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La lotta alla mafia è una questione politica

di Giuseppe Provenzano (FGCI Palermo)

Il cinque gennaio non è solo il giorno che precede l’Epifania. Il cinque gennaio di ogni anno è anche una ricorrenza laica e civile, è un giorno per ricordare. Il cinque gennaio del 1984, davanti al teatro Verga, a Catania, veniva ucciso Giuseppe Fava, giornalista e scrittore. E non è tutto. Perché il 5 gennaio del 1948, a Cinisi, nasceva Peppino Impastato. Entrambi personaggi ben noti, perché entrambi dalla mafia assassinati nel periodo in cui questa era più forte, e che oggi sono sempre ben ricordati in ogni manifestazione perché questa dalle strade sembra sparita. Però…

Sì, c’è un “però”. Ed è quello che più di ogni altro si trova in questi casi: le manifestazioni. Sì, quelle che mobilitano un sacco di persone, con tutti gli striscioni e i megafoni. Intendiamoci, non è lo spirito delle manifestazioni ad essere il problema, assolutamente no. È l’effetto delle manifestazioni ad essere deleterio. Perché bisogna “lottare non gridando con i cortei e le manifestazioni”, citando testualmente Pippo. Perché la mafia non si combatte lì, ai cortei. Anzi. Probabilmente la mafia, ai cortei, ci viene anche.

I cortei, che sono la parte più “espositiva” dell’antimafia, possono anche servire. Ma solo quando sono coadiuvati da una formazione vera e propria e, soprattutto, molto più capillare e a diversi livelli. Una formazione che deve partite fin dalla scuola elementare, come diceva Gesualdo Bufalino, una formazione che deve giocare su più livelli, non sul flashmob del 23 Maggio. Una formazione studiata per essere accessibile a tutti, anche prendendo in giro il fenomeno, non per sminuirlo, ma per ridicolizzarlo: far perdere credibilità a questi fenomeni significa cominciare a demolirli. Lottare contro la mafia non significa apparire come si fa troppo spesso ma educare, partendo dai più, riscoprendo, magari le vecchie, e vilipese ore di cittadinanza e costituzione. Soprattutto questa è cittadinanza, attiva e cosciente.

Per Pippo Fava la lotta era una questione giornaliera, fatta a suon d’inchieste. L’obbiettivo era sempre accendere la luce, portare a galla la verità dal gorgo nero dietro cui la mafia, e i potenti ad essa collusi, si nascondevano. Fra le tante inchieste, quella che destò maggiore scalpore fu quella sui “quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa” (Graci, Costanzo, Rendo e Finocchiaro) e sulle loro collusioni con i Santapaola. Collusioni che chiaramente portavano ad abusivismo edilizio ed appalti truccati, essendo i quattro dei costruttori. Era il 1983 e già all’epoca erano venute a galla tutte le debolezze del settore delle infrastrutture e degli appalti pubblici. La mafia, e le mafie in generale, da allora si sono evolute, ma senza rinunciare mai a questo redditizio settore. E mentre si era cercato di tamponare le falle nel sistema degli appalti, nella nuova Legge di Bilancio irrompe una cosa che, ad un occhio poco attento, potrebbe sembrare quasi insignificante, mentre invece, soprattutto se proiettata qui o in Calabria o in Puglia, diventa catastrofica. L’innalzamento del tetto per l’affidamento dei lavori senza bando, che dai 40.000 euro “iniziali” è stato portato a 200.000 euro.

Misura che inevitabilmente porterà alla preferenza di alcune imprese rispetto ad altre, che riusciranno sempre a prevalere grazie al collaudatissimo meccanismo della “procedura d’urgenza + mazzetta”, visto e rivisto dalla terra dei fuochi fino a Gela. A garantire tutto basterà la più finta certificazione antimafia, in bella mostra. E forse nemmeno. Le conseguenze poi saranno ben visibili per la massa di lavoratori del settore che o saranno costretti a sottostare alle condizioni delle poche aziende che gli daranno lavoro, magari a nero, o dovranno rimanere nella stagnante disoccupazione del meridione.

Ecco, queste sono le cose per cui varrebbe fare cortei, intifade e riscoprire la santa indignazione, quella che trascina la gente in piazza a protestare. Perché il fatto che un ventenne siciliano non abbia la possibilità di guadagnarsi un tozzo di pane a causa del mafioso di turno che deve sistemare il parente raccomandato, o a causa del politico che dà lavoro solo se gli prometti il voto, dovrebbe infiammare tutti i siciliani, tutti noi siciliani che in questa terra vilipesa, oltraggiata, sfruttata e stuprata ci crediamo. E noi siamo più di loro. Ma da soli i giovani siciliani si accontentano. Al limite si accontentano di fuggire.

Peppino Impastato, invece, in quel di Cinisi, denunciava soprattutto i fiumi di danaro che Cosa Nostra, nella persona di Tano Badalamenti, incassava col narcotraffico. Ed anche questo è rimasto un suo must. La mafia (intesa qui come criminalità organizzata in senso lato) prende una grossa fetta di soldi dal traffico di droga, perché se c’è stato un tempo in cui la strada del traffico di stupefacenti era un’autostrada a sei corsie, adesso si è nuovamente ristretta, almeno per quanto riguarda la situazione nel Meridione, con la ‘ndrangheta che la fa da padrone, spedendo la sua merce in tutta Europa. Chiaramente col transeat delle autorità, che preferiscono tacere e restare immobili, piuttosto che prendere una decisione concreta, che sarebbe davvero un brutto colpo per il narcotraffico.

Nel frattempo, accanto a questi due cavalli di battaglia denunciati a gran voce da Peppino e Pippo, la mafia, evolvendosi, ne ha aggiunto altri più moderni e, soprattutto, difficilmente tracciabili. Siamo di fronte ad una mafia 2.0, che non spara più, non vuole destare scalpore. Vuole solo far soldi. Probabilmente, se fossero nati più tardi, coesistenti con la mafia di oggi, Pippo Fava e Peppino Impastato sarebbero ancora fra noi, sarebbero soltanto stati ignorati, sia dalla mafia che dalle “istituzioni” e i loro media.

Questa mafia versione 2.0, più pericolosa, perché lavora sottotraccia, e più collusa, proprio perché nascosta e “fusa” con la normalità. Appalti pubblici e narcotraffico, appannaggio classico della mafia, si fondono con la modernità e l’innovazione nel riciclaggio dei proventi che dai primi due nascono. Oggi i capitali si muovono tramite Bitcoin e meccanismi di criptovaluta non sottoposto ad alcun controllo, né ad alcuna norma antiriciclaggio. Per cui convertire grosse quantità di capitali (che sono gli unici che i “broker” accettano di convertire in valuta online) sporchi in Bitcoin e riprenderli, già “lavati” successivamente, ci riuscirebbero pure i bambini. Il tutto avviene con la piena consapevolezza, nella maggior parte dei casi, degli exchanges, le società che si occupano di cambiare monete correnti in monete virtuali, le quali garantiscono un ampio ventaglio di operazioni rigorosamente anonime. E, cosa ancora più grave, questo meccanismo “in Bitcoin” si ritrova anche sotto forma di pizzo: si pretendono dei Bitcoin per il rilascio di dati sensibili.

Ma dal riciclaggio passiamo al riciclo. Perché un altro terreno fertile delle mafie è quello delle cosiddette ecomafie, un megasettore che include soprattutto abusivismo edilizio e smaltimento dei rifiuti. In questo caso, ci sono delle soluzioni che sarebbero alla portata, ma purtroppo gli esempi negativi fanno da padroni. Pensiamo al nuovo condono proposto dal corrente governo, il famigerato “decreto Genova”, che condona le abitazioni colpite dal sisma di Ischia del 2017 e che prende a pugni in faccia l’operato dei commissari del comune di Castelvetrano, che hanno iniziato, già ad agosto la demolizione di alcune villette abusive a Triscina. Ma dopo il nuovo condono, la strada torna ad essere in salita, quasi labirintica, fra le solite amicizie di palazzo che proteggono i papponi dell’edilizia: l’esempio dei commissari di Castelvetrano (che, si badi bene, non hanno fatto nulla di eccezionale, hanno solamente applicato la legge) rimarrà, a causa di questo nuovo condono, lettera morta, a nessun sindaco importerà di andarsi ad infognare in procedure pericolose come una demolizione di un villino abusivo, con il rischio di inimicarsi qualche “pezzo da 90” e non vedersi rinnovare il mandato. Come si vede, il problema è a monte, il fenomeno mafioso prolifera perché attua un vero meccanismo di “do ut des”, intavolando sempre la trattativa (e non è un termine casuale, ndr) giusta. Ed anche sul fronte raccolta differenziata, primo antidoto allo smaltimento illegale dei rifiuti, si registra un enorme esempio negativo. Perché il fatto che Palermo non abbia ancora, nel 2019, un sistema di raccolta differenziata valido al 100% è un vulnus abbastanza grave. A che servono le orge pedonalizzanti se poi si incappa sempre nei cassonetti inebriati e “inebrianti” di immondizia?

È mentre la piovra si è evoluta non ha abbandonato i vecchi metodi di radicamento nel territorio, e di sfruttamento generale delle classi subalterne di precari e immigrati. Il fenomeno del caporalato e dello sfruttamento dei braccianti. Ogni anno, infatti, dalla Puglia alla Sicilia, sono decine i lavoratori (in larga parte migranti) reclutati dalla criminalità organizzata, che li usa per raccogliere i pomodori o per mondare l’uva da far diventare vino. Il tutto col solo accordo verbale, senza nessun contratto di sorta e, soprattutto, senza alcuna tutela e con una paga da fame (per i migranti circa due euro per una intera giornata sotto il sole, poche briciole in più per gli italiani reclutati per le piazze alle 5 del mattino, quando nessuno è in giro a guardare, o mettendosi d’accordo tramite Whatsapp, con un messaggio mandato la sera prima di andare a lavorare).

I soggetti che devono loro malgrado sottoporsi a queste vessazioni, sono soggetti che non hanno materialmente nulla per potersi garantire una vita almeno quasi decente. E dove ci sono disperazione e mancanza di lavoro, la mafia piomba come un avvoltoio. Circa il 50% dei braccianti è irregolare. La legislazione in merito (la riscrittura dell’articolo 603 bis, del 2016, che prevedeva una modifica alla normativa inerente la “Rete del lavoro agricolo di qualità”, istituita presso l’INPS) è molto vaga, e spesso bloccata dagli stessi proprietari di aziende, che, con le limitazioni che si vorrebbero imporre per sconfiggere il caporalato, continuano a dire che loro, seppur onesti, avrebbero grossi svantaggi (e sorge legittimamente il dubbio che probabilmente tanto onesti non sono, ndr). Anche qui, data la scarsa tracciabilità degli uomini impiegati, le soluzioni sono di difficile applicabilità. Però istituire una rete di volontari sul territorio, che si andrebbe ad occupare di mettere su e gestire piccole aziende, per farle coltivare, magari, inizialmente, a salario minimo, ai braccianti disoccupati, sfruttando anche i terreni confiscati alla mafia, potrebbe essere una buona idea per mettere insieme lotta alla criminalità organizzata, lavoro ed integrazione.

Le soluzioni per arginare la strapotenza mafiosa in questi settori, sarebbero anche piccole e semplici da attuare. Ma tutto a sud sembra procedere sempre impantanato in una montagna di fango. Così per attuare il più basilare e effettivo cambiamento servirebbe un netto cambio di rotta a livello culturale, prima ancora che dirigenziale/ politico.

La mafia, noi, la possiamo combattere già alle urne, rifiutandoci di votare chi prende i voti dalla ‘ndrangheta, chi difende le banche, che sono un bacino enorme di mafiosi, come sempre Fava diceva. La lotta alla mafia è anche una questione politica, non solo civile. Perché Salvini non farà mai endorsement antimafia, né li farà qualcun altro: la mafia conviene, dà lei stessa il permesso di governare. E votando con la pancia non si fa altro che incentivarla, farla proliferare, dandole potere e credibilità. Anche per questo la lotta alla mafia è una questione politica.

La mafia la dobbiamo combattere anche “cercando di essere uomini, di essere esseri umani con intatta la nostra dignità, senza prostituirci mai a nessuno.” Cercando, anzi, di farci portatori di bellezza, per fornire alla gente “un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà”. Come dicevano Pippo e Peppino.