 

Il movimento dei gillet gialli, che ha attraversato la Francia nell’ultimo mese ha avuto una grossa eco anche in Italia, accompagnata come sempre da disinformazione e da superficialità. Il movimento è espressione della Francia socialmente periferica. E se rischia di cadere a destra, è solo grazie ai ritardi della sinistra.

L’ecologismo di classe del presidente dei ricchi

Il movimento prende il via da una protesta contro la tassa ecologica sui diesel, volta a finanziare il passaggio ecologico verso automobili meno inquinanti. L’idea di Macron era quella di prelevare dai cittadini che utilizzano auto inquinanti (diesel in particolare) per finanziare il passaggio ad auto elettriche e ibride, con finanziamenti di 4 o 5000 euro per chi avesse acquistato una di queste automobili.

Il problema è che, sotto la patina ecologica, si celava l’ennesima manovra di classe. Chi utilizza queste vecchie auto inquinanti (un tempo peraltro ritenute meno inquinanti di quelle a benzina in termini di Co2) sono cittadini che si trovano in difficoltà economiche e che non possono quindi acquistare auto nuove. Neanche con gli aiuti promessi dal Presidente: anche con 5000 euro di finanziamenti, se ne hai meno di 1000 euro sul conto, non ci fai niente. E, al contrario di quelli che vivono nei centri urbani, non puoi sfoggiare il tuo lato ecologico andando in bici al lavoro e non ci sono metro o servizi pubblici adeguatamente flessibili e veloci da essere un’alternativa all’auto.

L’aumento delle accise si trasforma quindi semplicemente nell’ulteriore imposta sul consumo, che come tutte le imposte indirette (come l’Iva) pesa proporzionalmente di più sui redditi bassi, che hanno percentuali di risparmio più basse e che quindi ne portano il peso molto più dei ricchi. E in più, il gettito sarebbe stato usato per finanziare l’acquisto di auto da parte di chi i soldi li ha. Una vera e propria redistribuzione verso l’altro.

Molti si sono quindi visti tassare il proprio magro consumo, oltre a sentirsi colpevolizzati per la propria scarsa sensibilità ecologica. A questo sentimento di colpa si aggiunge una politica dei centri città che tende sempre più ad escludere anche fisicamente chi vive nelle periferie: in centro devono circolare sempre meno auto, e comunque solo quelle nuove o quelle di chi vive già in centro. Chi non ha queste caratteristiche, resta fuori. Il centro città si configura sempre più come un parco giochi per turisti o come il salotto di casa per i più abbienti, in cui chi è mal vestito e visibilmente escluso dalla festa è bene che resti fuori per non rovinare la narrazione.

Il movimento quindi è partito quasi dal nulla, in maniera imprevedibile e si è diffuso come il fuoco in un pagliaio. Una donna ha girato un video contro questa eco tassa che ha fatto milioni di visualizzazioni, e un altro ha lanciato una raccolta firme on line che in pochi giorni ha fatto centinaia di migliaia di adesioni. Ben prima delle prime manifestazioni i sondaggi davano un sostegno al movimento oltre il 70%.

Il movimento auto organizzato, senza apparenti coordinamenti né coordinatori, ha lanciato blocchi in tutta la Francia, senza dare i preavvisi alle questure. La spontaneità del movimento ha reso difficile prevederne l’ampiezza, cosa che ha messo in difficoltà sia i servizi di intelligence francesi che il Ministero dell’Interno. Le previsioni prima delle manifestazioni davano 1500 blocchi e 100’000 partecipanti. Alla fine se ne sono contati oltre 2000 e i partecipanti sono stati oltre il doppio del previsto, segno di un malessere diffuso.

Macron I, monarca repubblicano al servizio dei ricchi

Una campagna di successo del Pcf mostra il viso di Macron sopra un’immagine di Luigi XVI, il re ghigliottinato durante la Rivoluzione. Una campagna di una certa efficacia, che in una sola immagine riassume le caratteristiche della presidenza di Macron: redistribuzione fiscale verso i ricchi, spregio per il dibattito democratico, alterità alla vita del popolo e vicinanza alla nuova nobiltà dell’alta finanza, da cui lui stesso proviene.

Una delle cause di questa rivolta è senza dubbio il Presidente, che già in precedenza era in caduta libera nei sondaggi. Da dieci anni è una tradizione di tutti i presidenti. Sarkozy fu uno dei presidenti più impopolari di sempre, tanto da perdere la sfida per la rielezione. Hollande, che lo sconfisse, diventò velocemente il presidente più impopolare di sempre, anche più di Sarkozy, tanto da non presentarsi nemmeno alle elezioni per il secondo mandato. Macron ormai è sostenuto da poco più del 20% dell’opinione pubblica dopo un anno e mezzo di mandato. Neanche Hollande era arrivato tanto in basso.

Le ragioni stanno tanto nelle politiche adottate, quanto nel metodo usato per approvarle. Per evitare che movimenti di resistenza si formassero e potessero bloccare o ridurre la portata dei provvedimenti, le contro riforme di Macron vengono fatte approvare con procedure d’urgenza, magari in estate, e senza il voto parlamentare: secondo la Costituzione francese, il Presidente può decretare con valore di legge quando lo ritiene, e non è necessario che il parlamento ratifichi il provvedimento. Al massimo può chiedere la sua destituzione, cosa che non avverrà in presenza di una maggioranza parlamentare che lo sostiene.

E così è stato. Imparando dagli errori dei suoi predecessori, appena prese le funzioni, in piena estate, Macron ha approvato la riforma del codice del lavoro, cancellando le modifiche ottenute dai sindacati dopo un anno di lotte contro la riforma Hollande. Poi è toccato ai ferrovieri, che hanno visto modificare il proprio statuto “privilegiato” (che andava incontro al fatto di prestare un lavoro di interesse pubblico, che non può essere interrotto né la notte né nei festivi), in vista di una privatizzazione e messa in concorrenza con i competitori esteri. Poi la riforma classista dell’accesso all’università (tesa a impedire che le classi inferiori affollino le università rendendo insufficienti i fondi dedicati) e si apprestava a riformare le pensioni (come già fatto da Sarkozy e Hollande), in nome dell’uguaglianza: perché un operaio dovrebbe andare in pensione prima di un dirigente? Forse perché secondo l’Istat francese questo vive in media 13 anni di più dell’operaio, che, sempre secondo dati ufficiali, già prima dei 60 è vittima di malattie invalidanti che gli impediscono di lavorare. Non contento ha anche aumentato le imposte sulle pensioni, ridotto le allocazioni per chi non riesce a pagare l’affitto, abbassato quelle sui dividendi, ridotto le allocazioni per chi non riesce a pagare l’affitto.

Ma quello che è risultato indigesto ai futuri gillet gialli sono state le riforme fiscali. In sintonia con la destra economica, Macron ha sposato la politica dello “sgocciolo” (trickle down, in inglese): se la tavola dei ricchi è ben imbandita, qualche goccia di grasso cadrà anche in basso. Così, mantenendo i regali fatti da Hollande, Macron ha deciso di abolire l’imposta sulla fortuna, una mini patrimoniale (con mille scappatoie) che pesava sui grandi patrimoni. O ancora di abolire la tassa su chi portava il proprio patrimonio all’estero, in ragione di imposizioni fiscali minori (che raccoglieva poco, ma era simbolicamente forte). O ancora di abolire la tassa sulle abitazioni, che pesava per la maggior parte su quelle di maggior valore, nei centri città, e su quelle di maggiore metratura.

In sostanza una redistribuzione fiscale dal basso verso l’altro: sono i ricchi a dover essere aiutati, perché vengano a investire in Francia, non certo i poveri, che vantano poco merito.

Una maggiore estrema precarietà (sempre più vicina ai livelli italiani), protezioni sociali che diminuiscono, lo spettro della pensione sempre più bassa e lontana, e infine imposte sempre più alte per chi sta in basso. A cui, in maniera sfacciata, ha appunto aggiunto la tassa ecologica e l’abbassamento dei limiti di velocità a 80 km/h sulle provinciali per aumentare le entrate legate alle multe.

I gillet gialli: la Francia periferica

La direzione unilaterale delle misure prese (dal basso verso l’alto) e la difficoltà di resistenza per via dei blitz legislativi hanno esasperato chi già non era in buone condizioni prima. La tassa ecologica ha dato l’ultimo colpo: l’ennesima tassa a beneficio dei ricchi.

Sono state scritte molte cose su questo movimento. Cercherò prima di tutto di descriverlo per capire socialmente da chi è composto.

In Francia, come già successo altrove, al ritirarsi del ruolo dello Stato in economia, si è creata una frattura tra centro (o meglio centri) e periferie. Periferie che non comprendono solo i comuni attorno ai grandi agglomerati urbani (Parigi, Lione, Lille etc) ma tutta la Francia periferica rispetto al cosmopolitismo delle grandi città. Centri città dove la produzione è ormai espulsa (o trasformata in un museo come alla ex fabbrica Citroen divenuta Museo di Arte Africana) e dove si concentra il consumo. Un consumo di beni prodotti altrove, in quelle periferie che penano sempre di più ad arrivare alla fine del mese. Queste producono e non consumano, a favore di ricchi consumatori che non producono alcunché e che vivono in centri internazionali, frequentano buone scuole, e condividono con i turisti posti piacevoli, puliti e tranquilli. Da una parte la domanda senza produzione, dall’altra la produzione senza consumo.

Questa frattura si era già mostrata nel 2005, quando le periferie presero fuoco in seguito alla morte di due ragazzi inseguiti dalla polizia, in uno dei comuni della cintura parigina con una disoccupazione vicina al 50% e senza mezzi di trasporto pubblici. Gli incendi delle macchine, sebbene ignorati dai media, sono continuati: una protesta silenziosa che dura da anni e che si esprime ad ogni capodanno e ad ogni evento sportivo, l’unico momento in cui i periferici possono entrare in massa in centro e fare festa rovinando la festa permanente del salotto sociale francese.

Questa volta però il movimento è guidato da un’altra componente sociale. Non i sottoproletari urbani, bensì la piccola borghesia in caduta sociale. Artigiani, negozianti, lavoratori autonomi, professionisti. La Francia schiacciata dalle grandi imprese (gli studi internazionali, le catene in franchising, i sub appalti e il conto terzi), e che non riesce a sfuggire al fisco come fanno le imprese più grandi grazie alle sedi all’estero. E che di queste tasse non beneficia, poiché vengono spese nei centri urbani, mentre i trasporti locali nel resto del paese vengono soppressi o restano a livelli indecenti.

In questa Francia ci sono anche gli agricoltori, vittime dell’agri-industria delle multinazionali, che non riesce più a percepire i benefici della politica agricola comunitaria e che si ritrova con redditi che oscillano tra i 12 e i 15000 euro lordi all’anno.

Questa composizione di ceti “periferici”, localizzati nelle “periferie” francesi (le periferie e le città medio piccole) spiega le caratteristiche del movimento. Questi infatti sono ceti connotati da un forte individualismo, poco propensi ad aderire o partecipare alla vita di organismi collettivi come partiti o sindacati, in ragione della propria indipendenza e al sentimento di superiorità legato al fare impresa. Anzi, verso queste organizzazioni hanno un senso di rifiuto, perché percepite come parte dell’élite sfruttatrice e beneficiari quindi degli stessi privilegi (i partiti) o perché difensori di chi ha già “privilegi” (i sindacati che difendono i lavoratori protetti dalle leggi sul lavoro). Peraltro gli aumenti di salario ottenuti dai sindacati, per questi ceti figurano come aumenti di costo, cosa che inasprisce ulteriormente una situazione difficile: dall’alto si sentono schiacciata dalle imposte dello stato (in cui, nella loro visione rientrano anche i contributi sociali), e al contempo si trovano a pagare salari che aumentano o a dovere dare diritti divenuti “insostenibili”. La rivolta è partita quindi chiedendo un taglio drastico del carico fiscale e contributivo, contro un ceto politico sordo alle loro richieste.

Gli scontri a Parigi: l’estrema destra guida il movimento nella capitale

Se la composizione sociale dei Gilets Jaunes è questa, come spiegare i due sabati di scontri a Parigi, dove tutto dovrebbe essere splendente e tutti felici?

Gli scontri durati ore sugli Champs Elyseés hanno fatto sognare molti a sinistra. Purtroppo questo mostra ancora una volta la crisi della sinistra in Italia.

La composizione sociale, gli obiettivi e l’atteggiamento fondamentalmente qualunquista del movimento offre ampie possibilità alla destra estrema. E questa non si è fatta sfuggire l’occasione. Il primo sabato di proteste a Parigi, il 25 Novembre, ha visto la partecipazione agli scontri di elementi di estrema destra, di estrema sinistra e di banlieuesards (gli abitanti della provincia parigina, disoccupati, di origine africana o araba, abituati ad eventi del genere in occasione delle partite di calcio). Melenchon ha lanciato il suo movimento dentro i Gilets Jaune, ma la partecipazione della France Insoumise si è fermata a mezzogiorno, quando si è capito che aria tirava e dove andava il movimento. La nipote di Marine Le Pen, Marion Marcheal Le Pen (in rotta da destra con la zia) invece  ha partecipato senza problemi.

Sabato 1 Dicembre la situazione è stata completamente differente. Sui 1500 che hanno partecipato agli scontri, almeno 600 erano elementi militanti di estrema destra, organizzati e addestrati. Appartengono a quei movimenti estremisti, che mantengono un piede dentro il Front National (ora rinominato Rassemblement National), ma non ne condividono la tattica parlamentare: dai Patrioti, al Gud, ad altri gruppi ufficialmente sciolti per legge. Chi avesse dubbi può fare un giro nelle strade intorno all’Arco di Trionfo e vedere i segni lasciati. Nessuna A cerchiata o falci e martello. Solo croci celtiche, scritte razziste, omofobe. E una che è un manifesto ideologico della giornata: “Maidan 2018” e una croce celtica.

La cosa che ha veramente stupito è il comportamento delle forze di polizia. Se i numeri dei partecipanti agli scontri è questo, 1500 persone, non dovrebbe essere un problema venirne a capo. Per gli scioperi degli ultimi anni, si sono viste manganellate volare contro cortei di migliaia di persone. Qui si sono usati cannoni ad acqua mentre questi prendevano possesso dell’arco di trionfo e bruciavano il centro della capitale. Per un paragone storico, per quello che so, il 68 parigino non arrivò mai in queste zone, nonostante la forza ben maggiore.

Le responsabilità della sinistra: non aver portato gli scioperi fino in fondo

Quindi Gilets Jaunes sono fascisti? No. Non tutti. Se si escludono i manifestanti di Parigi, quelli degli scontri, quasi nessuno lo è. La maggior parte di loro non ha votato Marine Le Pen, anzi  probabilmente non ha votato. Forse da anni.

Quindi è possibile che la sinistra egemonizzi questo movimento? La risposta è no. Non solo perché anche in Francia, sebbene questa sia più organizzata che in Italia, non ne ha di fatto la forza. Ma perché è ormai troppo tardi. Questo movimento doveva essere egemonizzato prima che si formasse, ora sono altri che si sono seduti alla sua guida. Questo movimento è formato dalla piccola borghesia impoverita, schiacciata al contempo dalla concorrenza dei monopoli e dalle imposte dello stato: ceti che spesso guadagnano meno di un operaio sindacalizzato e che hanno pensioni che non arrivano a 1000 euro, con giornate di 10 ore di lavoro. Una piccola borghesia che sta scomparendo e si sta impoverendo, e che ha ritirato qualsiasi delega al mondo politico, e che ora vuole fare da sola. In sostanza la Francia sta attraversando un momento simile a quello che diede la nascita ai 5 Stelle: in un paese come l’Italia ci fu Grillo, in un paese come la Francia che ha conosciuto almeno un paio di momenti rivoluzionari, ci sono i gillet gialli, in cui c’è al contempo la rivolta di strada che fa respirare aria di rivoluzione e la più completa autonomia di ognuno dei suoi componenti, caratteristica dei movimenti piccolo borghesi.

Ma questa natura di classe non spiega il seguito che ha avuto il movimento in tutto il paese, in cui moltissimi operai, disoccupati, precari, donne hanno bloccato il traffico e sfidato la polizia. La spiegazione è che questo movimento sta facendo quello che i lavoratori hanno urlato a tutti i cortei e agli scioperi degli ultimi 10 anni: bloccare il paese per fermare le riforme. I sindacati non l’hanno mai fatto, intimoriti più da un possibile fallimento che dagli effetti delle riforme sui lavoratori. Se lo avessero fatto, se le tendenze riformiste fossero state sconfitte, avrebbero raccolto il sostegno dei piccolo borghesi in difficoltà, e sarebbe stata la classe operaia a egemonizzarli. Così invece gli operai ne sono egemonizzati e si trovano a mettersi al seguito degli interessi della piccola borghesia.

Ora che il movimento si è formato è troppo tardi. E così mentre i fascisti vengono lasciati entrare, i sindacati a partire della Cgt vengono tenuti lontani. A parte il corteo parigino contro la disoccupazione e la precarietà, previsto da mesi, a cui hanno partecipato molti gialli, nel resto del paese la CGT (che in un primo momento aveva dato ordine di non partecipare, per poi cambiare idea) è stata tenuta lontana, sebbene i suoi membri, singolarmente vi partecipino.

La fine dei partiti, la necessità del Partito

Questo movimento sta mettendo in evidenza la crisi istituzionale del modello francese, basato sulla Quinta Repubblica voluta da De Gaulle.

Da un lato c’è un Presidente velocemente divenuto impopolare. Dall’altra una Costituzione che gli da al contempo poteri quasi illimitati e la quasi certezza di non poter essere mai destituito. Il modello bonapartista, che prevede un legame diretto tra leader e massa, entra in crisi proprio nel momento in cui questo si generalizza. Se non esistono corpi intermedi capaci di influenzare le decisioni del Presidente, se il legame è diretto, non mediato, allora lo scontro (che rappresenta esso stesso un legame, seppure di opposizione) sarà diretto e non mediato, e cercherà di rovesciare il Presidente.

I risultati saranno scarsi. Anche nel caso si continui a mettere a ferro e fuoco la capitale e a bloccare le vie di comunicazione, in assenza di un’alternativa, il Presidente rimarrà dove si trova, e da questa inamovibilità tratterà in condizioni di forza con movimenti acefali e attraversati da spinte contraddittorie, incapaci di prendere una forma politica ed elettorale unica.

Quanto avvenuto in queste settimane a Parigi mostra la mancanza e quindi la necessità dei partiti, in particolare del Partito. Se queste spinte e queste proteste sono arrivate al livello attuale è perché non esistono più luoghi di dibattito democratico capaci di cogliere le tendenze della società e farle salire ai vertici politici, così come di portare la battaglia politica sui grandi orientamenti dall’alto delle grandi idee fino giù sul terreno dei quartieri marginali. L’idea che la società si potesse governare con la comunicazione, con gli spin doctor blairiani, capaci di trovare la soluzione migliore senza l’utilizzo delle ideologie, ma semplicemente sondando in maniera neutra i voleri degli elettori, si è schiantata contro la crisi epocale che stiamo ancora vivendo. In questo caos (tanto a livello nazionale che internazionale) le persone chiedono un principio di ordine, che metta fine all’angosciante imprevedibilità permanente dovuta alla fine di tutte le certezze accumulate negli ultimi decenni. Se dopo la fine dell’Urss si parlava di partiti leggeri, oggi ci si fida solo di ciò che si tocca perché ci sta accanto. Non più comunicati televisivi che propongono luccicanti bugie, foriere di peggioramenti dei livelli di vita, ma partiti presenti fisicamente a fianco a sé, che possono essere toccati e di cui ci si può quindi fidare. Questo riguarda tanto i partiti di sinistra che di destra, quelli più moderati e quelli più radicali, compreso la France Insoumise, costruita attorno alla presenza mediatica del suo leader, ma totalmente assente dalla società francese, in maniera uguale e speculare al movimento della Repubblica in Marcia del Presidente Macron.

Questo richiama ancora una volta la responsabilità della sinistra. Nulla manca di più oggi di un Partito di avanguardia, che sappia guidare la popolazione contro i veri responsabili dell’attuale condizione sociale. E al contempo è mancata la fiducia nella teoria rivoluzionaria, la consapevolezza che dopo lo splendore degli anni ‘90 sarebbe arrivata la crisi, e che ad essa ci si doveva preparare, anche organizzativamente, durante un lungo periodo di resistenza. Purtroppo così non è stato, e oggi ci si ritrova con partiti e movimenti deboli e scarsamente radicati. Il timore è che, vista la radice sociale del movimento e le debolezze accumulate dalla sinistra e dai comunisti, siano le forze reazionarie a fungere da elemento d’ordine all’interno del caos. Uno ordine che risulterebbe deleterio per le classi popolari, ma che in un primo momento potrebbe apparire più tranquillizzante dell’attuale situazione.