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Scuola di classe, censura di regime

di Amedeo Salice, Segretario FGCI Catania

Quanto accaduto la settimana scorsa a Palermo ce lo dimostra: la Scuola corre sempre più verso il baratro dell’annichilimento, con una carrozzeria fatta a pezzi negli anni e dei piloti folli che si alternano alla sua guida. La continua irreggimentazione e il contemporaneo svuotamento – dall’interno e dall’esterno, di forma e di contenuto – a cui è sempre più soggetto il comparto scuola non ci deve però stupire: basti prendere in esame le varie scelte politiche – e soprattutto economiche – relative a tale settore fatte negli anni dai governi di centrodestra e centrosinistra ieri e dal “Governo del cambiamento” oggi per comprendere facilmente come lo smantellamento della Scuola Pubblica nel nostro Paese non può che essere punto fondamentale dell’agenda di qualsiasi partito che fonda i propri interessi sul benessere non del popolo tutto, come alcuni presunti politici in questi anni hanno tentato di farci credere, ma di una ed una sola classe: quella borghese.

L’eliminazione della capacità critica di ogni giovane italiano, della capacità di ogni studente di riflettere e pensare è la conditio sine qua non per garantire e tutelare gli interessi di una piccola parte della nazione a danno di tutta la restante. Checché questa minoranza e i suoi protettori ne dicano, definendo in altri termini tali risultati poi come garanti di “pace sociale” e “stabilità” o tali riforme come “buone” e “meritocratiche”.

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Il caso dell’insegnante palermitana

L’ultimo caso, dicevamo poche righe più su, è quello della professoressa Rosa Maria Dell’Aira, la docente di italiano e storia dell’Istituto Tecnico Industriale “Vittorio Emanuele III” di Palermo vittima di un’ingiusta sanzione, a cui va tutta la nostra solidarietà. Il testo del provvedimento di sospensione nei suoi confronti accusa l’insegnante di “non aver vigilato” sull’attività dei suoi alunni quattordicenni, autori di un video proiettato in classe in cui si accostano i provvedimenti di Salvini a quelli del Duce. Insomma: di non aver impedito ai propri studenti di esprimere le proprie idee, sgradite a chi governa. Un’offesa gravissima per il potere.

Siamo di fronte ad un atto allucinante: un infame provvedimento da ventennio fascista, figlio del clima barbaro che si va affermando sempre più in questo Paese. Non può che essere questo il primo indizio della prova che parti dell’apparato del MIUR, attualmente sotto l’egida del leghista Bussetti, stiano introiettando uno spirito brutalmente censorio e repressivo.

Bisogna reagire subito. La scuola italiana ha bisogno di insegnanti colti, miti e aperti come la docente di Palermo, non di ignoranti burocrati smaniosi di farsi notare dal potente di turno. È necessario lanciare al più presto un segnale che contrasti la tendenza di alcuni settori della pubblica amministrazione ad operare servilmente, come braccio armato della destra che governa il Paese. La colonizzazione autoritaria della scuola non deve passare.

L’autonomia differenziata

Bisognerebbe però riprendere anche un altro argomento scottante e ancora molto attuale, un pericolo dietro l’angolo che non possiamo fare a meno di tener in considerazione: l’autonomia differenziata, quell’attacco feroce all’uguaglianza dei cittadini, alla democrazia, all’unità nazionale, ai diritti sociali che segna la continuità reazionaria tra la Lega nazionale e “sovranista” di Salvini e quella secessionista e padana di Bossi e Maroni; così come dimostra ancora una volta le enormi responsabilità del PD, colpevole di aver colpito la Costituzione con un ambiguo federalismo.

L’attacco all’istruzione pubblica è da questo punto di vista particolarmente significativo per la dimensione delle risorse in gioco ma ancora di più sul piano culturale. Colpire l’unità della scuola significa colpire il più grande fattore unificante del paese, significa ripiegare la cultura nazionale in particolarismi asfittici, significa fare a pezzi la parte di sistema pubblico più capillarmente presente sul territorio, su cui poi piccoli e grandi potentati potranno avventarsi. Non a caso si sottolinea nel disegno di legge la competenza regionale dell’alternanza scuola/lavoro, con buona pace del Movimento 5 Stelle, il quale si era espresso lo scorso anno a favore dell’abolizione di quest’ultima.

È la barbarie liberista della competizione tra territori il vero spirito di questa controriforma. E non sarebbe solo il Mezzogiorno, qualora si approvasse tale legge, ad uscirne distrutto: sarebbero anche le garanzie sociali per tutti i cittadini ed il contratto nazionale di lavoro ad essere significativamente colpiti.

Valutiamo in maniera fortemente negativa, come già detto in altra sede [1], il progetto di autonomia differenziata in quanto rientra pienamente nel disegno di aziendalizzazione della Scuola Pubblica: dall’incentivazione al suo interno della competizione non solo tra diversi istituti ma, addirittura, tra le varie regioni alle ripercussioni che potrebbe avere sulle decisioni riguardanti l’offerta formativa, sulla distribuzione dei fondi all’istruzione e i meccanismi di governance degli istituti scolastici e sulla formazione di Scuole ed Università (in cui sempre più si farà tangibile la differenza tra alcune di Serie A e altre di Serie B), mentre potrebbe mettere seriamente in discussione il valore legale del titolo di studio, favorendone addirittura il processo teso alla sua abolizione.

L’autonomia, difatti, non compirà l’opera di una diffusione radicata dell’istruzione su tutto il territorio nazionale, ma inasprirà piuttosto il divario tra le regioni più ricche e le aree economicamente più depresse del Paese. Il comparto scuola verrebbe dunque a quel punto a trovarsi esentato dal suo compito primario, volto all’istruzione di massa e indirizzato alla formazione di un sapere critico, favorendo piuttosto un processo teso alla realizzazione di un’istruzione elitaria, per pochi, intrisa di un sapere soltanto nozionistico.

Secondo gli esecutori l’autonomia sarà “agganciata ai bisogni delle varie realtà”. Collegare il sapere alle realtà territoriali in un primo momento sembrerebbe una scelta abbastanza sensata; ma così non è. In che modo si desidera agganciare nella pratica l’istruzione teorica, all’interno di questo quadro normativo, alle specificità territoriali? Ovviamente, attraverso la sua subordinazione alle imprese, incentivando un’istruzione appiattita nello svolgimenti di compiti standardizzati e funzionali all’offerta di lavoro nelle varie imprese territoriali. Nella sostanza, potenziando le pratiche ed i programmi dell’alternanza scuola-lavoro, ora conosciute come competenze trasversali per l’orientamento, trasformando di fatto l’istruzione in un’agenzia di selezione del personale.

È pertanto necessario, dal Nord al Sud del Paese, aprire una grande campagna di denuncia di questo scempio. Già da tempo operiamo al fine di arginare questo disegno di legge e smascherare altre simili proposte criminali. Riteniamo inoltre che ogni forza politica ed ogni parlamentare deve essere posto di fronte alle proprie responsabilità, da chi ha votato l’attuale governo a chi ha fatto ben poco – o addirittura nulla – per contrastarlo o prevenire la sua ascesa.

L’università [2]

Anche l’università non vive (meglio: continua a non vivere) i suoi giorni migliori in questa – nuova? – fase politica. Il decreto del ministro Bussetti con cui si determinano “i punti organico” rappresenta la perfetta continuità del cosiddetto “Governo del cambiamento” con le peggiori politiche sull’università degli esecutivi precedenti, rese anzi così ulteriormente devastanti. Gli atenei del Mezzogiorno vanno a perdere in tal maniera 85 punti organico, mentre i soli atenei milanesi ne guadagnano 84 a fronte dei 140 di tutto il Nord; altri 55 sono sottratti alle regioni del Centro Italia. Particolarmente colpite risultano la Sicilia, Napoli e Roma.

La perdita di tali punti si traduce nei fatti nello spostamento da Nord a Sud di centinaia di posti di lavoro assegnati ai ricercatori, in un quadro nazionale complessivo di sottosviluppo e sottofinanziamento del sistema universitario. Si va in questo modo verso l’accelerazione di un processo – già in corso da tempo – di concentrazione al Nord delle risorse disponibili e di desertificazione dell’alta formazione e della ricerca al Sud.

Se tra i criteri decisivi per scalare la classifica degli atenei virtuosi spicca inoltre l’alto livello di tassazione, ci rendiamo facilmente conto di come tutti gli utenti delle numerose facoltà italiane vengano colpiti, mentre si favorisce una rincorsa devastante tra gli atenei ad aumentare le tasse per gli studenti.

In concomitanza con quello della Scuola, ci ritroviamo così di fronte ad un preciso progetto di rottura del sistema universitario nazionale, di inasprimento delle disuguaglianze, di feroce selezione di classe, di attacco al diritto allo studio. Come del resto dimostrano altre proposte leghiste, dalla regionalizzazione delle competenze all’abolizione legale del titolo di studio. Non si può che definire imbarazzante su tali vicende il silenzio del M5S che, come già detto, in un recentissimo passato si faceva portavoce di posizioni addirittura opposte a quanto invece sta contribuendo a realizzare all’interno dell’attuale governo, al giogo di Salvini.

Anche in questo ambito è ora di dire basta, è ora che negli atenei si riapra un ciclo di lotte contro questa politica che sta distruggendo l’università pubblica del nostro Paese.


Gli scioperi dei lavoratori della scuola a cui abbiamo partecipato lo scorso 10 e 17 maggio, i quali hanno avuto al loro centro la questione retributiva, il precariato, la mobilità, le forme di reclutamento e l’opposizione al progetto leghista di autonomia differenziata, nonostante la grave assenza di Cgil, Cisl, UIL, Snals e Gilda (sindacati che hanno preferito revocare lo sciopero e accontentarsi della firma con il Governo, lo scorso 24 aprile, di un esile documento privo di contenuti credibili, specialmente sulle risorse disponibili per retribuzioni e organici, oltre che pieno di sin troppe vaghe parole sull’autonomia differenziata) e nonostante non sia stata raggiunta una convergenza tra l’USB (che ha proclamato lo sciopero per il 10 maggio) e i Cobas e altre componenti sindacali (che lo hanno confermato per la giornata del 17), ci hanno dimostrato che le tentate manovre di smantellamento dell’apparato educativo pubblico non sono passate inosservate. Nemmeno gli studenti, scesi in piazza lo scorso 22 febbraio e in numerose altre occasioni a seguire (anche a fianco dei lavoratori), sono più disposti a chinare la testa e tacere.

Il momento di agire è adesso. Contro lo smantellamento di Scuola e Università, contro l’autonomia differenziata, contro una scuola di classe e la censura di regime.

Per un’Istruzione pubblica, gratuita e di tutti.


NOTE:

[1] Salvatore Ferraro, Istruzione. Non il primo né l’ultimo voltafaccia., https://www.fgci.info/2019/05/03/istruzione-non-il-primo-ne-ultimo-voltafaccia/, 3 maggio 2019.

[2] Luca Cangemi, Università, il governo prepara nuove discriminazioni, https://www.ilpartitocomunistaitaliano.it/2019/05/15/universita-il-governo-prepara-nuove-discriminazioni/, 15 maggio 2019.