Home Home In Alto a Sinistra: “Londra sta chiamando”. La storia dei Clash

In Alto a Sinistra: “Londra sta chiamando”. La storia dei Clash

di Giuseppe Provenzano, FGCI Palermo

Alla fine dell’Ottocento, un tale Herder, un filosofo tedesco, coniò una proverbiale espressione, entrata nel gergo storiografico: lo “zeitgeist” è lo “spirito del tempo”, quello che i latini chiamavano “genius locii”. Questa espressione serve a spiegare ed a raccontare un periodo, con le sue pulsioni e le sue tendenze culturali. Ecco, adesso allacciate le cinture ed immaginatevi catapultati nella Londra degli anni ’70, una Londra pervasa dal crescente animo punk dei locali underground, una Londra che ha voglia e bisogno di novità.

Apri fila del punk britannico, quasi “maestro” delle band che verranno dopo, è quel genio pazzo e splendente che risponde al nome di David Bowie, che con il suo “Diamond Dogs” (anno Domini 1974) influenzerà e non poco molti gruppi emergenti. Ovviamente, come in ogni rivoluzione musicale, anche il punk ha dei canoni da rispettare: basso in risalto, batteria martellante, chitarra distorta e voce non necessariamente aggraziata.

Fra i primi “figli” di questa ondata rivoluzionaria ci sono i Joy Division, del grande e compianto Ian Curtis, i Sex Pistols, che puntavano anche sul masochismo, pur di stupire il proprio pubblico, ci sono gli Stranglers, con i loro “ratti norvegesi” ed un’altra miriade di gruppi legati anche alla nascente corrente neonazista dei naziskin. E poi c’è un gruppo, il più giovane fra questi, messosi insieme quasi per caso. Aprono un concerto dei Ramones, e le prime parole che l’istrionico Joe Strummer, al secolo John Graham Mellor, dice appena salito sul palco, sono queste: “Penso che la gente deve sapere che noi Clash siamo antifascisti, contro la violenza, siamo antirazzisti e per la creatività. Noi siamo contro l’ignoranza.”  Con un manifesto del genere sembra chiaro fin da subito che non si ascolterà la solita roba.

E, proprio per questo motivo, i primi lavori dei quattro londinesi non incontreranno esattamente il gusto dei critici, che diranno, testualmente, che “dieci secondi di Johnny Rotten (leader dei “rivali” Sex Pistols ndr) valgono un’ora di Joe Strummer”, catalogando subito i Clash come “robaccia”.

Poi, il botto.

È il 14 dicembre 1979 e per la prima volta, nelle case londinesi si sente seriamente una ventata di novità, un suono forte e potente. È il suono di una Londra che chiama, è il suono di Joe Strummer, di Mick Jones, di Paul Simonon, di Topper Headon.

La copertina di London Calling

È “London Calling”. Ecco, da allora il punk non sarà più lo stesso: perché “London Calling” è una vera botta, un disco nel quale musica e parole si fondono in modo straordinario. È la voce della protesta, è la voce maleducata e irriverente di Joe Strummer. “London Calling” porta il nuovo punk fin dalla copertina, una delle più iconiche della storia del rock: la foto del bassista Paul Simonon che sta per spaccare il suo strumento sul palco dopo che aveva saputo che il servizio d’ordine del Palladium di New York non aveva permesso al pubblico di alzarsi e ballare. È il manifesto dei Clash: ha in se tutta la forza comunicativa, la potenza, la rabbia ed anche la strafottenza della band inglese. Ancora più stridente è la grafica stessa della copertina: quella scritta, “London Calling”, che omaggia le radici del rock, richiamando il primo lavoro di Elvis Presley, per posizione e colori. Ed è proprio il riferimento ad Elvis a cozzare apparentemente col gruppo, se è vero che Strummer e compagni avevano duramente criticato uno dei padri del rock’n’roll. Grazie alla grande versatilità dei musicisti, “Topper” Headon su tutti, batterista proveniente dal jazz, “London Calling” diventa il disco punk meno punk di sempre. Tutti i 19 pezzi spaziano in ogni genere musicale: dallo ska, al jazz, al reggae, fino al pop ed al glam rock. Proprio per tale ragione i Clash vengono duramente criticati da tutto il movimento punk. Ma i componenti della band sono tipi tosti: basti pensare che Simonon proviene da Brixton, uno dei quartieri più malfamati di Londra… figurarsi se li possono preoccupare dei fischi o qualche contestazione. E non li preoccupa nemmeno la loro situazione economica, che versa al peggio: prima dell’uscita di “London Calling” sono senza un produttore, senza una casa discografica e totalmente spiantati. Nonostante ciò, riescono a far uscire questo doppio disco e si prendono pure la briga di farlo pagare come un normale disco singolo, nonostante il bisogno di liquidità ed in barba alle logiche di mercato. Ad ogni modo, il disco è un successo enorme; “London Calling” si piazza in vetta alle classifiche e diventa uno degli album più significativi della storia della musica (pur uscendo nel ’79, il magazine “Rolling Stone” lo elegge come miglior disco degli anni ’80, in seguito lo piazzerà all’ottavo posto nella classifica dei cento più grandi album di sempre e la sua copertina sarà la seconda più bella di sempre, dietro solo agli inarrivabili Pink Floyd). La critica lo elogia ed i Clash si confermano. La fortuna di “London Calling” sta però anche nei testi dell’album, che risultano, una volta di più, assolutamente controcorrente per quelle che erano le abituali dinamiche punk: in un’Inghilterra che aveva vissuto fino ad allora dei testi educati di Sid Vicious e dei Sex Pistols, l’arrivo dei Clash e dei loro testi più politicamente scorretti rappresentò un’ulteriore ventata di novità perché, appunto, mai fino ad allora si era visto un gruppo così dichiaratamente punk, soprattutto negli atteggiamenti un po’sopra le righe, con dei testi così impegnati. C’è “Spanish Bombs”, che parla della dittatura franchista in Spagna, ci sono “Clampdown” e soprattutto “Lost in the supermarket”, aperte critiche al capitalismo, c’è la continua critica all’America, già leit motiv dei due album precedenti, di “Koka Kola”. A questi, vanno poi aggiunti anche “London Calling”, nella quale Strummer immagina Londra in uno scenario apocalittico e distopico, quasi orwelliano, con il cupo presagio di un “nuclear error” e “Guns of Brixton”, scritta da Simonon, che descriveva la difficile vita nel quartiere di Brixton. Focalizzando un momento sui contenuti, probabilmente, oltre all’iconica title- track, il pezzo più interessante risulta essere “Lost in the Supermarket”, che monta su una struttura musicale dall’impronta quasi pop un testo che parla di consumismo nella prima parte (“Mi sono completamente perso nel supermarket/ non riesco più a fare la spesa felicemente/ Ero venuto qui per quell’offerta speciale/ una personalità garantita”), raccontando di una vera esperienza capitata da piccolo a Joe. Nella seconda parte della canzone, invece, l’attenzione si sposta sulla vita nella “suburb” di Londra, luogo di provenienza di tutti e quattro i componenti della band. Qui vengono raccontate scene di vita quotidiana, affrescate in modo tale da essere quasi visibili, con le urla dei vicini che fendono i sottili muri delle case popolari ed il vociare dei bambini che gioca nel cortile. A fare da contraltare a questo paesaggio, sicuramente pittoresco, è il fatto che queste zone della città, quasi come le “slums” di Dickens, vengano coscientemente rese invisibili. “Lost in the Supermarket”, perciò, non è solo una canzone: diventa un vero e proprio spot puntato sulla situazione disagiata della periferia londinese, dagli stessi figli della periferia londinese.

Ecco, questo, tutto questo (e molto altro) è “London Calling”.

A conferma della loro dichiarata militanza politica, nel 1980 esce “¡Sandinista!”, che nasce durante il tour americano di London Calling, dalla scoperta da parte di Joe Strummer e soci, della figura di Augusto Cèsar Sandino, leader della Resistenza in Nicaragua.

La copertina di Sandinista!

Anche qui, l’animo rivoluzionario dei Clash esplode in tutta la sua irriverenza: fanno vendere, anche questa volta, il disco (un triplo vinile) al prezzo di un doppio, diminuendosi il compenso per coprire parte delle spese di produzione. Nel disco, che, anche stavolta, accoglie una enorme varietà di generi, non mancano le solite, sferzanti critiche al potere costituito, quello religioso di “The sound of Sinners”, e quello politico (soprattutto a stelle e strisce), con “Washington Bullets”, che racconta delle vicende storiche del Sud America, sovente colpito dalle “pallottole americane” che ne hanno insanguinato la storia, spesso per mano di regimi totalitari e repressivi. Tutto lo spirito del disco è racchiuso in quel pezzo lì: Sandino è visto come simbolo di ribellione, esattamente come la musica dei Clash, soprattutto se pensiamo che l’album venne praticamente preparato durante il loro soggiorno in America; il “sandinista” del titolo è stato scelto a causa di un divieto di pronuncia imposto dalla Thatcher su quella parola, che veniva anche usata per definire qualsiasi persona che si azzardasse ad esprimere dissenso. Ed effettivamente, nessuno poté essere mai più “sandinista” dei Clash, almeno in quel momento.

Il canto del cigno di una carriera strepitosa, durata giusto il tempo di una rivoluzione musicale, sarà “Combat Rock”, album datato 1982.

La copertina di Combat Rock

Atmosfere decisamente reggaeggianti ed una timbrica musicale più languida dei classici canoni “da Clash” fanno da contraltare a testi dal grande impatto civile, quali sono “Straight to hell”, “Ghetto defendant” e “Know your rights”, tutti firmati dalla penna di Joe Strummer. Sempre di Strummer è “Rock the Casbah”, pezzo però arrangiato quasi interamente da Headon. Proprio “Rock the Casbah” sarà la causa di una querela “simbolica” che Strummer muoverà all’America intera: durante la Guerra del Golfo, alcuni soldati americani scrissero il titolo del pezzo sulle bombe che vennero poi lanciate sui minareti iracheni, rifacendosi al “drop your bombs between the minarets” presente nel brano. Appena appresa la notizia, Strummer scoppiò in lacrime, rivendicando quel ritornello come espressione di libertà, dal momento che il testo nasce in risposta al divieto di ascoltare e suonare musica rock imposto in Iran dall’ayatollah Khomeini. Dopo questa prima reazione, Strummer querelò simbolicamente gli Usa, perdendo, ovviamente la causa. “Should I stay or should I go” è invece il pezzo più iconico dell’album (e probabilmente dell’intera produzione dei Clash), e racchiude praticamente tutto ciò che è stata ed è la band londinese. È rifiuto di qualsiasi convenzione sociale o musicale. È novità, ritmo, innovazione. Ma anche lotta, ribellione, sfrontatezza e irriverenza. In una parola, è Clash. E questo rende superfluo ogni altro commento.