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Patria libre o morir! 40 anni dalla Rivoluzione Sandinista in Nicaragua

di Amedeo Salice, Segretario FGCI Catania

La Rivoluzione Popolare Sandinista che trionfò il 19 luglio 1979 in Nicaragua costituisce la riprova dell’efficacia di un movimento armato rivoluzionario vincente dopo quello che caratterizzò anni prima la Rivoluzione Cubana. Si trattò di un evento emblematico, di una vera e propria rottura del cordone sanitario statunitense sui processi rivoluzionari in America Latina, seguito alla sconfitta politico militare della Baia dei Porci e al brutale golpe contro il governo costituzionale di Unidad Popular in Cile. In Nicaragua avvenne una rivoluzione contro la dittatura e con chiari contenuti sociali, in un paese strategico per il controllo economico, politico e militare degli USA sul continente. Fu questo il motivo che scatenò la successiva brutale reazione dell’imperialismo statunitense, il quale reagì alla vittoria rivoluzionaria con tutta la sua violenza, organizzando una sanguinosa guerra d’aggressione durata per tutti gli anni ’80, con un tragico bilancio di morti e feriti. Sul piano strettamente militare, la Rivoluzione riuscì ad organizzare una difesa basata sulla partecipazione popolare, una guerra del popolo tutto che impedì la presa del potere da parte dei controrivoluzionari in ogni porzione del territorio nazionale. Nonostante le risorse fornite dagli Stati Uniti, i sabotaggi all’economia e all’infrastruttura, le frequenti imboscate a miliziani, soldati e funzionari del governo rivoluzionario, gli USA in Nicaragua hanno perso un conflitto.

La Rivoluzione Popolare Sandinista riuscì a riscattare la dignità nazionale nicaraguese, cambiando radicalmente le condizioni economiche, sociali, culturali e politiche del paese. Concependo la nazione non soltanto come la somma di territorio, lingua, economia e cultura o carattere nazionale, ma come un fenomeno dinamico in cui classi, frammenti di classe e gruppi socio-etnici lottano per l’egemonia. La vittoria rese possibile un processo formativo e di consolidamento della nazione che era stato visibilmente sospeso e deformato durante il somozismo. Alla base di queste trasformazioni vi fu l’eliminazione dal potere politico della famiglia Somoza e il passaggio a una democrazia di maggioranze popolari, che rigenerò la natura stessa della nazione e dei suoi elementi costitutivi. Il rapporto fra lo Stato nazionale e la sua base, il popolo e il territorio, cambiò qualitativamente. Il somozismo manteneva solo una sovranità formale sulle sue frontiere, mentre la Rivoluzione nazionalizzò il territorio e le sue risorse naturali, aprendo una profonda presa di coscienza della sua identità, riconoscendo le varie realtà etnico-culturali, le diverse confluenze linguistiche e, per la prima volta, identificandosi come rappresentante di una nazione multietnica e multiculturale. Il Nicaragua fu una scuola di quadri per tutto il continente: la presenza internazionalista di latinoamericani prima, durante l’insurrezione e nei dieci anni di governo rivoluzionario, costituì complessivamente un importante contributo ai processi di cambiamento in America Latina.


Agosto 1925. I marines statunitensi lasciano il Nicaragua dopo 13 anni di occupazione. Per mantenere alla presidenza Adolfo Dìaz, ex impiegato di una compagnia mineraria yankee e uomo di fiducia del Dipartimento di Stato, gli USA decisero però ben presto il ritorno con un contingente di circa 2000 soldati, con l’obiettivo di porre fine alle ribellioni interne al paese. Massimo esponente di queste fu Augusto Nicolás Calderón Sandino, che prese la via delle montagne e da lì guidò la resistenza rivoluzionaria alla presenza militare statunitense dal 1927 al 1933, diventando uno precursori della guerriglia contro gli eserciti professionali e tenendo in scacco le truppe invasori che nel frattempo si davano ai saccheggi e bombardavano campagne e villaggi. Di fronte all’impossibilità di una vittoria militare, gli USA di Roosevelt capitolarono, accettando il cambio di governo e ritirando le forze armate statunitensi.

Nonostante questi positivi esiti, un destino terribile attendeva il Nicaragua: il capo della Guardia nazionale Anastasio Somoza, ex giocatore di poker e falsario, servo devoto degli yankee, il 21 febbraio 1934 fece rapire e assassinare Sandino, aprendosi le porte al potere sotto il buon auspicio di Washington, che poté imporlo come presidente senza ulteriori resistenze nel 1936. Fedele agli interessi imperialistici, il suo governo fu una successione di crimini e corruttele. Rimase al potere fino al 1956, quando venne crivellato di pallottole dal poeta Rigoberto Perez.

Cinque anni più tardi venne fondato il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN). Il Fronte godette sin dalla sua fondazione di un vastissimo appoggio popolare, soprattutto tra i contadini (che più scontavano la repressione degli sgherri di Somoza e il durissimo sfruttamento a cui erano sottoposti dalle multinazionali nordamericane), gli studenti, gli intellettuali, e molti cristiani della chiesa povera, convinti assertori della teologia della liberazione.

L’esasperazione generata dai Somoza, che avevano creato una dittatura basata sul massacro e sul terrore, sullo sfruttamento dei territori e sull’abbandono a se stessa della popolazione (più del 75% costituita da analfabeti e di cui complessivamente due terzi con redditi inferiori ai 300 dollari all’anno, mentre Somoza, nell’esilio di Miami, aveva cumulato secondo l’intelligence statunitense circa 900 milioni di dollari), ha negli anni spesso portato a gesti individuali estremi e azioni di rivolta, susseguitesi nei decenni successivi, e creato sempre più consenso nei confronti dell’organizzazione sandinista: basti ricordare la liquidazione dell’odiato generale Perez Vega o la spettacolare operazione di occupazione del Palazzo Nazionale, con il sequestro di 76 membri del congresso. Il 10 gennaio 1978 Pedro Joaquin Chamorro, editore di uno dei più importanti giornali di opposizione al regime, La Prensa, venne assassinato dai sicari di Somoza, di fatto facendo crescere l’indignazione popolare fino al limite e preparando il terreno per l’offensiva finale. A seguito di questo omicidio la rivolta popolare dilagò in tutte le città del Paese, mentre l’offensiva sandinista partì alla conquista delle campagne.

Così, dopo lunghi anni di lotte, il 19 luglio 1979 il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale riuscì ad entrare a Managua, capitale del Nicaragua, e a porre fine alla dittatura della famiglia dei Somoza, istruita e armata dagli americani, di cui era fedele ed ubbidiente servitrice. Il presidente USA Carter non riuscì invece nell’intento di promuovere un’alternativa “moderata” ai sandinisti, facendo invece promuovere all’ultimo momento dalla stampa e dai sindacati controllati dalla CIA la necessità di un nuovo movimento politico. Fu così che Carter autorizzò la CIA a offrire un sostegno finanziario e di altro genere agli oppositori e a iniziare a far pressioni sui sandinisti affinché includessero nel nuovo governo alcuni personaggi al soldo statunitense. Si continuò il finanziamento a organizzazioni non governative e al settore privato, compreso l’American Institute for Free Labor Development, da lungo tempo avamposto della CIA, con l’obiettivo evidente di rinsaldare le posizioni per rafforzare gli uomini della cosiddetta opposizione moderata e indebolire l’influenza dei paesi socialisti in Nicaragua.

Il paese era molto provato dagli anni della dittatura e dalla guerra insurrezionale. 50.000 nicaraguensi persero la vita durante il conflitto, mentre 120.000 fuggirono nei paesi limitrofi; l’economia era in grave crisi ed il debito con l’estero ammontava a oltre un miliardo e mezzo di dollari. Tuttavia la maggioranza dei nicaraguensi nutriva forti speranze nei vincitori sandinisti per la creazione di un sistema diverso da quello del regime di Somoza, senza diseguaglianze politiche, sociali ed economiche. I sandinisti erano un vasto schieramento politico con una componente comunista e molti dei loro capi erano stati vittime di tortura. Nonostante le numerosissime violenze subite il nuovo governo, per distinguersi dal precedente, dispose però che i prigionieri accusati di reati sotto il regime di Somoza fossero sottoposti ad un regolare processo, proibendo ogni forma di crudeltà. Un rapporto di Amnesty International riguardante i primi tre anni della Giunta al potere (1979-1981) giudicò la situazione dei diritti dell’uomo in Nicaragua notevolmente migliorata. Nell’agosto 1979 venne emanato lo Statuto dei diritti e delle garanzie dei nicaraguensi, abolita la pena di morte e promulgato lo Statuto Fondamentale della Repubblica di Nicaragua. Quest’ultimo abolì la precedente costituzione, la presidenza, il congresso e tutte le corti; garantì il pieno rispetto della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, del Patto Internazionale sui diritti economici, sociali e culturali e del Patto Internazionale sui diritti civili e politici dell’ONU e della Dichiarazione dei Diritti e Doveri dell’Uomo dell’Organizzazione degli Stati Americani, sancendo l’uguaglianza incondizionata di tutti i nicaraguensi, la libertà di coscienza e di religione, di unione e organizzazione politica; sciolse la Guardia Nazionale e gli organi di spionaggio, istituì un Esercito Nazionale composto dai combattenti del FSLN e dagli ufficiali della disciolta Guardia Nazionale che si erano uniti alla lotta per il rovesciamento di Somoza, mentre l’esercito assumeva temporaneamente le funzioni di polizia in tutto il paese.

Altre urgenti riforme furono volte al rilancio dell’economia. A tal scopo furono nominati dei tecnici del settore privato con l’incarico di negoziare il debito con l’estero e accedere agli aiuti economici stranieri attraverso il Fondo Internazionale di Ricostruzione (Fondo Internacional de Reconstrucción, FIR). Il risultato fu l’assistenza finanziaria multinazionale, il dilazionamento del debito estero e impegni per forniture alimentari. Fra i primi provvedimenti legislativi del 1979 ci furono: la confisca di tutti i beni della famiglia Somoza (le sole proprietà agricole corrispondevano a un quarto dell’arativo totale) e di coloro che erano stati coinvolti nel regime, ridistribuendo le terre confiscate a circa 60.000 famiglie contadine; l’organizzazione della Centrale Sandinista dei Lavoratori; la nazionalizzazione del sistema finanziario e del commercio estero; il controllo statale sulle risorse naturali; la nazionalizzazione di banche private, compagnie di assicurazione, dei settori minerario, forestale e ittico; l’istituzione una serie di enti pubblici, come l’ENAL (Empresa Nicaragüense del Algodón), la BANANIC (Empresa Nicaragüense del Banano), l’ANAZUCAR (Empresa Nicaragüense del Azúcar), l’ENMAR (Empresa Nicaragüense de Productos del Mar) ecc., per incrementare le principali produzioni e controllare il relativo commercio; la creazione del fondo nazionale contro la disoccupazione; la riduzione degli affitti e la legge sui diritti degli inquilini. Tale politica di ricostruzione ebbe in un primo periodo risultati positivi, grazie anche ai sussidi stranieri. Ancora nel 1979 fu istituita la gratuità dell’educazione universitaria e nel 1980 continuò il processo di riforme, tra le quali l’inizio della crociata nazionale di alfabetizzazione, grazie alla quale il tasso di analfabetismo si ridusse, secondo le stime governative, dal 50% al 12%. Nel 1983, a seguito degli interventi governativi in campo sanitario, il Nicaragua venne dichiarato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dall’UNICEF “paese modello nella salute”. Nel 1981 fu inoltre promulgata un’importante legge di riforma agraria.

Iniziava però così anche il boicottaggio economico da parte statunitense, con le strategie che ormai ben conosciamo: gli USA, ostili al nuovo governo che minacciava seriamente gli interessi del capitale nord americano nell’area, tramite la CIA crearono ed armarono una milizia paramilitare, i “Contras”, che faranno dell’Honduras la propria base. Gli Stati Uniti iniziarono così ad organizzare nel 1982 la controrivoluzione in Nicaragua, anche se non furono mai interrotte le relazioni diplomatiche tra i due paesi. Nonostante nel 1983 la Camera dei Rappresentanti USA proibisse all’unanimità al Pentagono e alla CIA di addestrare o armare gli antisandinisti, l’amministrazione Reagan continuò a sostenere i Contras: come emerso dalla ricerca “Dark Alliance” del giornalista statunitense Gary Webb, i Contras si autofinanziavano mediante il traffico di droga con l’appoggio della CIA, la quale usava i proventi della vendita di armi all’Iran. Un’operazione, questa, divenuta poi nota come scandalo Irangate. L’azione dei Contras si caratterizzò principalmente per attacchi contro obiettivi “morbidi” (strutture civili indifese quali fattorie, ospedali, chiese), massacri indiscriminati contro civili, torture, stupri. L’intensificarsi della guerriglia fece sì che i sandinisti imponessero leggi di emergenza che limitarono la libertà di espressione dei partiti di opposizione; inoltre l’aumento delle spese militari causò la riduzione degli investimenti per i programmi di sviluppo e la produzione agricola diminuì.

Nonostante l’appoggio cubano, nei primi tempi, Mosca non si precipitò a soccorrere i sandinisti. Apprezzava il loro sostegno morale riguardo all’azione sovietica dell’Afghanistan, e trovava di suo gusto il loro inno nazionale che stigmatizzava gli yankee come “nemici dell’umanità”. Tuttavia il Cremlino continuò per due anni a nutrire la speranza che il conformista partito comunista nicaraguense potesse prendere il posto dei meno ortodossi sandinisti come forza dominante del nuovo regime. Alla fine del 1981 Castro e i rapporti del KGB convinsero Mosca della genuinità dello spirito rivoluzionario dei sandinisti. Con l’assistenza dei cubani e dei sovietici, i sandinisti potenziarono l’esercito del Nicaragua portandone gli effettivi da 5.000 a 119.000, facendone pertanto la maggiore forza militare nella storia dell’America centrale (mentre malgrado il sostegno americano, gli inetti guerriglieri antisandinisti Contras non superarono mai, neppure nelle stime più ottimistiche, la forza complessiva di 20.000 unità). Mosca fu svelta a concludere un accordo con i servizi d’informazione di Managua e a mandare alcuni ufficiali. Furono inviati addirittura settanta consiglieri e fu istituita in Nicaragua una scuola per la sicurezza dello Stato. Il governo sandinista, per sdebitarsi coi sovietici, permise loro di installare sul proprio territorio quattro basi per la SIGINT.

Questa la risposta alle manovre USA in aiuto ai Contras, mentre quest’ultimi invece, spalleggiati dalla CIA, nel 1984 riuscirono a minare i porti nicaraguensi e a distruggere dei serbatoi di petrolio nel porto di Corinto, sulla costa del Pacifico. Questa azione fu condannata dalla Corte Internazionale di Giustizia come illegale. Nell’America latina, e anche altrove, si alzò a seguito di tale evento un’ondata di sdegno contro gli Stati Uniti, facendo convergere la solidarietà internazionale nella lotta antisandinista contro l’imperialismo americano. Nemmeno si fece attendere la risposta del governo del Nicaragua, il quale divenne di giorno in giorno sempre più radicale, anche grazie al supporto d’ingenti invii di armi dall’URSS. Nel novembre di quello stesso anno Reagan ricevette il suo secondo mandato di presidente e nel suo discorso inaugurale concesse ai Contras il titolo di combattenti della libertà (freedom fighters). Sempre nel 1984 la Corte internazionale di Giustizia stabilì l’obbligo degli USA di risarcire il Nicaragua per tutti i danni causati al paese da violazioni accertate degli obblighi prescritti dalle leggi internazionali vigenti. Nonostante la popolarità personale di Reagan, i suoi appelli per maggiori finanziamenti ai Contras non convinsero né il Congresso né l’opinione pubblica americana. Gli aiuti ai Contras cessarono ufficialmente nel 1984 e i tentativi di continuarli in forma ufficiosa invischiarono la Casa Bianca. Il supporto offerto dall’URSS e da Cuba fu determinante per proteggere il Nicaragua dai tentativi golpisti degli USA, che in questo caso persero per il resto del periodo della guerra fredda un tassello importante del puzzle del Centro America. Nel 1985 l’amministrazione americana decretò dunque l’embargo commerciale contro il Nicaragua, ma continuò sotto banco il finanziamento dei Contras. L’organizzazione della controrivoluzione proseguì con un accordo, alla fine del 1985, con l’Honduras per stabilire delle basi militari permanenti sul suo territorio. Altre basi furono stanziate in Costa Rica e in El Salvador. Nonostante l’emergere dello scandalo Irangate, che tra il 1985 e il 1986 coinvolse alti funzionari dell’amministrazione del presidente, nel 1986 il Congresso degli Stati Uniti approvò lo stanziamento di cento milioni di dollari per finanziare i Contras. Nel 1987 la Corte Internazionale rinnovò il riconoscimento al Nicaragua della richiesta di indennizzo per gli attacchi antigovernativi da parte degli USA ma questi non riconobbero la sentenza, approvando invece altri finanziamenti alla controrivoluzione.

I supporti sovietici proseguirono per tutti gli anni ’80, così come la guerra sotterranea degli USA, la quale non si fermò fino a quando non riuscì a prevalere alle elezioni del 1990 Violetta Chamorro, esponente dell’Unione Nazionale di Opposizione, schieramento d’opposizione al FSLN ampiamente finanziato con milioni di dollari dagli USA.


La sconfitta elettorale nel 1990 e la perdita del potere fu per i sandinisti un duro colpo, ma lo fu anche per tutti i processi rivoluzionari armati in corso (El Salvador, Guatemala, Colombia) e influì nelle prospettive di altri movimenti politici non armati che assunsero le strategie elettorali come la loro ragion d’essere (PRD in Messico, PT in Brasile, ecc). Si apriva così per il Paese un periodo di transizione e di assestamento della vita politica, caratterizzato dal contrasto fra gli orientamenti del potere governativo e quelli di istituzioni a predominante composizione sandinista (esercito, sindacati, ecc.), e si diede avvio a una politica economica neoliberista. Ciò che seguì la sconfitta elettorale colpì anche i partiti e i movimenti in America Latina. Si trattò di una fase di corruzione che nella rivoluzione cubana non era avvenuta: furono coinvolti in essa anche importanti quadri del sandinismo, che si appropriarono di beni e risorse pubbliche gettando via l’eredità di riferimento etico che il governo sandinista aveva conservato durante i dieci anni di guerra precedenti. Profondi dissidi si verificavano ben presto anche all’interno del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN), che si scisse. La corrente sandinista moderata, capeggiata da Sergio Ramírez, infatti si separò nel 1994, dando origine l’anno successivo al Movimento Rinnovato Sandinista (MRS). Le elezioni del 1996 videro la sconfitta del leader sandinista Daniel Ortega e l’avvento del candidato della destra, il neosomozista Arnoldo Alemán Lacayo, rappresentante della grande proprietà terriera, guardato con simpatia anche dalle gerarchie ecclesiastiche locali. Assunta la carica nel gennaio 1997, Alemán confermava la politica economica delle privatizzazioni adottata dall’amministrazione precedente e cercava di trovare una soluzione legale alle richieste di quanti, primi fra tutti la famiglia Somoza, si erano visti confiscare le proprietà durante il periodo della rivoluzione sandinista. Trovato un accordo fra la maggioranza e l’opposizione sandinista per la restituzione delle terre espropriate e arresosi l’ultimo movimento di guerriglia attivo nel Paese (il Fronte unito Andrès Castro) il processo di pacificazione nazionale si concludeva nel 1997. La politica neoliberista di Alemán e la drastica riduzione del deficit del Paese, attuata per realizzare il rigido programma strutturale imposto dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, fecero però precipitare il Nicaragua in uno stato di grave recessione economica.

Bisognerà aspettare il novembre 2006 per veder tornare al potere i sandinisti: nelle elezioni presidenziali vincerà quell’anno Daniel Ortega, con il 38,07% dei voti. Il candidato liberale Eduardo Montealegre, appoggiato da Washington, si fermerà al 29%. Nel 2011 Ortega venne rieletto con il 62,6% dei consensi. Nel 2014 il Parlamento approvò invece una modifica alla Costituzione che rafforzò il potere legislativo del presidente, permettendogli di ricandidarsi per un terzo mandato nel 2016, poi stravinto addirittura con il 72,44% dei voti. Nonostante alcune critiche giunte da sinistra, gli analisti sostengono che i motivi della larga riconferma ottenuta da Ortega sono da ricercarsi nelle politiche sociali portate avanti in favore dei meno abbienti, oltre che negli investimenti pubblici nelle infrastrutture, per l’elettrificazione del paese, per la salute e l’educazione. Politiche di sostegno alla cultura e allo sport sono state implementate con forza e convinzione. Da non dimenticare, in ultimo, lo sviluppo e il rafforzamento della cooperazione con la Cina, come si evince dai lavori per la realizzazione del canale del Nicaragua che sta attraendo numerosi investimenti nel paese; come anche altrettante numerose tensioni.

Nonostante i vili tentativi del governo statunitense di annichilire in questi quarant’anni l’FSLN, portati avanti attraverso il finanziamento ai Contras prima e ai partiti liberaldemocratici poi, sino a giungere a vere e proprie restrizioni economiche e alla creazione in provetta di ONG il cui unico obiettivo è quello di scatenare il caos in un paese con un governo democraticamente eletto dal popolo, l’esperienza sandinista nicaraguense va avanti, forte del sostegno di centinaia di migliaia di persone che alla rivoluzione devono tutto.

Nel rinnovare il nostro sostegno all’FSLN e al legittimo presidente del Nicaragua, il compagno Daniel Ortega, la Federazione Giovanile Comunista Italiana si associa ai festeggiamenti del quarantesimo anniversario della Rivoluzione Sandinista, certa che il raggiungimento di tale traguardo non sia soltanto un semplice momento commemorativo ma l’ennesima conferma della volontà di un popolo affrancatosi attraverso la lotta dalla schiavitù e rivoltosi ad un più glorioso e radioso futuro.

Patria libre o morir!