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Il lavoro nel terzo millennio

di Antonio De Caro, Coordinamento nazionale FGCI

In Italia, così come nel resto del mondo, il lavoro non costituisce più una fonte di vita efficiente e sicura come un tempo. I processi di deindustrializzazione, il trasferimento all’estero delle attività produttive, con cui l’imprenditoria approfitta del minor costo del lavoro, la sua progressiva robotizzazione attraverso il sistematico impiego nel processo produttivo di macchine intelligenti, provocano un aumento dei profitti degli imprenditori ai danni del livello generale dei salari.

Tali dinamiche, nel contesto di un crescente progresso tecnologico, non determinano soltanto una rimodulazione dei rapporti tra capitale e lavoro, ma si ripercuotono negativamente sull’esistenza stessa di quest’ultimo.
La conseguente disoccupazione, fenomeno connaturale al capitalismo, tra tutte le fasce della popolazione colpisce più duramente la componente giovanile. La carenza di lavoro determina tra i più giovani una perenne mancanza di realizzazione personale, sociale e lavorativa, fino a rendere ad alcuni praticamente impossibile la costruzione di una famiglia.
Nel clima di precarietà, basso salario, l’afflizione del lavoratore è costante e coinvolge anche le vecchie generazioni. Per giovani e anziani, l’unico beneficiario previsto dal sistema, che si appropria del valore da loro prodotto è il datore di lavoro.

Noi comunisti del PCI e della FGCI denunciamo il perverso funzionamento del capitalismo, includendo senza illusioni nella classe dei capitalisti anche il padronato italiano. Nella nostra penisola, i governi filo-capitalisti che si sono susseguiti negli ultimi decenni, si sono resi colpevoli non solo della mancata difesa dei diritti e delle condizioni dei lavoratori, ma anche di norme giuslavoriste concepite con il dichiarato obiettivo di contribuire, passo dopo passo allo smantellamento di quello stato sociale conquistato in decenni di lotta dal movimento operaio. I risultati ottenuti dalle lotte del PCI e del movimento studentesco del ’68 sono stati progressivamente erosi a vantaggio delle classi padronali.

Non intendiamo perseguire nell’indifferenza comune di fronte all’arretramento generale delle condizioni delle classi lavoratrici verso un nuovo stadio di barbarie. Pertanto, proponiamo:

1) La diminuzione dell’orario di lavoro a parità di salario, riassumibile nello slogan: Lavorare meno per lavorare tutti.

2) Di contrastare con vigore il fenomeno del lavoro nero, pratica di quotidiana evasione fiscale da parte di imprenditori senza scrupoli.

3) La redistribuzione delle risorse a beneficio delle classi penalizzate dalle politiche neoliberiste del capitalismo italiano.

4) L’opposizione alle politiche antipopolari dei governi presenti e futuri.

5) Un piano di investimenti verso università ed enti di ricerca, con il fine di per sviluppare nuove modalità di produzione a basso costo ed ecosostenibili.