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Fuori da questa crisi, adesso!

di Massimiliano Romanello, Segreteria Nazionale FGCI

L’opera del premio Nobel Paul Krugman, “Fuori da questa crisi, adesso!”, pubblicata nel 2012 mentre l’economia degli Stati Uniti era ancora duramente compromessa e la crisi aveva travolto l’Europa, con conseguenze non solo su un piano economico, ma anche politico e sociale, si presenta come un saggio per molti aspetti chiarificatore.

Innanzitutto, fornisce al lettore, anche profano, un mezzo per districarsi all’interno di una realtà di difficile comprensione, quella macroeconomica, affrontata dai mezzi di informazione in modo grossolano, ideologico, frettoloso, quasi incidentale, mentre la centralità del dibattito politico è lasciata invece a temi che molto difficilmente hanno la stessa importanza e il medesimo impatto sulle nostre vite. Inoltre, ha il merito di sfatare alcuni falsi miti saggiamente coltivati e ostinatamente ripetuti fino al punto da apparire come indiscutibili dogmi, verità assolute continuamente propagandate da quella parte di ceto politico comunemente indicato come establishment, che si presenta come responsabile e accorto, ma che invece ha abdicato ad ogni volontà di analisi del reale e tenta di preservare sé stesso e i propri interessi di classe in un modo spietato e del tutto privo di onestà intellettuale.

Sebbene le posizioni di matrice keynesiana qui presentate siano assai progressiste se confrontate alla politica economica dominante del nostro tempo – ad esempio prevedono il ruolo centrale dello Stato nell’economia e perseguono politiche di piena occupazione – esse restano in ultima analisi borghesi: demandano cioè la genesi della crisi alla sfera della distribuzione e non quella della produzione, in cui invece si palesano le insanabili e fondamentali contraddizioni del capitalismo, obliterando così totalmente la lotta tra le classi.
Tuttavia, il superamento in tale direzione del neoliberismo costituisce già un notevole passo in avanti; l’opera ha il grande merito di spostare l’attenzione dall’apparente imparzialità dei numeri e delle grandezze dell’economia, alle ripercussioni più umane e drammatiche della crisi, ridando centralità alle conseguenze sociali da essa generate, a partire dalla dedica, che recita semplicemente: “Ai disoccupati, che meritano di meglio”.

Crisi di domanda e disoccupazione

Il libro di Krugman affronta il tema della recessione economica che ha colpito gli Stati Uniti nel 2008 per poi estendersi in Europa nei mesi a seguire, non concentrandosi tanto sulle cause che hanno condotto ad essa, quanto sulle strategie da seguire per affrontarla al meglio, ridurne gli effetti e superarla nel minor tempo possibile. Non tratta quindi di un manuale sulla prevenzione delle crisi finanziarie che si verificheranno in un qualche futuro: l’autore rinuncia volontariamente a tali questioni per occuparsi dei problemi concreti che affliggono il presente, fedele alla massima di Keynes secondo cui il “lungo termine è una guida fallace per gli affari correnti. Nel lungo termine saremmo tutti morti.”

Il primo problema è quello della disoccupazione, che è un fenomeno endemico al capitalismo. Infatti, anche nei momenti di benessere economico, è presente un certo numero di persone che perde il posto di lavoro e un certo numero che lo trova, in una situazione di equilibrio dinamico tra occupati e non. Generalmente la condizione del disoccupato è temporanea, perché un’economia vitale ed efficiente è facilmente in grado di riassorbirlo in tempi rapidi all’interno del sistema. Ciò non vale nei momenti di crisi, caratterizzati da lunghe fasi di mancanza d’impiego generalizzata, che hanno delle ripercussioni drammatiche sulla vita dell’individuo.

Per prima cosa occorre effettuare una distinzione tra due tipi di disoccupazione: quella volontaria e quella involontaria.[1] La prima categoria include chi non lavora in un’economia di mercato per questione di scelta, di età o perché non ne ha bisogno, come ad esempio i pensionati e le casalinghe. La seconda riguarda chi, non avendo un lavoro, è attualmente alla ricerca di esso e non lo ha ancora trovato.

Krugman evidenzia subito come in tempi di crisi questa suddivisione non tenga pienamente conto della vastità del problema. C’è infatti chi si è dovuto adattare a un mestiere diverso da quello per cui si è formato ed è qualificato, chi ha dovuto ricorrere ad un secondo impiego part time per mantenere un tenore di vita paragonabile a quello precedente; ci sono famiglie in cui la crisi ha costretto entrambi i coniugi ad allungare il proprio orario di lavoro per tamponare la progressiva erosione dei risparmi, studenti che hanno dovuto rinunciare agli studi a causa dell’insostenibilità delle spese. Essa infine non conta chi è talmente demotivato dai tentativi infruttuosi da aver rinunciato del tutto a cercare un impiego.
La mancanza di lavoro è causa di effetti deleteri non solo sul breve, ma anche a lungo termine. Oltre alla contingente situazione di ristrettezza e di difficoltà materiale, essa provoca infatti situazione di insicurezza economica continua che non permette di avere un controllo sulla propria vita. I giovani, ad esempio, non sono nelle condizioni di crearsi una nuova famiglia, con conseguenze sulla demografia di una popolazione, né rendersi pienamente indipendenti da quella in cui hanno vissuto in precedenza. Ne risente anche lo stato di salute dei singoli cittadini, con comparsa di depressione e malattie psicosomatiche: la disoccupazione ha un forte impatto sull’autostima in quanto causa di emarginazione sociale.

Da un punto di vista dei parametri economici la situazione non è certamente migliore. Con la recessione il PIL, che è

[…]il valore totale dei beni e dei servizi prodotti da un paese, […] è l’output complessivo (inclusi naturalmente i servizi) che genera l’economia in un determinato periodo di tempo.[2]

arresta la sua naturale tendenza alla crescita e cala, necessitando poi di un intervallo di tempo più o meno lungo per ritornare al valore precrisi. Anche se spesso criticato da politici ed economisti, il PIL è un indicatore che rispecchia il potenziale produttivo di un’economia e permette quindi di comprendere le potenzialità che essa ha e il suo grado di compromissione. Le sue diminuzioni hanno effetti sulla quotidianità, le sue perdite

[…] Non sono perdite puramente nominali […]. Stiamo parlando di beni materiali che si potevano e si dovevano mettere sul mercato ma non sono stati prodotti, di salari e profitti che si potevano e si dovevano incamerare ma non si sono mai materializzati. […] trilioni di dollari che non verranno mai recuperati.[3]

Uno Stato che vede ridotto il proprio prodotto interno lordo perde risorse da destinare al welfare, all’istruzione, alla sanità, alla prevenzione sociale, alla manutenzione di vecchie infrastrutture e alla costruzione di nuove e moderne; non può investire in ricerca, né in sicurezza, né agire adeguatamente sui territori. E anche le imprese, quando si verifica una recessione, rinunciano ad assumere lavoratori (quando non li licenziano) e ad ammodernarsi per incrementare la propria produttività, o non vendono abbastanza da mantenere il loro giro d’affari immutato. Insomma, la crisi economica, che si presenta come recessione prima e come depressione poi, ha effetti gravi e duraturi su molti fronti. Ma quale è la causa di una crisi economica?

È tutta questione di domanda

Krugman modellizza la società, luogo in cui “la tua spesa è il mio reddito, e la mia spesa è il tuo reddito” servendosi dell’utile esempio, tratto da una situazione realmente accaduta, di una cooperativa di baby-sitting.
Ci sono 150 giovani coppie che decidono di risparmiare sul costo dei baby-sitters affidandosi tra di loro la custodia dei figli. Quando i genitori di una famiglia desiderano passare una serata fuori, lasciano il proprio bambino ad una coppia che invece quella sera ha deciso di rimanere a casa. Dal momento che, data la dimensione della cooperativa, c’è sempre qualcuno che esce e qualcuno che non lo fa, il servizio poteva essere offerto con continuità. Fatta questa dovuta introduzione, riportiamo integralmente il passo di Krugman, che esplicita ciò che accadde poi alla cooperativa.

Ma c’era un problema: come garantire che ognuno facesse esattamente la sua parte?
La risposta della cooperativa fu l’adozione di un sistema basato sui buoni: le coppie che si associavano alla cooperativa ricevevano 20 buoni, ognuno dei quali corrispondeva a mezz’ora di baby-sitting. (Nel momento in cui desideravano uscire dalla cooperativa dovevano restituire lo stesso numero di buoni). Tutte le volte che usufruivano del servizio, i genitori dei bambini accuditi davano al baby-sitter tanti buoni quante erano le mezz’ore coperte. Questo sistema assicurava che, con il tempo, ogni coppia fornisse – in termini di servizio – esattamente quanto riceveva, perché i buoni spesi andavano sostituiti.
Ben presto, tuttavia, la cooperativa si trovò in grosse difficoltà. In genere, le coppie tenevano una riserva di buoni nel cassetto della scrivania, nell’eventualità di dover uscire più volte di seguito. Ma per ragioni che è inutile spiegare, a un certo punto il numero di buoni in circolazione era nettamente inferiore alla riserva che la coppia media voleva tenere a disposizione.
Cos’era successo? Le coppie, preoccupate della riserva di buoni che si assottigliava, riducevano le uscite con l’obbiettivo di incrementarla curando i bambini di altre coppie. Ma proprio perché tante coppie rinunciavano a uscire, le opportunità di acquisire i buoni attraverso il baby-sitting si riducevano sensibilmente. Così le coppie a corto di buoni diventavano ancora più restie a uscire. Il volume complessivo dei servizi offerti dalla cooperativa si ridusse drasticamente.
In poche parole, la cooperativa si era avvitata in una depressione, che durò fino al giorno in cui gli economisti del gruppo riuscirono a convincere la dirigenza ad aumentare l’offerta di buoni. [4]

In pratica la crisi della cooperativa è stata innescata da una carenza di domanda. La situazione iniziale prevedeva un’elevata richiesta di baby-sitters, poi le coppie hanno deciso di tesaurizzare i buoni che avevano a disposizione per ragioni che nel mondo reale possono essere molto varie (indebitamento privato, insicurezza negli investimenti ecc.). Ma, ricorda Krugman, poiché la tua spesa è il mio reddito, la mia spesa è il tuo reddito, l’abbassamento della spesa di alcune famiglie non veniva compensata dal comportamento meno parsimonioso di altre. Se nessuno spende, nessuno guadagna, quindi nessuno rispende e si riduce inevitabilmente la quantità di denaro – o di investimenti – in circolazione. La conseguenza è la mancata erogazione di un servizio prima garantito a tutti e la depressione, in quanto l’economia si trova in una situazione che è al di sotto della propria capacità produttiva.

È esattamente ciò che succede nel mondo reale. In assenza di domanda, le aziende non producono e non effettuano investimenti, rinunciano ad espandersi, magari licenziano. Il disoccupato ovviamente spenderà di meno, alimentando tale circolo vizioso perché il calo dei consumi, quindi la minore richiesta di merce, sarà un ulteriore deterrente per l’attività delle aziende. Quale è la soluzione? Tirare la cinghia può essere un discorso conveniente per l’individuo momentaneamente in difficoltà che ha bisogno di risanare la propria condizione e che ha un’entrata fissa garantita dalla propria occupazione e un’uscita variabile determinata dalla propria volontà di spendere. Ma se ciò è valido a livello privatistico e individuale, non lo è a livello collettivo. Se nessuno spende il risultato è una compressione del volume dell’intera economia. È esattamente ciò che è successo negli Stati Uniti verso la fine del 2007. L’esplosione della bolla immobiliare ha causato un crollo della spesa, quindi una recessione.

Le imprese americane prestavano la liquidità in eccesso alle banche di investimento, che a loro volta usavano quei fondi per finanziare i mutui ipotecari sulla casa. […] Alcuni di quei fondi venivano usati per costruire nuove case, per cui i fondi andavano a finire nell’edilizia. Altri per estrarre denaro dal valore della casa e usarlo per acquistare beni di consumo. E poiché la tua spesa è il mio reddito, le vendite erano elevate ed era relativamente facile trovare lavoro.
Poi la musica è cambiata. I finanziatori sono diventati molto più cauti nella concessione di nuovi prestiti, e i destinatari dei prestiti sono stati costretti a ridurre drasticamente le spese. Qui sta il problema: non c’era nessun altro disposto a prendere il loro posto. Quasi da un giorno all’altro, la spesa totale dell’economia mondiale è diminuita di moltissimo. E siccome la mia spesa è il tuo reddito e la tua spesa è il mio reddito, sono diminuiti anche i redditi e l’occupazione.[5]

Si evince quindi che nell’ottica keynesiana la crisi non è dovuta ad un problema strutturale dell’economia, ma è provocata dalla mancanza di coordinamento tra i soggetti che partecipano ad essa. Se per un motivo qualsiasi il privato si trova nelle condizioni di non voler spendere il denaro a propria disposizione o se, in assenza di esso, non può riceverlo tramite prestiti che gli permettano di investire, chi deve supplire alla tale mancanza per evitare gli effetti di una prolungata depressione e il disastro della disoccupazione? La risposta è semplice: lo Stato.
Lo Stato ha e deve avere un ruolo in economia, per indirizzare quelle forze caotiche per il cui comportamento si verificano le crisi. Attraverso le banche centrali lo Stato controlla la base monetaria dell’economia ovvero, nell’esempio di Krugman, la quantità di buoni in circolazione.

Oggi la FED […] quando vuole far crescere la base monetaria, presta sostanzialmente i fondi alle banche, nella speranza che queste li prestino a loro volta.
[…] la regola della cooperativa era restituire all’uscita lo stesso numero di buoni ricevuti all’ingresso, per cui i buoni si potevano considerare in qualche modo un prestito concesso dalla direzione.  Di conseguenza, incrementando il numero dei buoni non si rendevano più ricche le coppie associate alla cooperativa, che dovevano continuare a fare le stesse ore di baby-sitting ricevute. Ma le rendevano più liquide, accrescendo la loro possibilità di spendere i buoni quando volevano, senza preoccuparsi di restare a corto di fondi.
Certo, al di fuori del microcosmo della cooperativa le persone e le imprese possono sempre incrementare la propria liquidità, ma a un prezzo: possono farsi prestare dei soldi, ma devono pagarci sopra degli interessi. Dando più soldi alle banche, la FED può far scendere i tassi di interesse, che sono il prezzo della liquidità e quindi anche il prezzo da pagare per finanziare investimenti o altre spese.[6]

La soluzione, il modo in cui normalmente si esce dalle recessioni è quindi stampare nuova moneta. Sta alla politica poi scegliere tra teorie economiche consolidate ed approcci che invece, evidentemente, non hanno funzionato in seguito all’ultima grande crisi economica.


[1] Contro ogni evidenza, ci sono ancora politici che affermano che la disoccupazione sia dovuta essenzialmente ad una mancata disposizione degli individui ad accontentarsi e adattarsi a un’offerta di lavoro sempre presente. Tra le ultime affermazioni di questo tipo, che sottendono un certo disprezzo per il popolo ed i suoi problemi, troviamo quella dell’enfant prodige della politica francese, Emmanuel Macron, che in questo video fa il fenomeno con un giovane disoccupato. https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/09/16/macron-a-giovane-disoccupato-non-hai-un-lavoro-attraverso-la-strada-e-te-lo-trovo-polemiche-sul-presidente/4629907/

[2] P. Krugman, Fuori da questa crisi, adesso!, Milano Garzanti Libri, 2012, pag. 21.

[3] P. Krugman, Fuori da questa crisi, adesso!, Milano Garzanti Libri, 2012, pag. 23.

[4] P. Krugman, Fuori da questa crisi, adesso!, Milano Garzanti Libri, 2012, pagg. 37-38.

[5] P. Krugman, Fuori da questa crisi, adesso!, Milano Garzanti Libri, 2012, pag. 41.

[6] P. Krugman, Fuori da questa crisi, adesso!, Milano Garzanti Libri, 2012, pag. 24.