Home Home In Alto a Sinistra: “Quello come noi”

In Alto a Sinistra: “Quello come noi”

di Giuseppe Provenzano, FGCI Palermo

“Ragazzi, oggi il professore ritarda cinque minuti.” comunica il bidello facendo capolino in classe.
“Vabbe’, non è la prima volta.” pensano i ragazzi.
Poco più tardi si sente il rumore di una macchina che posteggia, ed in classe entra un ragazzotto poco meno che trentenne, chitarra in spalla, barba e capelli lunghi. Insegna italiano, e comincia a parlare di Dante. Spiega l’Inferno. Ed ai suoi alunni racconta di quanto quell’inferno sia vicino. Sì, non proprio quello di Dante, con il conte Ugolino a rosicchiare la testa dell’arcivescovo Ruggeri.

Lui, il professore, racconta dell’Inferno dei giorni nostri, di disoccupazione, borghesia, neofascismo e bombe. E lo fa con una lucidità che, dai più superficiali, verrebbe definita “pessimismo”, quasi come un Leopardi moderno. Effettivamente c’è un fondo di verità: nei suoi racconti non c’è spazio per il pessimismo. Si parla di realismo, esattamente come Leopardi. È la seconda volta in poche ore che spiega l’Inferno. La prima lezione l’aveva tenuta qualche ora prima, con un metodo pedagogico abbastanza sui generis: con una chitarra a tracolla, mettendo in versi quella cosa pazza e strana che chiamiamo vita (o mondo, fate voi). Dentro quei versi accompagnati dalla chitarra, però, non ci sono solamente canzoni, no.

C’è una enorme urgenza comunicativa, un grande bisogno di raccontare delle storie. Anzi, di raccontare il suo ed il nostro tempo. Ecco, in questo Claudio Lolli non è stato secondo a nessuno. Perché fin dagli inizi ha raccontato frammenti di vita, venti rivoluzionari e militanza politica. Il primo periodo della sua carriera lo vede alla Emi, la casa discografica che produrrà, fra gli altri, “Aria” di Alan Sorrenti, “Opera Buffa” di Guccini e, più in là, due capolavori come “Nero a metà” e “La voce del padrone”.

È il 1972 e Lolli pubblica “Aspettando Godot”, suo esordio. A questo album seguono “Un uomo in crisi. Canzoni di morte. Canzoni di vita” e “Canzoni di rabbia”. Tutti e tre i dischi affiancano, ad una musica da cantautore duro e puro, un folk acustico, dei testi che alternano alla zampata del poeta, per l’eleganza dei versi, la fucilata del compagno, per i contenuti spiccatamente politici. Arriviamo al ’76 con quei tre album all’attivo, ma di successo nemmeno l’ombra. Non che Lolli lo cercasse a tutti i costi, soprattutto se avesse voluto dire snaturarsi poeticamente, ma la Emi mugugnava. Certo, ogni tanto passavano in radio “Borghesia” e, soprattutto, “Michel”, ma avviene davvero poche volte e, soprattutto, non passano nient’altro. Ma è proprio nel ’76 che succede un fatto. Il crescente subbuglio generazionale, che già da qualche tempo infiammava le nostre strade, deflagra definitivamente in quell’anno, spinto dalla nascita delle prime radio libere. Ovviamente Lolli, con i suoi testi impegnati ed il mai nascosto disappunto verso il potere costituito dell’industria discografica, ci mette poco e nulla a diventare una stella polare nelle scalette delle radio libere.

E proprio nel ’76, il cantautore bolognese esce con “Ho visto anche degli zingari felici”. Arriva un successo enorme, con un album che abbina jazz e progressive all’attualità, al genius locii: se volete capire cosa sono stati gli anni ’70 nel mondo, basta sentire “Smoke on the water”: sta tutto in quella dissonanza in Sib del riff. Se volete capire cosa sono stati gli anni ’70 in Italia, sentite “Piazza bella piazza” e capirete. Capirete l’umore politico e l’umore civile di quel periodo.
L’anno seguente Lolli torna con “Disoccupate le strade dai sogni”, inciso per la Ultima Spiaggia, un’etichetta indipendente. Dell’esperienza alla Emi resta “Autobiografia industriale”, affresco spietato e caustico di un mondo discografico già totalmente votato a fare soldi anche a discapito della qualità. Negli anni successivi le vicende discografiche di Lolli trovano alterne fortune.

Lui si dedica anche al teatro, “montando” i suoi brani con parti recitate o rivestendoli di nuovi abiti (piccolo gioiello è “Ho visto anche degli zingari felici” rifatto con Peppe Voltarelli ed il Parto delle nuvole pesanti). L’ultimo lampo di classe di una carriera vissuta interamente “dalla parte del torto” arriva qualche anno fa: con “Il grande freddo”, infatti, Lolli vincerà il Premio Tenco come miglior album dell’anno, riconoscimento meritatissimo per chi, nella sua vita artistica e professionale, non ha fatto altro che cantare e raccontare “quelli come noi”.
Ah, giusto per informazione: l’album è stato prodotto in crowfunding. Alla fine, ha avuto ragione lui. È che si tratta di scegliere cosa raccontare. E soprattutto come vuoi farlo. Puoi raccontare un amore stupido, lungo il tempo di una canzonetta, fare quanti più soldi possibile e passare via, scorrere come mille altri artisti. O puoi raccontare l’amore vissuto, l’amore che riscalda dal “grande freddo” in cui viviamo. Puoi leccare il potere che ti sta attorno. O puoi strappare ad unghiate la cortesia ipocrita e pelosa della borghesia.
Puoi decidere di vedere degli zingari felici anche quando la felicità è un lusso che non ti aspetti consumato da loro.
Si tratta di scegliere fra le “magnifiche sorti e progressive” di una capitalistica “‘obesità senza fine” o decidere di crescere alle pendici di un vulcano, nonostante tutto, aspettando un “primo maggio di festa”.
Scegliere fra il rifiutarsi di sgomberare le strade dai sogni ed il continuare, inconcludentemente, ad aspettare Godot.

Scegliere di parlare solo perché si ha qualcosa da dire, qualcuno da difendere, la voce da prestare.
Per fortuna, nonostante la “lepre pazza” se ne sia andata, ci sta ancora una “canzone scritta su un muro”.

Cercatela e leggetela, magari cantatela anche.
Probabilmente starete meglio.