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Università delle Truffe di Catania

di Amedeo Salice, Segretario FGCI Catania

“Era ora”.

È con queste due sole parole che molti degli studenti universitari con cui abbiamo avuto il piacere di discutere in questi giorni circa la vicenda che andiamo adesso qui di seguito a raccontarvi ci hanno dato risposta. Ma è proprio dietro queste due parole che si nasconde tutta la stanchezza, la sofferenza e l’impotenza di chi, avendo deciso di sacrificare i migliori anni della propria giovinezza per garantirsi una maggiore cultura e, un domani, un lavoro dignitoso, è costretto invece ad affrontare quotidianamente tutte le storture di un sistema marcio e corrotto: quello universitario.

Ed è triste apprendere poi, dai più grandi tra loro, come tale sistema vada così avanti ormai da parecchi anni. Inalterato nella sua struttura, lubrificato nei suoi ingranaggi dall’interesse privato e dal clientelismo più becero e malsano. Volutamente celato da tutti coloro i quali in questi anni da esso ne hanno tratto in un modo o nell’altro beneficio (o da chi ha evitato, non ostacolandolo, di trarne danno): dai semplici docenti a quelli con ruoli di direzione, dal rettore e fino, probabilmente, ad alcuni dei rappresentanti degli studenti.

Ma andiamo ai fatti.

All’alba dello scorso 28 giugno dai cancelli di diverse sedi dell’ateneo catanese hanno fatto capolino gli agenti della Digos. Fatto insolito, se non fosse che nell’ambito dell’operazione “Università Bandita”, coordinata dalla Procura della Repubblica di Catania, sono scattate le indagini e sono stati sospesi dal Gip con un provvedimento di interdizione dai pubblici uffici – nonostante la richiesta d’arresto ai domiciliari per tutti i coinvolti nella vicenda da parte della Procura – 9 docenti dell’Ateneo catanese (l’ex rettore Francesco Pignataro, il prorettore Giancarlo Magnano San Lio e i capi dipartimento di matematica, economia, scienze biomediche, scienze biologiche, giurisprudenza, l’ex capo dipartimento di scienze politiche, il presidente del coordinamento della facoltà di medicina) ed il rettore dello stesso, Francesco Basile. Tutti professori con posizioni apicali all’interno dei Dipartimenti dell’università di Catania.

Tutti gli indagati sono ritenuti responsabili di associazione per delinquere e, a vario titolo, corruzione, induzione a dare e promettere utilità, falsità ideologica e materiale, turbata libertà del procedimento di scelta del contraente, abuso d’ufficio, truffa aggravata e turbativa d’asta. Questi i reati loro contestati. Al centro delle indagini 27 concorsi che, secondo l’accusa, sarebbero stati truccati: 17 per l’assegnazione di posti come professore ordinario, 4 per professore associato e 6 per ricercatore. La Digos della Questura di Catania, oltre ai 27 concorsi ritenuti ‘truccati’, sta svolgendo indagini su altre “97 procedure concorsuali sulle quali sussistono fondati elementi di reità circa la loro alterazione”.

Ma lo scandalo promette di avere proporzioni ben maggiori: nel fascicolo sono iscritti complessivamente 66 indagati, 40 professori dell’Università degli Studi di Catania (tra cui anche i vincitori dei concorsi truccati) e altri 20 appartenenti agli atenei di Bologna, Cagliari, Catania, Catanzaro, Chieti-Pescara, Firenze, Messina, Milano, Napoli, Padova, Roma, Trieste, Venezia e Verona, coinvolti in quanto membri “selezionati”, in questi anni, delle commissioni esaminatrici ‘ad hoc’ dei concorsi di cui sopra. Oltre che, a vario titolo, altre sei persone collegate con l’ateneo catanese (tra cui anche Vincenzo D’Agata, ex Procuratore di Catania).

Nella tempesta mediatica che si è scatenata di lì a poche ore sin dall’inizio è stato chiaro ciò che è affiorato a galla, dopo anni ed anni di silenzio: un vero e proprio “codice di comportamento sommerso” operante in ambito universitario, secondo il quale gli esiti dei concorsi dovevano essere predeterminati dai docenti interessati. Nessuno spazio dunque lasciato a selezioni meritocratiche e nessun ricorso amministrativo presentabile contro le decisioni degli organi statutari.

Le decisioni del gruppo, finalizzate all’alterazione del naturale esito dei bandi di concorso, venivano prese in merito al conferimento di assegni, borse di studio, dottorati di ricerca, all’assunzione del personale tecnico-amministrativo e la composizione degli organi statutari (consiglio di amministrazione, nucleo di valutazione, collegio di disciplina).

«I concorsi – spiega durante la conferenza stampa il magistrato Marco Bisogni – venivano costruiti con metodi sartoriali. Decidendo a priori chi doveva vincere. In alcuni casi prima si indicava il vincitore e poi veniva stilato il bando».

Un ruolo decisivo, stando a quanto raccontano gli investigatori, lo avrebbero avuto anche i 20 professori appartenenti ai vari atenei italiani coinvolti nell’inchiesta, chiamati all’epoca a comporre le commissioni di valutazione.

Dalle indagini – avviate nel luglio 2015 dalla Digos della Questura di Catania a seguito di una querelle nella quale si accusavano vicendevolmente di appalti truccati Lucio Maggio (ex direttore amministrativo generale dell’Ateneo) e l’ex rettore Pignataro; e conclusesi nel marzo dello scorso anno – traspare chiaramente un sistema tanto illegale quanto al suo interno ben regolarizzato e ormai normalizzato: secondo quanto accertato, infatti, le regole del codice avevano un preciso apparato sanzionatorio, con violazioni punite in ritardi nella progressione in carriera o esclusione da ogni valutazione oggettiva del proprio curriculum scientifico.

È proprio su questo ultimo aspetto che l’inchiesta si è allargata alle altre università italiane perché, spiega la procura, «i docenti, nel momento in cui sono stati selezionati per fare parte delle commissioni esaminatrici, si sono sempre preoccupati di non interferire sulla scelta del futuro vincitore compiuta preventivamente, favorendo il candidato interno che risultava prevalere anche nei casi in cui non fosse meritevole». Commento questo che ci porta a sospettare che possano esserci stati addirittura dei favori tra università appartenenti a province e regioni diverse.

Un sistema, questo, per i pm, che aveva a capo l’attuale rettore Francesco Basile ma, come promotore, il suo predecessore, Francesco Pignataro. «L’estrema pericolosità e la piena consapevolezza delle gravi illiceità commesse dal gruppo spinto da finalità diverse dalla buona amministrazione e volto, al contrario, alla tutela degli interessi di pochi privilegiati che condividono le condotte criminali dell’associazione a delinquere in parola, emergono inoltre dalle raccomandazioni dei sodali di “non parlare” telefonicamente o dalla volontà palesata di effettuare delle preventive “bonifiche” degli Uffici pubblici per ridurre il rischio di indagini e accertamenti nei loro confronti», sostiene uno degli investigatori. «Subito dopo l’elezione bulgara di Basile (avvenuta a febbraio 2017) il nuovo rettore, incontrando nella sua stanza Pignataro, chiedeva se i locali erano bonificati dall’eventuale presenza di cimici», racconta un dirigente della Digos, illustrando alcuni particolari.

Fondamentali a nostro avviso, per comprendere a fondo la questione, le dichiarazioni rilasciate durante la conferenza stampa dal Procuratore della Repubblica di Catania Carmelo Zuccaro, il quale non usa mezze misure nella denuncia di un sistema clientelare di vaste proporzioni ormai annidato da anni all’interno dell’ateneo catanese, ove lo strapotere dei baroni si intrecciava a cerchie di potere: «Un sistema squallido e un malaffare diffuso che colpisce tutti i vertici. Gli stessi che condizionavano non solo i concorsi ma anche le principali nomine. […] L’indagine ha consentito di svelare un sistema di nefandezze che purtroppo macchia in maniera veramente pesante il nostro Ateneo perché coinvolge tutti i personaggi di maggiore responsabilità al suo interno. Abbiamo accertato che questo sistema ha inquinato il sistema di votazione all’interno dell’Ateneo per la nomina del rettore e per la nomina degli organi più importanti. A cascata questo sistema si é perpetuato per condizionare numerosi concorsi di tutti i dipartimenti. Un sistema che non esito a definire squallido perché le persone che vengono proposte non sono le più meritevoli per aggiudicarsi il titolo. Quando qualcuno ha il coraggio di proporsi come candidato per questo posto nonostante il capo del dipartimento abbia deciso che non sia venuto il suo momento, queste persone vengono fatte oggetto di critiche pesanti, addirittura di ritorsioni da parte del capo del dipartimento. […] I fatti sono estremamente gravi e certamente non fanno onore a persone che dovrebbero appartenere al mondo della cultura: cultura che non può soffrire l’adozione di sistemi clientelari e non basati sul merito per potersi perpetuare. Una cultura che si basa su questi sistemi è una cultura destinata a rimanere sterile e a perseguire più esigenze clientelari che non esigenze di progresso e di sviluppo della nostra società».

Qui il video integrale della conferenza stampa:

Una “Università bandita” davvero, insomma, dove i baroni degli atenei continuavano a farla da padroni dettando l’agenda politica delle clientele, calpestando e massacrando onesti lavoratori e l’intero corpo studentesco, soffocando di continuo la meritocrazia.


LE INTERCETTAZIONI

Qui il video integrale per sentire tutte le intercettazioni:

L’aspetto forse più deplorevole di tutta la vicenda è proprio quello che riguarda le intercettazioni telefoniche e ambientali tra i membri della cricca coinvolti nello scandalo, da cui si evince tutta la brutalità di un sistema teso per intero a coltivare gli interessi personali dei pochi a danno invece della cultura, del lavoro e della – mancata – meritocrazia meritata dai molti; a danno di tutti quegli onesti lavoratori e studenti che frequentano quotidianamente l’ateneo, tra mille sacrifici di ogni genere.

Assistiamo così a conversazioni dai toni divertiti, altre dagli accenti più duri.

«Ne ho uno al giorno che viene per un problema di parentela, perché poi alla fine siamo tutti parenti – dice intercettato Basile – Alla fine l’Università nasce su una base cittadina abbastanza ristretta, una specie di élite culturale della città perché fino a adesso sono sempre quelle le famiglie…». Un sistema clientelare che si sarebbe annidato nell’ateneo etneo. Che tutto andasse come doveva andare, lo confermerebbe un dialogo tra il rettore e il presidente della facoltà di Medicina Giuseppe Sessa: «È passato quello che doveva passare – afferma – Non ci sono stati problemi».

E chi «doveva passare», in certi casi, sarebbe stato anche rassicurato. Come nell’intercettazione in cui Barone spiega al candidato prescelto che «il concorso è bello tosto perché ci sono dieci domande con sette idonei fra cui lei. Quindi ci vuole la preselezione… Ora mi faccio dare l’elenco tutto e vediamo chi sono questi stronzi che dobbiamo schiacciare».

Toni astiosi non solo all’esterno ma, qualche volta, anche all’interno dello stesso sistema. «Un vecchio delinquente» è la definizione che usa il direttore dipartimento Matematica e Informatica Giovanni Gallo per descrivere Basile. «Oggi mi ha fatto girare le scatole». Il motivo sarebbe l’insistenza del rettore per «uno che gli devo fare il concorso. Gli ho detto – riferisce Gallo –  “Io glielo faccio il concorso, ma questo viene dopo molto altri. Chiami tutti i concorsi per gli altri e io glielo faccio”». Di fronte a questa risposta, Basile avrebbe chiesto a Gallo di trovare una soluzione ma lui avrebbe rilanciato la palla al mittente spiegando al suo interlocutore che «questi qua capiscono solo i rapporti di forza. Sono persone di potere».

Delle persone di potere di cui si parla non abbiamo nessuna traccia, a quanto pare, nelle indagini, anche se i nomi li immaginiamo: sono quelli dei padrini e padroni, dei protettori politici di un sistema perverso che sguazza nella clientela, che trae le sue origini dagli apparati “fornitori di servizi” risalenti alla Prima Repubblica e che si è rinnovato dopo la fine di questa trovando nuovi e più ampi margini di manovra nelle segreterie politiche dei partiti di centrodestra e centrosinistra che, qui in Sicilia ancor più che altrove, mostrano tutta la propria brutalità nella gestione di un sistema corrotto e privo di qualsiasi contenuto non solo ideologico, ma anche istituzionale.

Non ci dovrebbero più di tanto dunque sorprendere i concorsi che sarebbero stati cuciti addosso ad alcune persone, come degli abiti confezionati su misura. «Quello di Libra non è chiuso – risponde Drago su domanda diretta di Basile – Devo fare un intervento su Mariano perché ha obbligato la sorella, ritengo, a presentarsi al concorso di Libra senza speranza. Gli ho detto – riferisce il direttore del dipartimento di Scienze biomediche – “Scusami Lucia, insomma, questo è il concorso di Massimo non è che hai speranza!”». Do ut des, niente viene fatto per nulla. «Cazzo io mi sono spaccato il culo per te… Per farti avere questo posto di ordinario… Ora tu cazzo mi vieni incontro a me». A rivendicare l’impegno profuso è il direttore del dipartimento di Scienze geologiche Carmelo Monaco che, parlando con la sua interlocutrice, fa riferimento anche a «un cretino» che si sarebbe presentato a un concorso non pensato per lui. «Vabbè – dice con tono rassicurante – lo distruggeremo, è un uomo finito. Non c’è problema, lo odiano tutti ormai. Tranquilla: hanno pestato la merda, ora se la piangono!». Queste le parole del prof. Monaco, commentando l’operato di un candidato che aveva presentato ricorso, che sarebbe stato poi minacciato di ritorsioni nei confronti della moglie e che non avrebbe mai – queste le minacce – più fatto parte di una commissione. Non ci stupiscono infatti le parole della magistrata Raffaella Vinciguerra, durante la conferenza stampa, quando dice che «In questo sistema andavano avanti i figli dei figli in una cultura generale paragonabile a quella delle associazioni mafiose».

Altra conversazione piena di ilarità – certamente non la nostra – è quella che avviene qualche giorno prima della convocazione del Senato accademico per la nomina dei consiglieri. «Ora c’è il problema di come organizzare. Poi le votazioni perché certo… Ma dice [riferendosi a Basile] “Ma io ora me li devo incontrare tutti, secondo te? Ma io gli posso parlare al telefono?” Non è un’attività illegale, insomma, allora sai che fai? Gli fai una telefonata e gli preannunci un bigliettino». A questa proposta Basile, stando a quanto riporta Pignataro al suo interlocutore, avrebbe risposto: «Buono, buono, così mando un autista in giro con tutte queste buste».

Il Consiglio d’Amministrazione dell’Ateneo sarebbe dunque stato deciso a tavolino dall’ex rettore Giacomo Pignataro e dall’attuale rettore Francesco Basile. Da quanto emerso dalle indagini infatti l’attuale Rettore e il precedente avevano già in mente i nomi da far votare agli altri docenti, e avrebbero poi utilizzato come bracci operativi in quell’occasione i professori Sessa (Medicina) e Drago (BIOMETEC), che una volta ricevuti i pizzini li avrebbero distribuiti a tutti i votanti.

A raccontare poi come si sarebbe svolta la riunione è stata Michela Cavallaro, direttrice del dipartimento di Economia e Impresa, che rivela come sarebbero stati proprio i due Direttori di Area Medica ad indicare agli altri direttori di dipartimento chi avrebbero dovuto votare. E tutto questo attraverso dei fogliettini, dei pizzini, un po’ come quelli che si usavano a scuola per copiare. «È stata una cosa molto pasticciata questa riunione. Cioè, la riunione è andata bene, l’unica cosa è che poi queste indicazioni specifiche sono state date ai direttori di area medica o attraverso un foglietto… sì a me mi hanno dato col foglietto… oppure verbalmente però magari con delle cose strane. Praticamente – continua – quelli che avevano candidati nel dipartimento dovevano votare per altri, per cui qualcuno diceva: “Ma scusate, ma io che ho il mio perché non lo posso votare? No!”». Che a tirare le fila ci fosse il rettore viene confermato dal direttore del dipartimento di Matematica e Informatica Giovanni Gallo. «Basile li ha benedetti tutti e quattro, quindi abbiamo obbedito al rettore. Questo è quello che abbiamo fatto, una maggioranza bulgara nella volontà del Rettore».

Così, il nuovo rettore viene eletto. Un involontario contributo a chiarimento sull’andamento delle elezioni arriva anche da un’intercettazione di Uccio Barone, l’ex direttore del dipartimento di Scienze politiche. «Abbiamo votato con i pizzini, in piena democrazia. Ho raccontato quell’aneddoto di Giolitti che cercava chi non lo aveva votato. È finita bene, diciamo alla Stalin. Abbiamo fatto prima la riunione come nel peggiore sistema democristiano e quindi si è fatto il Consiglio di amministrazione».

Non sarebbero esenti da questa pratica nemmeno i rappresentanti degli studenti nelle vesti di alcuni senatori accademici, nonostante tale dato sia ancora tutto da accertare. Ma su questo torneremo.


Il verbale del Senato Accademico.

QUEL GIORNO IN SENATO ACCADEMICO

Era il 23 febbraio 2017. Si riunì in quella data il Senato Accademico per discutere, tra i vari punti all’ordine del giorno, anche della costituzione del Consiglio d’Amministrazione dell’Ateneo. Ve lo abbiamo raccontato poco sopra: la scelta dei nomi fu inquinata dai “pizzini” che erano stati fatti girare per l’occasione. Presenti in quella seduta erano anche 6 rappresentanti degli studenti. Tutti legati, chi in un modo chi in un altro, ad associazioni studentesche cui dietro spesso si nascondono determinati ambienti politici, di centrodestra e di centrosinistra; e dentro i quali spesso tali “rappresentanti” giocano a far carriera per poi accedere al mondo della politica. Giusto per fare un esempio, ad oggi, ritroviamo uno dei nomi in lista a ricoprire il ruolo di coordinatore per la Lega Giovani in Sicilia Orientale. Ma non è questo il punto. Tra i tanti articoli letti sulla vicenda ne troviamo addirittura uno[1] che sostiene come i pizzini siano stati consegnati anche ad alcuni di questi rappresentanti degli studenti «”che – sottolinea la Digos – non si sono sottratti a questa logica”». Premesso che tutto il ragionamento che andiamo adesso qui di seguito a sviluppare è frutto di nostre supposizioni, non ci stupirebbe però di avere un domani ragione nell’aver sostenuto di come tale vicenda non si sia sviluppata esattamente in maniera limpida, in questo ambito, anche per quanto riguarda il ruolo giocato dai rappresentanti degli studenti quel giorno presenti. Di fatto se i comunicati pubblicati in questi giorni da alcune di queste associazioni, le quali prendono distanza da quanto avvenuto, potrebbero essere garanti della reale correttezza tenuta dai loro membri quel giorno in Senato Accademico, di certo il silenzio assordante delle molte altre che continuano a tacere sul caso (come anche i singoli rappresentanti coinvolti, del resto) ci sembra, se non chiaramente una diretta ammissione di colpa, certamente qualcosa a limite del sospetto. “A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”, diceva qualcuno. E noi peccatori, in questo caso, lo vogliamo essere fino in fondo. Riportiamo qui dunque parte del verbale di quella seduta, in cui si elencano i membri del Senato Accademico presenti – inclusi i rappresentanti  degli studenti – e gli argomenti all’ordine del giorno da essi discussi.

Sarebbe del resto il caso di spendere con più attenzione qualche parola in più circa l’attuale situazione relativa alla rappresentanza studentesca nell’ateneo catanese. È con rammarico infatti che spesso notiamo come non pochi tra coloro i quali decidono di intraprendere tale genere di esperienza non siano altro che giovani arrivisti, ambiziosi carrieristi che utilizzano il mondo della rappresentanza nelle università non fosse altro che per scalare gerarchie di partito. Torniamo inoltre a far presente i forti legami tra le associazioni i cui membri si trovavano quel giorno in Senato Accademico e i partiti politici che governano o hanno governato a livello cittadino, regionale e financo nazionale. Gli stessi che si son fatti in questi anni promotori nella conduzione di una lotta spietata all’università pubblica, massacrandola, svilendola, tagliando risorse e privandola non solo della sua caratteristica di massa, ma anche di quella di massimo baluardo della cultura e di esempio meritocratico d’eccellenza per le classi dirigenti del domani.

Concediamo per adesso, fintantoché non sapremo nulla di nuovo dalle indagini in corso, il beneficio del dubbio sulla faccenda a quanti, tra associazioni studentesche e singoli rappresentanti, non si sono fino ad ora espressi, come anche a chi, tra loro, continua a sostenere la propria innocenza, nonostante oggi denunci e prenda le distanze da tale sistema mentre fino a ieri era in prima fila, ossequioso, nell’incontrare il rettore; forte del fatto che non risulti dalle indagini alcuno studente indagato. Per il momento, aggiungiamo noi.


I COMMENTI SULLA VICENDA

Non sono tardate ad arrivare, sin da poche ore dopo lo scoppio della vicenda, le dichiarazioni di numerose associazioni universitarie e non, degli studenti, dell’Università stessa ed anche del Ministro dell’Istruzione Bussetti.

Quest’ultimo, in un’intervista rilasciata al Messaggero, ha dichiarato che se tra gli indagati dovessero esserci dei colpevoli, spetterà alla magistratura appuralo. Il Ministero, intanto, si costituirà parte civile per richiedere il risarcimento dei danni ai professori di cui sarà verificata la responsabilità. Bussetti aggiunge inoltre che se alcuni concorsi dovessero risultare truccati, saranno annullati.

In relazione all’indagine “Università bandita” il direttore generale dell’Università di Catania, avvocato Candeloro Bellantoni, precisa invece a nome dell’ateneo quanto segue: “Attendiamo di conoscere meglio i contorni dei provvedimenti assunti dalla Magistratura e successivamente adotteremo gli atti necessari, di concerto con il ministero dell’Istruzione, università e ricerca”.

Più dura invece la posizione del Codacons, il quale paventa il rischio per tutti gli studenti che hanno in questi anni tenuto esami o discusso tesi di laurea con i professori coinvolti nello scandalo dei concorsi truccati di dover ripetere le prove sostenute. Pertanto si dice già pronto a dare battaglia contro la corruzione e le irregolarità emerse presso l’Università degli Studi di Catania e in altri atenei.

“È evidente che se professori senza alcun merito e nominati sulla base di atti illeciti hanno esaminato studenti durante esami e lauree, tutte le prove universitarie da essi vidimati decadono automaticamente, perché basati su un presupposto di illegalità – spiega il presidente nazionale, Carlo Rienzi – Gli studenti rischiano così di subire loro malgrado un danno enorme a causa dello scandalo portato alla luce dalla magistratura, e hanno tutto il diritto di rivalersi sui soggetti responsabili di tale situazione”.

Costituitosi parte offesa nell’inchiesta penale, il Codacons chiederà quindi di valutare l’illegittimità di esami e lauree che vedono coinvolti professori nominati in assenza di merito e requisiti, e assisterà gli studenti per le dovute azioni risarcitorie nei confronti degli atenei e dei docenti che saranno ritenuti colpevoli.

Le associazioni studentesche locali preferiscono invece, nella maggior parte dei casi, tacere sull’accaduto; forse perché consapevoli del fatto di non avere poi la coscienza così tanto pulita circa alcuni aspetti riguardanti la faccenda. Quelle che prendono effettivamente le distanze da quanto accaduto sono solo in poche. Dimenticando, forse ad eccezione di una sola non coinvolta davvero in questi eventi, che quando fu il momento di votare il Consiglio d’Amministrazione di Ateneo c’erano però pure loro. Certo, lo crediamo pure noi: impossibile accertarsi della vera natura dei fatti fin tanto che delle testimonianze concrete o delle prove tangibili non ce lo permetteranno. Ma quel giorno, quando si votò coi “pizzini”, lì dentro c’erano pure loro.

Mentre questi dunque si dichiarano del tutto estranei al sistema gestito tramite pizzini per il rinnovo delle cariche statutarie, con post talvolta copiaincollati tra le pagine delle associazioni che hanno deciso di prendere parole sulla faccenda, ecco che il tradimento diviene totale per migliaia di studenti, succubi di un sistema il quale non solo si rifà su di loro e a loro danno, ma che gode, a quanto pare, anche della complicità di alcuni tra coloro i quali dovrebbero tutelare gli interessi di chi l’università la vive 365 giorni l’anno. Non tradirli. Perché i santini elettorali all’ingresso dei seggi e i caffè offerti da parte di chi parla adesso sdegnoso o di chi, forse più furbamente, preferisce tacere, ce li ricordiamo tutti. I fatti, le denunce verso un sistema corrotto di cui non si poteva non sapere nulla, le grandi battaglie studentesche all’interno dell’università, quelle, forse poco meno.

Non da ultimo vengono le dirette testimonianze degli studenti: ingannati, delusi, amareggiati dall’istituzione universitaria tutta. La notizia, subito diventata virale, ha dato libero sfogo alla voce di chi vede annichilirsi in un colpo solo tutto il senso dei propri studi, dei propri sacrifici, delle proprie privazioni, del proprio tempo donato alla cultura. Così si grida il proprio dissenso in questi termini: “Dall’inizio avevo capito ci fosse qualcosa che non andasse! Dal primo istante in cui mi iscrissi in scienze politiche ho visto situazioni ambigue e studenti avvantaggiati a discapito di altri! […] Sono felice che finalmente stia uscendo tutto fuori”. Così commenta una ex studentessa sui social. E sono in molti a pensarla così, a sostenere che quelle emerse oggi non sono novità ma soltanto fatti che erano quotidianamente già sotto gli occhi di tutti.

Molti anche i commenti di delusione nei confronti di chi avrebbe dovuto dare il buon esempio con la sua figura: “Da studente non sono ancora riuscito a metabolizzare la notizia. Nella lista ci sono nomi di professori che stimavo moltissimo, sia per la preparazione dimostrata in diversi contesti, sia per il lato umano. Consapevole che ‘indagato’ non equivale a ‘condannato’ resto ugualmente di sasso, incredulo. Senza parole…”. Queste le parole di un ragazzo che ben fotografano la sfiducia di chi, da un giorno all’altro, vede crollare il vertice della propria istituzione universitaria.

E c’è, ancora, chi si dispiace per aver trovato il nome di docenti che stimava o con cui in passato aveva sostenuto degli esami, ma anche chi riconosce addirittura il proprio relatore o correlatore tra gli indagati.

E poi la rabbia. La rabbia di chi si vede preso in giro nonostante i tanti anni dedicati allo studio: “Che esempio danno a noi studenti? L’esempio che per ‘arrivare’ non è necessario lo studio ma piuttosto l’aiutino. Complimenti al rettore per la bella figura e a tutti quei docenti che scendono a compromessi”, commenta un’altra ragazza. O ancora: ” ‘L’università nasce su una base cittadina ristretta – scrive un ragazzo che riporta le parole del Rettore registrate e riportate all’interno di una intercettazione – una specie di élite culturale, perché fino ad adesso sono sempre quelle famiglie’. Con queste parole si uccide un’istituzione, si tradiscono migliaia di studenti di ieri, oggi e domani, non meritate di ricoprire le vostre cariche. Siete l’esatto opposto di ciò che dovreste essere”.

A farla da padrona resta infine la tristezza verso un’istituzione nobile e importante per la cultura, stuprata da una cerchia ristretta di uomini e di donne miranti soltanto ai loro meri interessi personali: “È triste vedere come il degrado e la povertà intellettuale fatta di favoritismi e nepotismo sia radicata all’Università di Catania. Molti hanno vissuto in questo ateneo gli anni più belli fatti di studio, amicizia, collaborazione, di esami, di confronti, paure, lacrime… e saranno increduli e delusi come me. Quattro anni fa consegnavo il pdf della mia tesi, e personalmente ho sempre buttato sangue e nessuno mi ha mai regalato niente.. ho ottenuto quasi il massimo con le mie forze e non con poca fatica… ma solo ora mi sono chiare le parole di un mio professore dopo il mio esame: «signorina mi creda… se ne vada dall’Italia, vada in Spagna ma non resti qui»… sarò stupida ma solo ora sentendo parlare gli “dei” di come dovevano schiacciare e isolare quelli che meritavano, quelle risorse rubate alla Sicilia e regalate ad altri paesi… solo ora mi rendo conto. […] Che delusione”.

Tra le tante opinioni espresse, di fatto certa rimane una cosa sola: che agli occhi degli studenti l’immagine dell’Università ne è uscita distrutta e che dallo scorso 28 giugno è dura dirsi orgogliosi di appartenere a questo ateneo.

Tra gli indagati invece, per il momento, l’unico a fornire un commento, attraverso il suo profilo Facebook, è stato Barone: «Sono all’estero e leggo di essere coinvolto. Immagino le palate di fango. Ma resto sereno. Non so neppure di cosa mi accusino insieme a tanti bravi colleghi. Non ho nulla da rimproverarmi. Saprò difendermi e ho fiducia nella giustizia». Stando a quanto riferito dal procuratore Zuccaro, proprio Barone sarebbe «particolarmente implicato per un concorso che riguardava il figlio». Speriamo anche noi, alla luce di queste dichiarazioni, di poter riporre fiducia nella giustizia.


IL CASO DEL CANDIDATO CHE DENUNCIÒ IL SISTEMA

Della mancata sorpresa di molti studenti, come dicevamo, non ci stupiamo.

Sono anni che si susseguono casi di irregolarità nei concorsi, ai quali i candidati ingiustamente esclusi, forse per timore delle ritorsioni, hanno sempre preferito tacere. Ma c’è anche la testimonianza di chi ha detto no, di chi ha voluto alzare la testa, di chi non ha voluto cedere ai ricatti del sistema. Nonostante sia stato poi, proprio a causa di questa sua “mancanza di rispetto”, isolato nell’ambito accademico. Una lotta contro i baroni che gli è costata cara: la sua colpa è quella di aver denunciato un presunto concorso truccato all’Università di Catania. Una «prassi», questa del bandire «concorsi predeterminati con il nome del vincitore già scritto», già da tempo consolidata e non solo a Catania, ma anche in molti altri atenei italiani. Altro che bandi pubblici.

La vicenda giudiziaria scaturita da un concorso per ricercatore in Storia Contemporanea nella sede distaccata dell’ateneo catanese a Ragusa aveva già cominciato, nel lontano 2011, a tastare con mano l’entità di tale sistema. Un contratto a tempo determinato, un sogno che si stava avverando. E invece no: nonostante i titoli quel posto verrà assegnato ad un’altra persona che «non aveva né il dottorato di ricerca né era del settore messo a bando». Già. Perché in quell’occasione cosa che aveva reso più assurda la presunta giustezza dell’esito del concorso era stato proprio il fatto che il corso di studi della vincitrice non avesse nulla a che vedere con le richieste per accedere al bando: laureata in architettura.

Da lì comincia la sua battaglia il candidato ingiustamente escluso, Giambattista Scirè, autore tra l’altro di vari saggi e ricerche, che si rivolge prima al Tar, poi al tribunale. Dalla giustizia amministrativa a quella penale: tutti gli danno ragione. Peccato che l’Università di Catania non lo reintegrerà mai al lavoro: oggi Giambattista Scirè non svolge la professione per cui con tanti sacrifici ha studiato.

«Non ho potuto lavorare, non mi hanno reintegrato al lavoro. La mia carriera si è bloccata e tutti mi hanno chiuso le porte in faccia. Prima collaboravo con riviste e scrivevo libri. Poi il nulla: sono stato messo ai margini, sono stato isolato, emarginato. La mia vita personale e professionale è stata rovinata […] In altre parole, mi hanno fatto fuori. Ancora aspetto di essere reintegrato al lavoro, spero che adesso qualcosa cambi, che ci sia una gestione più trasparente, che si smetta di considerare l’università come un mondo chiuso, fatto di baroni, scambi di favori, una casta inaccessibile».

Intanto lo storico e ricercatore universitario l’ha spuntata anche in tribunale: sia il Tar che il Consiglio di giustizia amministrativa avevano già giudicato illegittima la decisione dei commissari, che in sede penale sono stati poi lo scorso 17 aprile condannati per abuso d’ufficio in concorso dal tribunale, con un anno di reclusione e l’interdizione dai pubblici uffici. Interessante notare come nella sentenza si parli di «collusione che emerge a più livelli», dato che ci fa riflettere sulle radici profonde del sistema criminale venuto a galla in questi giorni. A Scirè è stata riconosciuta invece una provvisionale di 10 mila euro. Il processo ha messo in luce i metodi di un “sistema” nel quale la selezione dei candidati si fondava, si legge nelle sentenze, anche su “affermazioni illogiche” e perfino su valutazioni “contrarie al buon senso”. Mentre la Corte dei conti ha aperto un fascicolo ipotizzando un danno erariale, il Tar ha condannato l’Università di Catania al risarcimento dei danni al candidato escluso che però non ha mai ottenuto, tranne per un periodo di 4 mesi con un contratto «non regolare che poi ha impugnato», l’immissione nel posto di ricercatore.


CONCLUSIONI

Non è certo dall’oggi al domani che sistemi corruttivi di tale portata, come quello venuto alla luce in questi giorni a Catania, prendono piede in una facoltà. La piovra che adesso attanaglia molti atenei italiani ha infatti radici profonde, che risalgono ad almeno venti anni fa, al 1999, con l’istituzione dell’autonomia universitaria.

Mentre in quel periodo il Governo D’Alema svendeva lo Stato ai privati, si decise fosse giunto il momento di aprire agli stessi anche in ambito accademico, in un’ottica di progressiva privatizzazione e aziendalizzazione di tutto il mondo della formazione. Nel novembre ’99 si votò dunque a favore della autonomia funzionale delle università, scelta che lasciò libere le università italiane di decidere sugli ambiti finanziari, didattici ed amministrativi che le riguardavano. La gestione del bilancio venne così gradualmente rimodellata ed orientata al fine unico di chiudere in attivo ogni anno accademico, a scapito del diritto allo studio degli studenti.

La privatizzazione del mondo accademico e la decentralizzazione dei poteri riguardanti lo stesso hanno portato ogni singola università a decidere altresì, in piena autonomia, l’assunzione di ricercatori e docenti (attraverso parametri di valutazione non sempre ben chiari) e l’elargizione di borse di studio, assegni e dottorati di ricerca. Basta di fatto oggi giusto un semplice bando di concorso tagliato su misura per favorire qualsivoglia individuo si affidi a tali meccanismi gestionali.

Negli ultimi 10 anni inoltre il sistema universitario italiano ha subito una riduzione del 20% delle proprie dimensioni, forzata dai tagli per oltre un miliardo di euro avvenuti dal 2008 in avanti. Nel contempo, dalla Riforma Gelmini (2008) ad oggi, sono più di 10.000 le posizioni di ruolo perse dal sistema accademico, riguardanti soprattutto gli atenei del Sud Italia, con un blocco del turn over assurdo e il parallelo dilagante fenomeno della diffusione di figure di ricercatore precarie, quali quelle relative all’assegno di ricerca e al ruolo di ricercatore a tempo determinato. Con la sola consapevolezza di tali numeri si può analizzare il problema dell’assenza di prospettive per chi non ha risorse per affrontare un percorso di istruzione superiore nel nostro Paese e dei tantissimi ricercatori che, non trovando spazio nel mondo della ricerca in Italia, decidono di fuggire all’estero alla ricerca di un lavoro consono e dignitoso.

Sono ormai anni che manca la reale volontà da parte dei governi succedutisi al potere di porre rimedio alla questione, i quali hanno invece agito sin troppo spesso con soluzioni inefficaci proposte soltanto a scopo puramente propagandistico, a causa di una impostazione ideologica incentrata su concetti scivolosi e ambigui come “merito” o “eccellenza”; del tutto inadatta a cogliere le reali necessità del nostro sistema universitario.

Nelle ultime ore abbiamo appreso delle dimissioni del professore Giovanni Gallo, direttore del Dipartimento di Matematica e Informatica dell’Università di Catania, e del rettore Francesco Basile,          che sostiene di aver in questi giorni “avuto modo di riflettere profondamente sulle decisioni più opportune da prendere per il bene dell’Ateneo. Con lo stesso spirito di servizio che ha contraddistinto il mio mandato e per il rispetto e la considerazione che ho sempre manifestato per il ruolo che ricopro e nei confronti della Magistratura”. Una decisione, sostiene ancora, “sofferta” ma che viene assunta “per la tutela dell’istituzione, dei docenti, dei dirigenti e del personale universitario che sento a me particolarmente vicini in questo momento e per garantire agli studenti serenità nel loro percorso di studio”. Già. Quanta sincerità in sì gravi parole.

Auspichiamo che a tale medesima decisione possano giungere al più presto anche tutti gli altri coinvolti nell’inchiesta, che in questi anni hanno favorito e promosso la proliferazione di un sistema di corruzione e di controllo delle ordinarie logiche democratiche. Compresi i docenti “vincitori” dei concorsi di cui sopra parlavamo, i quali al momento continuano a svolgere regolarmente le loro attività, tra cui gli esami agli studenti che tentano gli appelli in questa sessione. Ritenendo inaccettabile tutto questo, siamo del parere che dovere di tali docenti sia quello almeno di autosospendersi dall’incarico, finché la magistratura non farà luce sulla vicenda. Dovere dell’Università, invece, quello di trovare tempestivamente sostituti agli stessi, in maniera tale che tale opaca pagina per il nostro Ateneo non porti a – ulteriori – ripercussioni sulle esigenze e i bisogni dei tanti studenti universitari alle prese con la sessione estiva, nella speranza che l’amministrazione dell’Università faccia di tutto per garantire il regolare svolgimento di tutti gli appelli e che l’offerta formativa non ne venga inficiata. Noi studenti abbiamo già pagato fin troppo per responsabilità altrui.

Intanto resta da capire chi, da qui in avanti, reggerà l’ateneo. L’ufficio legale e l’ufficio istituzionale stanno valutando la soluzione da attuare, considerato il coinvolgimento dei vertici nell’inchiesta.

Siamo certi che l’iter giudiziario farà il suo corso, senza dubbio. Ma noi, nel frattempo, non rimarremo ad osservare alla finestra. Chi ha sbagliato, fossero questi soltanto alcuni alti vertici dell’università o dei rappresentanti, riteniamo debba renderne conto, oltre che alla legge, anche a noi studenti.

Noi che quotidianamente, nonostante le mille difficoltà del caso, cerchiamo di costruirci un futuro in quelle aule universitarie. Noi che non tolleriamo venga gettata via, calpestata e derisa la nostra dignità e la nostra fatica. Noi che possiamo venir penalizzati dai piani opportunisti e clientelari di chi dovrebbe amministrarci. È indubbio comprendere come tali avvenimenti confermino ancora una volta ciò che abbiamo sempre sostenuto sul mondo dell’università, della formazione e della conoscenza, sempre più vittima delle leggi del profitto e dell’accumulazione dettate dal capitale, che spingono amministratori e talvolta anche rappresentanti a vendersi al miglior offerente pur di trarne di converso personali privati benefici. È contro questo modello di università e contro chi alimenta ancora questo sistema che bisogna lottare, senza tregua e ad ogni costo.


NOTE

1. Antonio Condorelli, Terremoto all’Ateneo, 40 indagati. Tutti i nomi e le accuse, 28 giugno 2019.