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L’incontro tra città e campagna: “Paesi tuoi”, di Cesare Pavese

di Lorenzo Bissolotti, FGCI Verona

Nessuno nel XXI secolo potrebbe permettersi di recensire Cesare Pavese e non sarà questo il luogo. Procediamo, tuttavia nell’analizzare il primo romanzo pubblicato dall’autore piemontese, Paesi tuoi. Un “romanzetto” come lo definisce Pavese stesso nel suo diario, Il mestiere di vivere. Sì, perché non trattandosi di un libro voluminoso si può incappare nell’errore di definirlo poco impegnativo, poco impegnato, ma leggendolo con il doveroso substrato di conoscenza, si capisce quanto sia pungente la critica della civiltà langarola e agricola d’inizio anni ’20. Paesi tuoi è, inoltre, il romanzo che rappresenta un affettuoso congedo dagli scrittori americani, ai quali Pavese s’ispira e verso i quali nutre un forte interesse per il linguaggio e per i temi vicini al reale trattati. Egli rappresenta pertanto i personaggi dei romanzi d’oltreoceano con la gente delle Langhe dov’è cresciuto, perché sente la necessità di rendere protagonisti i contadini e gli operai del proprio paese.

Paesi tuoi” si apre con due figure che escono dal carcere di Torino: uno è Berto, uomo di città, incline ai giochetti fraudolenti perpetrati con l’arguzia della maliziosità, mentre il secondo è Talino, campagnolo nerboruto, incline, invece alla violenza fisica e, come si avrà modo di capire leggendo il romanzo, anche carnale. Indicativa è, subitamente, la critica malcelata che fa Pavese riguardo le diverse condizioni di vita: siamo negli anni del boom economico e industriale in cui quella Torino fu locomotiva (in tutti i sensi). Siamo negli anni in cui per strada, per le prime volte, tutte le vie sono illuminate e in cui alzando gli occhi al cielo, non si vedono più l’azzurro e le nuvole o il giallo del sole, ma il grigiore della città. Tali cambiamenti smuovono la coscienza di un giovane Pavese già quando, anni prima, scrisse il primo racconto di aspra critica al modello FIAT a Torino, che si stava impadronendo delle vite degli uomini: Le febbri luminose o il racconto di critica del modello industriale, basato non più sul lavoro dell’uomo, ma su quello delle macchine e sullo sfruttamento dell’uomo, La trilogia delle macchine.

La città sta quindi cambiando e i due personaggi sopracitati, altro non sono che le personificazioni di due diversi contesti: città e campagna. Nella città, non a caso si incontra la scaltrezza, sinonimo di snaturamento dell’essere umano. La perdita delle pulsioni, della naturalezza e, certo, anche la perdita degli atteggiamenti di bestialità, è un elemento che snatura, appunto, la figura dell’uomo, rendendola al contempo meno umana e più artificiale: le convenzioni, le regole e la frenesia capitalistica dell’ambiente urbano, sono perfettamente rappresentate da quel Berto calcolatore e poco incline alla passione. La freddezza e la distanza, il vizio (le sigarette sono l’unica compagnia di questo Berto di città) e la bramosia di ottenere, anziché di vivere (non si capisce quale sia il motivo dell’arresto di Berto, ma si parla di malaffari di strada o furtarelli). Oltretutto l’ostentazione di superiorità di Berto nel commentare gli atteggiamenti del suo compare campagnolo, altro non sono che l’esaltazione di quanto la città distrugga anche il concetto di fratellanza e di comunanza tra persone.

Uno di campagna è come un ubriaco. Troppo stupido per lasciarsela fare

Talino, invece, è un campagnolo tutto nervi e passione. A disagio quando cammina per le strade di Torino per prendere il treno che lo riporterà sulla collina a Monticello. Il fatto che sia fuori contesto, tuttavia non lo turba, perché non è preso dai dilemmi d’immagine che affliggono l’uomo di città (infatti Berto si vergogna a camminare con lui per i marciapiedi di Torino) e non lo rende meno sicuro. Il contadino stilizzato di Pavese è impulsivo e poco propenso al dialogo; la sua saggezza è una saggezza che viene dalla terra, dalla campagna e dalla natura e la sua scaltrezza deriva, non tanto per “farla sotto al naso” al prossimo, quanto per salvaguardare ciò che per lui rappresenta la vita: la campagna e la famiglia. L’innocenza delle affermazioni di Talino è, perennemente, messa sotto la lente d’ingrandimento dalla malizia di Berto che lo schernisce e va a cercare dove sia la gabola che gli sta tendendo il “rozzo”. Ma questo Talino, seppur antagonista del romanzo, è visto in chiave positiva nel contesto cittadino, perché estraneo curioso (curiosità che poi coinvolgerà anche Berto nel contesto campestre).

Finché si avranno passioni non si cesserà di scoprire il mondo

Ma l’avventura dei due ex galeotti non si riduce alla città di Torino. Talino, preoccupato perché il padre avrebbe dovuto battere il grano senza lui, cerca in tutti i modi di tornare il prima possibile alla campagna di casa sua e imbroglia Berto, che dovrà accompagnarlo: solo aggiungendo altre braccia che aiutino al lavoro nei campi avrà il perdono di suo padre. Ciò nonostante ha qualche reticenza, per via della causa della durezza del vecchio, caratteristica che, in realtà, altro non è che la conseguenza dei duri trattamenti imposti dallo Stato ai contadini.

-Io non torno al paese, – dice. – Mio padre mi ammazza -. Così grande e grosso, parlava come se fosse ancora davanti alla guardia, e si asciugò il sudore del collo. – Mio padre non si è ancora sfogato e per fare il raccolto ha dovuto pagare la giornata a un altro. Mio padre è peggio della giustizia

La campagna viene descritta come un posto idilliaco, dove il sudore e la fatica diventano necessari per la sopravvivenza (del resto la società capitalistica sta mettendo le sue radici anche lì), ma dove è la natura stessa a riservare ai lavoratori i conforti dell’aria aperta, della vita salutare, non frenetica e a contatto con i profumi e i colori. I soldi, tuttavia stanno diventando ossessione di tutti i campagnoli e, tra i figli chiamati al fronte e l’assenza di aiuti dallo stato (Vinverra, padre di Talino, si lamenterà con Berto di essere abbandonati a loro stessi), è necessario per i contadini indebitarsi presso i capitalisti di città, avvicinando così i due mondi e rendendo il primo dipendente dall’altro.

«allora il vecchio si fa anche più storto e mi chiede, con un occhio solo:

– Gli avete prestato dei soldi?

– Qualche cosa, – gli faccio, – per levargli la fame. Alle Nuove dormiva con me. Tanto bastò per dargli fiato e drizzarlo.

Pavese, nella stesura di questo romanzo, inserisce la sua cultura e la sua conoscenza dei luoghi d’infanzia, rendendo un’immagine d’idillio fisico e morale locato nelle campagne delle Langhe, ma rende, allo stesso modo ed in maniera plastica, le ossessioni che la società del tempo si sta portando dietro. In un romanzo d’estrema attualità, sebbene scritto nel 1921, Pavese trascrive le paure di chi si sta a poco a poco rendendo conto di quanto la società si ritrovi orma ad un PUNTO DI NON-RITORNO. La magia dei romanzi di Pavese sta nella resa immaginifica. In questo contesto egli riesce a costruire situazioni facilmente credibili e attuali anche se non vissute perché, conoscendo l’animo umano e la società contemporanea, tutto ci è spiattellato in faccia come con una vanga.

Naturalmente l’immagine non è necessario instaurarla sul come o equivalenti. L’immagine ti si compone anche quando alludi a un’esperienza diversa che giova a finire la figura o la situazione dandole sfondo. Ma siamo chiari: questi tratti, nei quali senza smettere di narrare prendi campo e ricordi-approfondisci l’esperienza totale, oltre che descrizione fanno simbolo. Benché quindi siano immagini, nel senso che ricorrono a una parvenza naturale per chiarire una realtà interiore, sono nel tuo racconto quello che in un mito sono gli statici attributi di un dio o di un eroe, racconti dentro il racconto alludenti alla realtà segreta del personaggio.

Quindi lascia il nome d’immagine ai tratti del capretto o della dinamo a valvole, oneste immagini all’antica.[1]


[1] C. Pavese, Il mestiere di Vivere, Einaudi, a cura di Guglielminetti e Segre, 2013, p. 134