Home Home In Alto a Sinistra: Sócrates e la Democracia Corinthiana

In Alto a Sinistra: Sócrates e la Democracia Corinthiana

di Giuseppe Provenzano, FGCI Palermo

Spesso la storia, quella dei libri, è frutto di grandi trovate militari o abili mosse diplomatiche.

Altre volte è fatta da uomini che, probabilmente, in un libro di storia non immaginavano nemmeno di finirci, non per loro incapacità, ma perché distanti anni luce dai bureau politici.

Eppure…

Eppure capita che questi personaggi, alle volte, riescano ad essere più incisivi di mille discorsi ed orazioni. Si tratta di scegliere, di farsi “partigiani”, citando Gramsci, sfruttare la propria visibilità per farsi portavoce di un messaggio.

All’inizio degli anni ’80, il Brasile si sta avviando alla democrazia, dopo quasi un ventennio di dittatura militare. Uno dei primi appuntamenti è il quindici novembre del 1982. Si vota, finalmente in modo libero, nello stato di San Paolo.

E qui urge uno stacco dalla nostra storia ed una breve digressioni “antropologica”. È  arcinoto come i brasiliani vivano essenzialmente per una cosa: andare appresso ad un pallone. Ecco, il calcio, un “oppio dei popoli” del Terzo Millennio, gioca qui un ruolo fondamentale. Perché in Brasile non è mai stato uno sport, o almeno, non solo quello. Fin dai suoi albori, da quando gli inglesi lo fecero conoscere all’allora colonia portoghese, il calcio ha assunto, per i brasiliani, una funzione quasi catartica, oltre che ad un’enorme rilevanza sociale, finendo per diventare un vero e proprio strumento di liberazione. Lo fu per i neri, ai primi del ‘900, quando il correre dietro ad un pallone era considerato un semplice passatempo appannaggio della sola élite bianca. E lo sarà anche in questo caso.

Per capire meglio, ci occorre tornare al novembre ’82, ponendo per un momento la nostra attenzione sullo stato di San Paolo che, sportivamente, è uno dei più floridi di tutto il Brasile. C’è il Palmeiras, fondato da italiani ad inizio secolo, c’è il mitico Santos, che fu del grande Pelè, c’è il San Paolo. E c’è il Corinthians, “o Time do Povo”, “la squadra del popolo”. Dal ’79 ci gioca un ragazzone dinoccolato, coi capelli lunghi e ricci e la barba incolta. È uno che ha fatto il suo ingresso nel grande calcio abbastanza tardi, a ventiquattro anni. Prima si è laureato (cosa decisamente insolita già per un calciatore di oggi, figurarsi negli anni ’80) in medicina, ma non praticherà mai, scegliendo, appunto, di indossare degli scarpini da calcio al posto del camice. Insomma, mestiere a parte, praticamente una reincarnazione di Che Guevara. Anche perché all’Università è venuto a contatto col verbo socialista, ed il suo obiettivo è quello di applicarlo al calcio. Pensate, avrà a dire che “Il calcio si concede il lusso di lasciar vincere il peggiore, non c’è nulla di più marxista o gramsciano del calcio”.

Applicare la filosofia comunista al calcio, per di più in un paese governato da una dittatura militare! Un’idea praticamente folle, se non fosse che lui, quel ragazzone che fa il calciatore solo quando ne ha voglia (la sua genialità sul rettangolo verde gli permette di passeggiare per 89’ e risolvere la partita nell’ultimo minuto rimanente, ndr), tale filosofia ce l’ha nel DNA. Di cognome fa Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira. Di nome, Sòcrates.

Ed il Corinthians dei primi anni ’80 è l’ambiente ideale per uno come lui. È una squadra che viene da un paio di stagioni fallimentari, è in dissesto economico ed ha appena cambiato presidente. Quello nuovo si chiama Adilson Monteiro Alves. Condivide pienamente le idee politiche di Sòcrates, ed insieme le fanno diventare parte integrante della vita del club. Nasce così la “Democracia Corinthiana”: nessun allenatore, i giocatori si autogestiscono e le decisioni costantemente vagliate tramite votazioni, alle quali prendono parte tutti i dipendenti del club e nelle quali il voto di un magazziniere conta quanto quello del presidente. “Democracia Corinthiana”. Lo portano scritto sulla maglia, sopra i numeri, scritti a rovescio in segno di ribellione. E in quel novembre ’82, a pochi settimane dal voto, sulle maglie comparirà un “Dia 15 vote”, “Giorno 15 vota”, usato come sponsor ante litteram. Non sarà l’unico messaggio politico che comparirà sulle maglie del Corinthians, ne seguiranno molti altri.

Ma lui, o Doutour, come veniva chiamato si spingerà oltre: si schiera col movimento “Elezioni Ora”, chiedendo a gran voce libere elezioni e minacciando di lasciare il Brasile ed il Corinthians qualora il Parlamento dovesse rifiutarsi di approvare l’emendamento che torni a dare ai brasiliani l’esercizio del voto. Il parlamento rifiuta e lui mantiene la promessa: lascia il Brasile. È il 1984. Verrà in Italia, alla Fiorentina. Rimarrà in Viola una sola stagione, non riuscendo a dimostrare tutto il suo immenso valore calcistico.

Ma, in fondo, “essere campioni è un dettaglio”, come recitava uno degli slogan della Democracia. E poi, a dirla tutta, lui in Italia venne per ben altri motivi: ad un giornalista che chiedeva chi fosse l’italiano che più stimava, fra Mazzola e Rivera, lui rispose testualmente “Non li conosco, sono qui per leggere Gramsci in lingua originale.”

L’unico dribbling che non riuscirà mai al “Colpo di tacco che la palla chiese a Dio”, altro suo soprannome, sarà quello alla bottiglia: Sòcrates morirà di cirrosi epatica nel 2011, “una domenica, col Corinthians campione del Brasile”, proprio come avrebbe voluto lui. Alla fine della partita, i giocatori gli renderanno un commosso omaggio, stringendosi attorno al cerchio di centrocampo e salutandolo come lui salutava i suoi tifosi dopo ogni gol.
Col pugno destro chiuso ed alto verso il cielo.