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Piove ancora su Piazza della Loggia.

di Amedeo Salice, Segretario FGCI Catania

Erano le 10.12 del 28 maggio 1974. Piazza della Loggia, a Brescia, nonostante la pioggia a dirotto è piena di compagni appartenenti a svariate organizzazioni dell’epoca: dai sindacati confederali ai gruppi extraparlamentari. C’erano tutti quel giorno in piazza, quella mattina scesi con diversi cortei verso lo spiazzo principale della città per il comizio organizzato dai sindacati confederali e dal Comitato Antifascista. La manifestazione era stata indetta per rispondere in maniera decisa al clima di paura provocato da diversi attentati e violenze fasciste avvenute in quel periodo in città. Tra questi, episodio più noto è di certo quello che avvenne pochi giorni prima della strage, nella notte tra il 18 ed il 19 maggio, riguardante il neofascista Silvio Ferrari di Ordine Nuovo il quale, mentre trasportava un ordigno, saltò in aria in piazza Mercato, in pieno centro, insieme alla sua Vespa.

All’improvviso lo scoppio di una bomba interrompe il comizio: 8 morti e più di 100 feriti. Immediatamente è chiara a tutti la matrice di quell’attentato. A molti è chiaro anche il mandante. E per coloro ai quali il mandante non fosse chiaro subito arriva un suggerimento da parte del vice-questore di Brescia che, dopo il boato, il panico, il fuggi-fuggi disordinato, l’evacuazione dell’intera piazza compie un gesto eloquente, ordinando ai pompieri di pulire detriti e sangue dal selciato, distruggendo così la possibilità di raccogliere reperti importanti per le indagini e i riscontri probatori.

Il mandante è lo stesso della strage di piazza Fontana a Milano. Il mandante è la Democrazia Cristiana, malsano cancro annidatosi nello Stato italiano. A dimostrazione di ciò, non solo la distruzione immediata di parte delle prove col lavaggio della piazza da parte di una “istituzione democratica”, ma decenni di depistaggi, false testimonianze, fughe di indagati e smarrimenti di prove; oltre alla responsabilità dell’allora capitano dei carabinieri Delfino (che condusse poi una brillante carriera nell’Arma diventando generale) e di alcuni neofascisti risultati a libro paga dei servizi segreti italiani e statunitensi. Quarantacinque anni di processi che ancora non sono giunti ad individuare con chiarezza i responsabili. In un periodo storico caratterizzato da una forte messa in discussione del sistema politico ed economico dominante da parte dei movimenti antagonisti di studenti e operai, la strage di piazza della Loggia, insieme a quelle di piazza fontana, di Bologna (1980), del treno Italicus di pochi mesi dopo e di molte altre, fu parte della risposta del potere criminale che avvinghiava il nostro Stato, realizzata dai servizi segreti di questo e dai suoi servi neofascisti: la cosiddetta “Strategia della tensione”. Bombe, attentati, aggressioni, tutte col medesimo fine: seminare terrore e panico per stabilizzare e legittimare un potere e un ordine forte ed autoritario, in risposta alla crescente conflittualità sociale e al pericolo rosso costituito dalla crescita di consenso politico ed elettorale delle masse verso il PCI.

Ancora oggi non a caso le istituzioni pare quasi che dimentichino di commemorare nell’adeguata maniera tali avvenimenti, eliminando spesso dalle celebrazioni ufficiali degli anniversari degli stessi il carattere conflittuale di cui essi sono intrisi. Gli interventi che negli anni si susseguono dai palchi sono sempre gli stessi, volti a rappresentarci una falsa memoria condivisa, fatta di riconciliazione e pacificazione, sostenendo che “i morti sono tutti uguali” e che di fronte a queste tragedie non possono esistere divisioni. Narrazione mistificante e confusa sul piano storico-culturale, la quale getta nell’unico calderone del terrorismo e delle sue vittime fenomeni sociali radicalmente differenti come il terrorismo fascista, lo stragismo di stato e la lotta armata di sinistra. Una costruzione che ha trasformato le commemorazioni tutt’al più in liturgie.

Inutile dunque appellarsi ancora oggi ai tribunali per chiedere verità e giustizia per i morti delle stragi fasciste degli anni passati. Bisogna piuttosto fare appello alla coscienza di ogni sincero antifascista, impegnandoci in prima persona per ricostruire la memoria storica, riappropriandoci del patrimonio di lotta e della pratica dell’antifascismo militante che ci ha lasciato in eredità la Resistenza.

Tenendo ben presenti tali obiettivi, che da sempre ci appartengono, la Federazione Giovanile Comunista Italiana ricorda oggi il vile attentato neofascista che, 45 anni fa, sconvolse l’Italia. E che rimane oggi ancora impunito.