Home Home 1 maggio 1947. Portella della Ginestra.

1 maggio 1947. Portella della Ginestra.

di Amedeo Salice, Segretario FGCI Catania

U me cori
doppu tantanni
e a purtedda
enta petri
e nto sangu
di cumpagni
amazzati

Questi i pochi versi posti su di una pietra in località Portella della Ginestra, sito della strage di contadini di cui oggi ricordiamo il 72° anniversario.

Primo maggio 1947. I contadini di alcuni paesi del palermitano si riunivano a Portella della Ginestra per celebrare la Festa del Lavoro. Ma non solo: era passata appena una settimana dalla grande avanzata del Blocco del Popolo nelle elezioni regionali, ragione che rendeva la ricorrenza motivo per festeggiare ulteriormente. Quel giovedì circa 1500 persone si riunirono nell’ampia pianura vicino a Portella: da fuori erano giunte intere famiglie sopra carri allegramente dipinti. Alle ore 10.15, il segretario del partito comunista di Piana degli Albanesi comincia a parlare alla folla in festa. Quando all’improvviso il fuoco di una mitragliatrice si abbatte sui braccianti, dalla sommità di una delle colline circostanti. Inizia la fuga dei contadini: uomini, donne, bambini, giovani e anziani. Alcuni si gettano per terra in cerca di un riparo per sfuggire ai proiettili; il fuoco della mitragliatrice continua imperterrito a falcidiare i tanti braccianti e le loro famiglie ancora, forse, per quindici minuti. Undici furono i morti e sessantacinque i feriti.

Una recente tesi attribuisce la strage ad una coincidenza di interessi tra i fascisti che durante la guerra avevano combattuto nella Xª Flottiglia MAS di Junio Valerio Borghese, i servizi segreti USA (preoccupati dell’avanzata social-comunista in Italia) e i latifondisti siciliani. Tanti dunque i mandanti, ma un solo principale esecutore: Salvatore Giuliano, bandito a cui fu commissionata la strage per conto di Cosa Nostra. Monito per ricordare ai contadini chi avesse davvero il potere nella provincia, elezioni o non elezioni. Ma c’è dell’altro: alcuni rapporti desecretati dell’OSS e del CIC (i servizi segreti statunitensi durante la Seconda guerra mondiale), provano l’esistenza di uno scellerato patto in Sicilia tra la “banda Giuliano”, la Decima Mas di Junio Valerio Borghese e la rete eversiva del principe Pignatelli nel Meridione. Tutto questo, chiaramente, sotto copertura e col beneplacito dei servizi segreti statunitensi.

Purtroppo non fu mai possibile dimostrare la veridicità di questo scenario tramite testimonianza diretta, poiché Giuliano fu ucciso ufficialmente in uno scontro a fuoco con i carabinieri a Castelvetrano nel 1950 e il suo probabile assassino, nonché già suo luogotenente e cugino, Gaspare Pisciotta, venne a sua volta ucciso nel 1954, avvelenato in carcere con della stricnina nel caffè, dopo aver preannunciato rivelazioni sulla strage. Sosteneva di aver ucciso Giuliano dietro istruzioni del Ministro dell’Interno Mario Scelba e di aver raggiunto un accordo di collaborazione con il colonnello Ugo Luca, comandante delle forze anti banditismo in Sicilia, a condizione che non fosse condannato e che Luca sarebbe intervenuto in suo favore qualora fosse stato arrestato.

Nonostante ciò, si ritiene ci siano già abbastanza prove per identificare con questa strage l’inizio del tradimento dei valori costituzionali nati dalla Resistenza. Una strage, un tradimento di cui poco si parla e che continua a perpetuarsi da decenni sotto altre svariate forme, attraverso l’alleanza strutturale tra il grande capitale internazionale, gli USA e i loro servi politici: democristiani prima, centro-sinistra e centro-destra poi, col costante contributo di ampi settori reazionari e neofascisti italiani, questi ultimi riutilizzati anche negli anni ’70 nell’ambito della strategia della tensione.

La FGCI ricorda oggi le tante vittime di quella furia omicida e criminale ancora rimasta, a distanza di settanta e più anni, impunita.