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Dante Di Nanni, 75 anni dopo.

di Amedeo Salice, Segretario FGCI Catania

“[…] Ora tirano dalla strada, dal campanile e dalle case più lontane. Gli sono addosso, non gli lasciano scampo. Di Nanni toglie di tasca l’ultima cartuccia, la innesta nel caricatore e arma il carrello. Il modo migliore di finirla sarebbe di appoggiare la canna del mitra sotto il mento, tirando il grilletto poi con il pollice. Forse a Di Nanni sembra una cosa ridicola; da ufficiale di carriera. E mentre attorno continuano a sparare, si rovescia di nuovo sul ventre, punta il mitra al campanile e attende, al riparo dei colpi. Quando viene il momento mira con cura, come fosse a una gara di tiro. L’ultimo fascista cade fulminato col colpo. Adesso non c’è più niente da fare: allora Di Nanni afferra le sbarre della ringhiera e con uno sforzo disperato si leva in piedi aspettando la raffica. Gli spari invece cessano sul tetto, nella strada, dalle finestre delle case, si vedono apparire uno alla volta fascisti e tedeschi.

Guardano il gappista che li aveva decimati e messi in fuga. Incerti e sconcertati, guardano il ragazzo coperto di sangue che li ha battuti. E non sparano. È in quell’attimo che Di Nanni si appoggia in avanti, premendo il ventre alla ringhiera e saluta col pugno alzato.”

(Giovanni Pesce, Senza tregua. La guerra dei GAP)


Nato il 27 marzo 1925 a Torino, figlio d’immigrati pugliesi, Dante Di Nanni a 15 anni entra in fabbrica, ma continua a studiare in una scuola serale. Il 1° settembre 1942, a soli 17 anni, si arruola in Aeronautica e nell’agosto del 1943 è motorista al I Nucleo addestramento caccia di Udine. L’armistizio non segna il ritorno a casa del Di Nanni ma l’inizio di un breve periodi di clandestinità con l’amico Francesco Valentino, poi impiccato dai fascisti in corso Vinzaglio a Torino, durante il quale si unisce alla lotta contro i nazifascisti in una piccola banda nelle vicinanze di Boves. Dispersa la formazione, il 10 dicembre 1943 Di Nanni, sempre con Valentino, riesce a riparare nella sua abitazione torinese. Sempre in compagnia del fidato amico il giovane entra a far parte dei GAP, sotto il comando del compagno Giovanni Pesce. Il 15 febbraio rimane ferito in un’azione contro i nazifascisti, nei pressi di corso Francia, ed è costretto ad un breve periodo di inattività.

La notte del 17 maggio 1944 Pesce, Di Nanni, Bravin e Valentino, partecipano ad un’azione di attacco contro la stazione radio EIAR sulla Stura, nei pressi di corso Giulio Cesare. Prima di farla saltare in aria disarmano i nove militi che la presidiano e, sulla promessa che non avrebbero dato l’allarme, salvano loro la vita. L’assalto riesce e l’antenna radio viene distrutta ma i gappisti, traditi da quegli stessi uomini a cui avevano appena salvato la pelle, vengono sorpresi da un intero reparto della Guardia Nazionale Repubblicana (GNR).

Nello scontro, i quattro rimangono tutti feriti, ma riescono a sganciarsi. Il più grave è proprio Dante Di Nanni, raggiunto da sette proiettili al ventre, alla testa e alle gambe. Riuscito a far perdere le proprie tracce insieme al compagno, Pesce, ferito ad una gamba, riesce a trascinare Dante in una cascina e, all’alba, a farlo trasportare nella base di borgo San Paolo. Qui un medico antifascista vede il ferito, ne ordina l’immediato ricovero in ospedale e Pesce lascia Di Nanni per organizzarne il trasporto. È la mattina del 18 maggio 1944.

Di quell’ultimo giorno del gappista Dante Di Nanni, di quelle che saranno le ultime speranze del giovane partigiano soccorso in quella cascina di via San Bernardino 14 parla proprio il dialogo che segue, ambientato durante le ultime ore che precedono la sua tragica fine, e tratto ancora una volta dal libro “Senza tregua. La guerra dei GAP” di Giovanni Pesce, il comandante “Ivaldi” del brano, lo stesso che aveva appena salutato l’amico ferito per cercare lui soccorso, non sapendo che non lo avrebbe rivisto mai più: al suo ritorno infatti i fascisti, avvertiti da una spia, stavano già sparando contro il gappista ferito.

“[…] “Sarà difficile,” dice Di Nanni, “ma qualche volta penso che sarà ancora più difficile quando

sarà finito. Vorrei vivere per vederlo.”

“È un grande partito il nostro,” dice Ivaldi.

“Si, ed è grande perché ci sono dei giovani come te.”

“Il partito conta molto sui giovani, non è vero?” chiede Di Nanni.

“Molto,” risponde Ivaldi.

“Anche per dopo,” mormora quasi tra sé Di Nanni, “certamente anche per dopo, quando la guerra sarà finita e ci vorrà tanta forza per rimettere tutto in piedi.”

“Si,” dice Ivaldi, “per oggi e per dopo.”

“Sai,” dice Di Nanni, “a volte credo che sarà ancora più difficile dopo. Adesso non facciamo che sparare e sappiamo che per i fascisti tra poco sarà finita. Dopo sarà una lotta diversa, ugualmente impegnativa ma più lunga, certo molto difficile.”

“Il partito,” risponde Ivaldi, “uscirà molto forte da questa battaglia. Oggi forma nuovi quadri per la lotta armata e questi uomini domani saranno dirigenti e militanti capaci di battersi in altre lotte magari pacifiche, ma ugualmente dure, ugualmente difficili. Ci vorranno infinite energie per creare un paese democratico, nuovo, diverso da quello che abbiamo conosciuto.”

“È strano,” osserva allora Di Nanni, “che noi due, ora, senza neppure sapere se stasera saremo ancora vivi, si parli di cose che riguardano domani, un domani forse così lontano.”

“Non è strano,” riprende ancora Ivaldi, “perché non parliamo soltanto per noi, parliamo anche per gli altri. E gli altri sono tanti, tutti quelli che come noi vogliono un paese diverso, nel quale si viva liberi.”

“Quando sarà finita con i fascisti e i tedeschi,” chiede Di Nanni, “saremo veramente liberi?”

“Saremo liberi di ricominciare a lottare per una vera libertà, che si ha quando ogni uomo ha e vale per quello che è.”

“Capisco,” dice Di Nanni, “allora per questo tu dici che è molto importante quello che facciamo ora?”

“È importante,” dice Ivaldi, “soprattutto perché, se oggi non facessimo nulla, non ci sarebbe mai un domani da cui cominciare a cambiare veramente le cose.”


Dante di Nanni, circondato da tutte le parti, decide però di non arrendersi e barricarsi piuttosto nell’abitazione: è l’inizio di una tenace difesa con tritolo, bombe a mano, e raffiche di mitra, che impedirà per ore alle forze nazifasciste accorse di completare la loro azione.

Intorno a mezzogiorno la notizia era già arrivata, creando viva eccitazione, nelle grandi fabbriche di Torino: “Stanno sparando contro le brigate nere in Borgo San Paolo”. In realtà erano i fascisti e i tedeschi che, con l’appoggio di un carro armato e di un’autoblinda, dalle 11 scaricavano gragnole di colpi contro le finestre del secondo piano dell’edificio. Dalla casa, ogni tanto, partivano brevi, precise raffiche di mitra e qualche lancio di bombe a mano. Ad un certo punto una carica di tritolo bloccò anche il carro armato.

Solo dopo lunghi combattimenti, condotti da soverchianti forze nemiche – che nel frattempo avevano ottenuto anche l’appoggio di altre sopraggiunte – contro il solo, intrepido partigiano, i fascisti riuscirono a mettere a tacere le mitraglie del giovane, dotato di poche munizioni: i colpi che arrivavano dalla casa si fecero infatti sempre più radi e ad un tratto, da un balcone dello stabile, apparve la figura di un uomo. Il giovane si avvicinò vacillando alla ringhiera, levò in alto il pugno chiuso in un ultimo gesto di sfida e si lasciò cadere nel vuoto. Così morì Dante di Nanni, già pochi giorni dopo proclamato “Eroe nazionale” dal Comitato militare del CLN regionale piemontese e, una volta finita la guerra, il 3 luglio 1945, insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria.

Nel 75° anniversario del barbaro assassinio, la Federazione Giovanile Comunista Italiana rende oggi omaggio al compagno Dante Di Nanni, ricordandolo attraverso le sue eroiche gesta, immortalate nell’omonimo celebre brano degli Stormy Six che tanto lo rese famoso e conosciuto a quelle generazioni che si lasciavano ormai alle spalle quel tremendo secondo conflitto mondiale e l’incubo del nazifascismo.