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Critica sociale e lotta di classe in letteratura e cinema: Essi Vivono

di Massimiliano Romanello, Resp. Nazionale Dip. Formazione FGCI

Gli anni ‘80 furono un’epoca di grande cambiamento, in cui si manifestarono quelle tendenze che ancora caratterizzano il mondo in cui viviamo. Verso la fine del decennio, con il crollo del muro di Berlino e l’inizio del processo che portò al collasso dell’Unione Sovietica, fu definito il nuovo assetto mondiale in cui oggi largamente ci rispecchiamo: ebbe inizio l’era della globalizzazione. Il capitalismo si affermò come unico sistema trionfante, autoincensandosi coi suoi cantori della “fine della storia” e coltivando nell’immaginario collettivo l’apparenza di aver risolto tutte le contraddizioni del reale, mentre continuava inesorabile a produrne, sempre più ingigantite. E se all’inizio esso poté generare molte illusioni circa la definitiva unificazione del mondo in un unico sistema, la crisi del 2007 ha clamorosamente smentito tali previsioni. Il grande teatro di un mondo globalizzato è stato il luogo in cui una lotta di classe condotta senza esclusione di colpi è stata stravinta dai dominanti, a scapito dei dominati. Le disuguaglianze sociali non sono mai state a livelli così alti…

Nel 1988 uscì Essi Vivono (They Live), tratto dal racconto “Alle otto del mattino” di Ray Nelson; un film in forte controtendenza rispetto allo spirito del tempo, di fatto una delle critiche più acute ed esemplari mai rivolte al capitalismo reaganiano. Fu realizzato da John Carpenter, regista americano autore di capolavori dell’horror, come “La Cosa” e del genere distopico, tra cui è d’obbligo citare “1997: Fuga da New York”.

Trama

John Nada, il protagonista interpretato dall’attore e wrestler Roddy Piper, muovendosi a piedi lungo dei binari, arriva a Los Angeles e si reca in un ufficio di collocamento, dove tenta invano di trovare un posto di lavoro. Da uno scambio di battute con un’impiegata insofferente e per nulla empatica, apprendiamo che è stata una crisi economica a costringerlo alla mobilità, spingendolo ad emigrare dalla città di Denver in cui ha vissuto e lavorato per dieci anni.

L’ambientazione del film mette in risalto fin dall’inizio alcune caratteristiche atipiche e discordanti. Il centro cittadino è sullo sfondo, ammirato da lontano come simbolo dell’America ricca, dei grattacieli imponenti, a fare da lontana scenografia a vicende che invece si svolgono in ambienti squallidi e degradati, tra i vicoli, i grigi marciapiedi e le baracche dove vivono i poveri e i disoccupati. Ad innescare nello spettatore una prima sensazione di inquietudine è il discorso in piazza di un predicatore cieco, che con toni apocalittici e di ammonimento mette in guardia i passanti da un misterioso pericolo.

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A fargli da contraltare è lo schermo televisivo, che sembra avere il compito, in più occasioni, di scandire modi e tempi della narrazione. Esso costeggia le vie, rischiara le abitazioni con i suoi messaggi di vuoto e frivolezza, tiene gli spettatori soggiogati tramite pubblicità e programmi d’intrattenimento che esemplificano la pochezza di pensiero ed una scala di valori distorta, edificata attorno ai falsi miti di successo, evasione, consumo.

Nel suo pellegrinare, John Nada riesce a trovare un impiego in un cantiere, dove stringe ben presto amicizia con un rude lavoratore di nome Frank Armitage. Frank gli indica un alloggio provvisorio nei pressi di una tendopoli e i due hanno subito modo di confrontare i loro dissimili punti di vista.
Carpenter è un autore che non eccede nei dialoghi, anzi li riduce all’essenziale, donando a poche frasi la capacità di caratterizzare, con il contributo fondamentale del non detto, dell’immagine e dell’inquadratura, non solo la prospettiva dei personaggi, ma due vere e proprie visioni contrapposte della società.

Frank: Ho lasciato moglie e figli a Detroit, non li vedo da sei mesi. Le acciaierie incominciarono i licenziamenti, ma fallirono lo stesso. Accettammo paghe ridicole per rimetterli in sesto e sai in che modo ci ringraziarono? Con un calcio nel culo! Il principio informatore: quello che maneggia l’oro detta legge. Chiudono un sacco di fabbriche e noi li vediamo scorrazzare con le loro limousine di merda.
John: Lo sai, dovresti avere un po’ più di pazienza…
Frank: E invece ne ho le palle piene!
Loro decidono come devi vivere. Ti mettono in linea di partenza e il nome del gioco è “corri per il tuo padrone”. Noi siamo tutti morti di fame, ma ci azzanniamo l’uno con l’altro. D’accordo amico, ascoltami, eccoci qua: ora siamo pronti, ma ricordati, tu fa come ti pare, ma io ti romperò il culo.
Cos’hai deciso di fare?
John: Mi rompo la schiena per guadagnare aspettando l’occasione giusta, arriverà… Io credo nell’America, seguo le regole. Tutti hanno le loro difficoltà di questi tempi.

Questo dialogo fornisce una prima, esplicita interpretazione del film. Notiamo subito la disillusione di Frank, lavoratore di colore il cui personaggio incarna tutta una secolare tradizione di emarginazione e sfruttamento, mentre John invece, appartenente alla working class bianca, crede ancora nel sogno americano ed è convinto che prima o poi tutti avranno la loro occasione. Tra i due il più realista è Frank, costretto dalla sua esperienza di vita a comprendere che i periodi di crisi non hanno le stesse ripercussioni su lavoratori e dirigenti: se da una parte ci sono solo “paghe ridicole” e “licenziamenti”, quegli altri, nonostante i fallimenti e le chiusure continuano a “scorrazzare con le loro limousine di merda”.
Si tratta di una prima ed immediata consapevolezza di una profonda frattura in seno alla società, società divisa – anche verbalmente – tra un “noi” e un “loro”, due classi con interessi contrapposti e in cui il potere non è equamente distribuito, ma saldamente detenuto da una parte sola, la quale stabilisce il modo di vivere dell’altra e delimita il perimetro entro cui è consentito muoversi.
In più, scopriamo che anche Frank condivide con Nada la condizione del migrante, endemica alla forza lavoro in regime capitalistico, indipendentemente da quanto essa sia qualificata. I due sfruttati sono facilmente generalizzabili all’esercito industriale di riserva di cui parlava Marx nelle sue opere, costituiscono infatti un eccesso di popolazione lavoratrice, nell’ottica di quel fisiologico tasso di disoccupazione funzionale al capitale, che permette alla competizione tra lavoratori di comprimere salari e diritti e che “fornisce la materia umana sempre sfruttabile e disponibile per la fabbricazione del plusvalore”.[1]

Anche nella tendopoli il centro di aggregazione è costituito dalla televisione. Le trasmissioni sono tuttavia interrotte da intermezzi, intrusioni simili a interferenze nel segnale, in cui appare il volto di un uomo barbuto che parla di avvelenamento di coscienze, manipolazioni della psiche, strani dominatori… La chiesa vicina sembra il luogo d’incontro di una setta misteriosa di cui fanno parte il prete che predicava nel parco e Gilbert, il factotum della comunità di senzatetto. John Nada, esplorandola, scopre la presenza di un laboratorio colmo di scatoloni dal misterioso contenuto ed una scritta sulla parete, in carattere spesso e scuro: “Essi vivono, noi dormiamo”.
Ben presto il campo viene sgomberato dalla polizia con inaudita violenza. Anche il luogo di culto è svuotato completamente, con l’obiettivo di sgominare la cellula eversiva lì presente. Il protagonista, tornato nell’edificio, si impossessa di una scatola che era rimasta nascosta e si allontana, aprendola poi in un vicolo, lontano da sguardi indiscreti. Con disappunto ne scopre il contenuto, a prima vista dei semplici occhiali da sole. Ma è quando decide di indossarne un paio, che si giunge al vero spartiacque di tutto il film.

Il capitalismo alieno

Obbedite. Sposatevi e prolificate. Non pensate. Spendete. Comprate. Sottomettetevi. Non svegliatevi. Guardate la televisione.

Sono alcuni degli imperativi che tappezzano la città, messaggi subliminali contenuti in riviste, insegne, cartelloni pubblicitari, che appaiono per le vie di Los Angeles ad un incredulo John Nada, dopo aver indossato le sue nuove lenti. La società è nettamente divisa in due: da una parte ci sono gli umani, dall’altra una razza di alieni dal volto scheletrico e dalla pelle a chiazze, esattamente simili ai primi da un punto di vista comportamentale, ma profondamente diversi per condizione sociale. Benestanti, ben vestiti, detengono il potere economico e l’apparato mediatico e lo utilizzano sistematicamente per mantenere il controllo sul resto della popolazione, mentre approfittano del loro status per dedicarsi ai piaceri di una vita agiata. I loro esponenti appaiono nei notiziari ed illustrano con limpida serenità il programma politico e i progetti che hanno nei confronti della nazione, attuati passo dopo passo e secondo le aspettative grazie alla grande malleabilità del genere umano.
Si tratta di una vera e propria rivelazione.

Alla fine dello spettacolo l’ipnotizzatore disse ai suoi pazienti, “Sveglia.”
Accadde qualcosa di inusuale. Uno dei pazienti si svegliò del tutto. Non era mai successo prima. Il suo nome era George Nada e sbatté le palpebre di fronte alla marea di volti nel teatro, ignaro in un primo momento di qualsiasi cosa fuori dall’ordinario. Poi se ne accorse, sparse qua e là nella folla, le facce non umane, le facce dei Fascinatori. Erano stati lì tutto il tempo, naturalmente, ma solo George era realmente sveglio, così solo George li riconobbe per quello che erano.

Nell’incipit del racconto di Nelson si enfatizza lo stato di veglia dell’umanità, che soggiace in una sorta di ipnosi collettiva, di sonno permanente. L’autore si concentra perlopiù sulla manipolazione dell’inconscio da parte della razza di rettili alieni, chiamati proprio apposta “Fascinatori”. Essi sembrano avere un effetto immediato sulla gente, sono in grado di impartire direttamente degli ordini e farli eseguire, senza basarsi solamente sull’efficacia del condizionamento mediatico e sul potere del denaro. Nada – George nel testo – infatti deve stare attento a non fissare a lungo gli schermi televisivi e a non prestare attenzione alle voci dei Fascinatori, per non correre il rischio di riaddormentarsi e venire nuovamente asservito.
Nel film invece egli è in un primo momento attratto dal quel nuovo modo di vedere le cose, vuole conoscerlo, studia i comportamenti degli alieni, interagisce con loro, ed è talmente sconvolto dalla portata dell’improvvisa rivelazione, da finire addirittura nei guai, in uno scontro a fuoco con dei poliziotti, che dai successivi dialoghi scopriremo essere prevalentemente umani.
Carpenter svela sapientemente la funzione repressiva della polizia, rappresentandola come un organo che difende i dominatori alieni e ha il compito di preservare l’assetto sociale vigente. In tal senso è utile leggere un passo tratto da uno dei classici del pensiero comunista:

L’esercito permanente e la polizia sono i principali strumenti di forza del potere statale. […] Perché è apparsa la necessità di distaccamenti speciali di uomini armati (polizia, esercito permanente), posti al di sopra della società e che si estraneano da essa? […] perché la società civile è divisa in classi ostili, e per di più inconciliabilmente ostili, il cui armamento “autonomo” determinerebbe una lotta armata fra di esse.[2]

La logica del ragionamento è semplice e sottintende la necessità del potere statale come espressione politica a tutela della classe dominante. Lo Stato, attraverso le sue ramificazioni, ha il fine di attenuare il conflitto sociale a tutto vantaggio dei vertici del potere. Una parte degli oppressi viene così parzialmente elevata verso la sommità della piramide sociale e finisce per costituire un vero e proprio apparato di controllo, che esiste ed opera in maniera funzionale all’interesse degli oppressori ed al mantenimento dello status quo.

Nello scritto di Nelson, il motivo di classe è soltanto accennato con un’ambigua battuta (“non c’erano alieni in metropolitana. Magari erano troppo sofisticati per queste cose”), mentre invece è quasi esasperato nella pellicola di Carpenter, girata oltre 20 anni dopo la data di pubblicazione del racconto, quando le disuguaglianze sociali ormai si apprestavano ad esplodere.
Gli alieni spendono, frequentano luoghi di lusso, ricevono promozioni che invece vengono negate agli umani, detengono il potere e ricoprono tutte le posizioni e le cariche che contano.

Svelare l’ideologia

Ad una lettura più profonda gli occhiali di Nada costituiscono un potentissimo strumento in grado di svelare tutta la carica ideologica che è celata dietro l’apparente neutralità del reale. Secondo il pensiero comune l’uomo contemporaneo vive in una società post-ideologica, nell’epoca della fine delle ideologie. Questa espressione sottende i tentativi del capitalismo di presentarsi come a-storico, ovvero come un sistema retto da leggi “naturali” a cui non c’è alternativa, leggi immutabili proprio in quanto rispecchierebbero intimamente la presunta “natura umana”. Si tratta invece di una semplice comodità volta a celare il fatto che la nostra quotidianità è invece completamente sprofondata, dalla testa ai piedi, nell’ideologia capitalista, aderendo e conformandosi di continuo alle sue categorie morali.
L’ideologia è ovunque, è una sovrastruttura onnipresente e funzionale alla realizzazione del capitale secondo i vigenti rapporti di produzione, ovvero secondo i vigenti rapporti di classe. Così, anche dietro l’innocua apparenza del linguaggio proprio della televisione e della pubblicità si cela la logica implacabile di un rigido sistema di dominio. Indossare gli occhiali significa essere in grado di svelarlo.
Il filosofo Slavoj Žižek, nel documentario “Guida perversa all’ideologia”, analizzando proprio “Essi Vivono” di John Carpenter, argomenta che il modo comune di pensare all’ideologia è di assimilarla a qualcosa che offusca la realtà, alla stregua di lenti colorate in grado di distorcere il mondo esterno per farlo apparire diverso da com’è. In verità, dice Žižek, l’ideologia non confonde né distorce la realtà, è essa stessa il modo spontaneo con cui gli individui si approcciano alla realtà.
L’uomo è un essere storicamente determinato, per questo motivo interiorizza alcuni aspetti dell’esistenza che appaiono del tutto generali, mentre invece sono particolari, soggiacenti e funzionali a determinati rapporti di forza sociali.
In un panorama così totalitario come pensare dunque di sfuggire al continuo e incessante monito di obbedienza, di sottomissione e di consumismo pronunciato dall’ideologia dominante? Bisogna indossare degli occhiali che permettano di svelare l’inganno, ovvero munirsi dell’adeguato strumento teorico che permette di individuare il carattere dialettico della storia come susseguirsi di una lotta di classe e di riconoscere e spiegare pertanto la non neutralità delle forme politiche, morali, religiose e giuridiche. Ovvero opporre alla comune e distorta percezione, la grande e demistificante portata della teoria marxista.

Così giungiamo all’epilogo delle vicende di John Nada, irreparabilmente coinvolto nella missione di risvegliare il resto dell’umanità da una condizione di sonno e schiavitù. Il primo passo per lui è rendere consapevole il suo amico Frank, che affronta in un’assurda scena di combattimento sia in quanto a durata, sia in quanto alla dinamica della lotta. Si assiste ad un’inversione di tendenza: questa volta è l’uomo bianco a spingere quello di colore alla rivolta, a scuotere la coscienza di chi invece andava cercando solo un po’ di tranquillità esistenziale nella parte bassa della piramide sociale. L’incredibile resistenza di Frank ad indossare gli occhiali che Nada gli offre si giustifica proprio con la riluttanza dell’uomo comune ad uscire dall’illusione in cui ha sempre vissuto, per vedere la realtà per come è veramente, oltre l’ideologia. Dal mito della caverna di Platone in poi, si tratta di un espediente letterario ampiamente utilizzato.

La televisione ormai, nonostante l’apparenza della pluralità di idee e opinioni, mostra sullo schermo il volto di John Nada, l’eversivo da annientare. Lui e Frank ormai non si agitano più entro i confini del sistema, ma cercano invece di sovvertirlo del tutto, anche a rischio della propria vita. Per farlo, si mettono in contatto con i loro simili, gli altri esseri umani in grado di “vedere”, in un vortice narrativo che, tra colpi di scena, tradimenti e umani collaborazionisti, vedrà come campo di battaglia per lo scontro finale proprio uno studio televisivo.

In conclusione, allo spettatore potrebbe sorgere spontanea una domanda. Qual è l’obiettivo della razza aliena? Quale il motivo del suo comportamento?
La risposta, posta al di fuori di qualsiasi sfera etica, è affidata a una lapidaria battuta di Gilbert, uno dei capi dell’organizzazione di sovversivi che ha prodotto gli occhiali e alla quale i due protagonisti si sono uniti.

Semplice, è il loro sporco gioco, sono liberi imprenditori. La Terra è solamente un altro pianeta, il loro terzo mondo.

Ecco il frutto della libertà di impresa! Ecco il prodotto finale del capitalismo!
È lecito a questo punto ribaltare il precedente interrogativo e domandarsi invece: dinanzi allo strapotere economico di pochi, ai livelli di disuguaglianza strutturali alla società capitalistica, alla schiavitù di fatto della grande maggioranza del genere umano, non equivale forse a peccare di troppa ingenuità, il continuare a cullarsi nell’illusorietà della democrazia occidentale?



[1] C. Cafiero, Compendio del Capitale, Capitolo IX, Accumulazione del capitale.

[2] V. Lenin, Stato e rivoluzione, Capitolo 1, La società classista e lo Stato.