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Uomini e caporali. Lo sfruttamento senza fine nelle campagne del ragusano.

di Amedeo Salice, segretario FGCI Catania

«L’umanità, io l’ho divisa in due categorie di persone: uomini e caporali.
La categoria degli uomini è la maggioranza, quella dei caporali, per fortuna, è la minoranza.
Gli uomini sono quegli esseri costretti a lavorare per tutta la vita, come bestie, senza vedere mai un raggio di sole, senza mai la minima soddisfazione, sempre nell’ombra grigia di un’esistenza grama.
I caporali sono appunto coloro che sfruttano, che tiranneggiano, che maltrattano, che umiliano. Questi esseri invasati dalla loro bramosia di guadagno li troviamo sempre a galla, sempre al posto di comando, spesso senza averne l’autorità, l’abilità o l’intelligenza ma con la sola bravura delle loro facce toste, della loro prepotenza, pronti a vessare il povero uomo qualunque.»

(da una scena del film “Siamo uomini o caporali”)


L’ennesimo caso di schiavismo. Non lo si potrebbe definire diversamente. Parliamo dei tanti lavoratori ancora sfruttati nelle campagne del ragusano da vigliacchi padroni senza scrupoli.

A distanza di due anni dall’entrata in vigore della legge contro il caporalato e lo sfruttamento, a quanto pare, in provincia di Ragusa – giusto per citare l’ultimo più eclatante caso, ma si potrebbe trattare agevolmente il tema medesimo relativo a tante altre zone rurali della penisola italiana – i “caporali” delle campagne continuano a spadroneggiare indisturbati sulle stesse, vessando vergognosamente i propri lavoratori (siano questi italiani, stranieri o minori) e trattando essi al pari di buoi aggiogati e muli da soma.

Evidentemente nulla turba i nostri “prestigiosi” imprenditori agricoli siciliani, che alla maggiore concorrenza delle merci in un mercato globale sempre più spietato rispondono cassando e limitando sempre più, uno dopo l’altro, i diritti costati tante lacrime e sangue ai lavoratori del settore. Vengono così ridotti i salari, si aumenta l’orario di lavoro, si risparmia su sicurezza e manutenzione dei mezzi e, soprattutto, si tengono sotto scacco i lavoratori ponendo questi in condizioni di precarietà e ricattabilità permanente, se non per il già magro stipendio percepito, di certo per la questione degli alloggi, spesso siti nelle stesse campagne in cui, oltre a lavorare dall’alba al tramonto, essi vivono con le loro famiglie. Gli aspiranti latifondisti del ragusano credono insomma, arroganti, spietati e ciechi ad ogni logica di mercato per come sono, di poter disporre nelle loro proprietà di schiavi. Non di lavoratori né tantomeno di uomini, come ci dimostrano le assurde condizioni di lavoro a cui sono costretti in molti pur di avere un tetto sulla testa ed un pasto nello stomaco a fine giornata.

Ad aggravare la situazione vi è inoltre la totale assenza dei maggiori sindacati nazionali che, nonostante possano contare sul supporto di centinaia di lavoratori iscritti impiegati nel settore, poco e nulla si sono mossi per giungere ad una positiva risoluzione della faccenda o al principiare almeno una lotta circa la stessa, al fine di tirare una forte spallata a quegli stessi padroni contro i quali invece è molto più comodo e semplice dalle pubbliche piazze scagliarsi. Nulla di meglio si può dire nemmeno nel chiamare in causa anche il versante politico, ove partiti, movimenti e associazioni ad essi collegate sembrano voltare le spalle o addirittura ignorare un problema che sembra non avere mai fine.

Noi sappiamo bene invece da che parte stare, senza se e senza ma: a fianco dei lavoratori, contro i padroni e ogni forma di sfruttamento.

Condannando i gravi fatti di sfruttamento accaduti in questi giorni nelle campagne del ragusano, la Federazione Giovanile Comunista Italiana rinnova il proprio sostegno a quanti hanno deciso di non chinare più la testa, a quanti hanno deciso di continuare a lottare con dignità, e per la dignità di tutti. Mai mancherà il nostro appoggio ai tanti lavoratori agricoli che lottano ogni giorno per affrancare se stessi, le proprie famiglie e i propri compagni da questo malsano sistema. Per portare a casa un tozzo di pane o qualcosa di più, ma a testa alta. Da uomini.