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Strage dell’Italicus. Noi ricordiamo tutto.

di Amedeo Salice, Segretario FGCI Catania

“Agosto. Improvviso si sente
un odore di brace.
Qualcosa che brucia nel sangue
e non ti lascia in pace,
un pugno di rabbia che ha il suono tremendo
di un vecchio boato:
qualcosa che urla, che esplode,
qualcosa che crolla,
un treno è saltato.”
(Claudio Lolli, Agosto)


4 agosto 1974. È circa l’una e mezza del mattino. Il treno Italicus Roma – Brennero attraversa gli Appennini verso nord; a quell’ora si trova al confine tra Toscana ed Emilia Romagna. Una forte detonazione sorprende i passeggeri del mezzo poco dopo la galleria di San Benedetto Val di Sambro: nella carrozza numero 5 è appena esploso un ordigno ad alto potenziale.

Mentre ciò accade, all’esterno del treno, si trovano due agenti, i quali assistono alla scena increduli, impotenti; e che in seguito commenteranno così quanto visto: «Improvvisamente il tunnel da cui stava sbucando il treno si è illuminato a giorno, la montagna ha tremato, poi è arrivato un boato assordante. Il convoglio, per forza di inerzia è arrivato fin davanti a noi. Le fiamme erano altissime e abbaglianti. Nella vettura incendiata c’era gente che si muoveva. Vedevamo le loro sagome e le loro espressioni terrorizzate, ma non potevamo fare niente poiché le lamiere erano incandescenti.  Dentro doveva esserci già una temperatura da forno crematorio. “Mettetevi in salvo” abbiamo gridato, senza renderci conto che si trattava di un suggerimento ridicolo data la situazione. Qualcuno si è buttato dal finestrino con gli abiti in fiamme. Sembravano torce. Ritto al centro della vettura vi era un ferroviere, la pelle nera, cosparsa di orribili macchie rosse, cercava di spostare qualcosa. Sotto doveva esserci un a persona impigliata. “Vieni via di lì”, gli abbiamo urlato, ma proprio in quel momento una vampata lo ha investito in pieno facendolo cadere accartocciato al suolo».

Un altro testimone così commenta l’inferno di quella notte: «Il vagone dilaniato dall’esplosione sembra friggere, gli spruzzi degli schiumogeni vi rimbalzano su. Su tutta la zona aleggia un odore dolciastro e nauseabondo di morte».

La rivendicazione dell’attentato non tarda ad arrivare: “Ordine nero”.

Un volantino firmato dal noto gruppo neofascista così proclama: “Giancarlo Esposti è stato vendicato. Abbiamo voluto dimostrare alla nazione che siamo in grado di mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi ora, in qualsiasi luogo, dove e come ci pare. Vi diamo appuntamento per l’autunno; seppelliremmo la democrazia sotto una montagna di morti”.

Senza dubbio le intenzioni dei terroristi erano quelle di far detonare la bomba ad orologeria in piena galleria, in modo che il numero dei morti fosse quanto più alto è possibile. Il giorno della strage il treno, che viaggiava con 400 passeggeri a bordo, ritardò di 26 minuti sulla tabella di marcia, partendo dalla stazione fiorentina di Santa Maria Novella. Senza quel ritardo la deflagrazione della bomba alla termite, che squarciò la quinta carrozza, sarebbe avvenuta in corrispondenza della stazione di Bologna. E allora la storia tramanderebbe un numero ben diverso di vittime e feriti: quello, forse, di un’ecatombe.

Resta comunque il bilancio finale delle vittime: 12 morti e 105 feriti, il più sanguinoso attentato terroristico dinamitardo degli anni Settanta.

Subito dopo la strage pare che gli investigatori non avessero piste da seguire, e continuassero a brancolare nel buio; come se non fossero chiare le ragioni di quell’atto, o chi “Ordine nero” fosse.

La situazione si mantiene immutata fino a quando un extraparlamentare di estrema sinistra, Aurelio Fianchini, evade dal carcere di Arezzo e fa pervenire una lettera alla stampa con questa rivelazione: “La bomba è stata messa sul treno dal gruppo eversivo di Mario Tuti che ha ricevuto ordini dal “Fronte nazionale rivoluzionario” (gruppo armato di lotta contro il sistema, fondato dallo stesso Tuti nel 1972 e attivo in toscana, si rifaceva al fascismo rivoluzionario e agli ideali della Repubblica Sociale Italiana) e da “Ordine nero”. Materialmente hanno agito Piero Malentacchi, che ha piazzato l’esplosivo alla stazione di Santa Maria Novella a Firenze, Luciano Franci, che gli ha fatto da palo, e la donna di quest’ultimo, Margherita Luddi”.

Già da tempo la polizia era informata circa la natura sovversiva del Tuti. La dichiarazione più sconvolgente sull’estremista di destra avviene però in sede di processo quando una donna, davanti al giudice, dichiara di avere visto posizionare la valigetta sul treno proprio dallo stesso Tuti. La denuncia della donna verrà archiviata e la donna mandata in cura come mitomane. Nulla che ci stupisce, in fondo, a posteriori: il giudice che insabbiò la rivelazione della donna era il genero di Licio Gelli, personaggio di spicco della loggia massonica P2.

Il dubbio che la P2 sia implicata nella vicenda induce il giudice bolognese Vella a diffidare della magistratura aretina. Scrive Giampaolo Rossetti, un giornalista che si è occupato per mesi della vicenda: «Arezzo era città di protezione per i fascisti». Basti pensare alla frase strafottente pronunciata da Luciano Franci, il luogotenente di Mario Tuti, rivolgendosi a un camerata che piagnucolava dopo l’arresto: «Non preoccuparti, da queste parti siamo protetti da una setta molto potente». Una setta, spiegò poi il giudice Vella, che puzzava di marcio ed era al centro di un potere occulto collegato alle più oscure vicende della vita politica italiana. Per saperne di più il giudice Vella si rivolse anche ai Servizi segreti, ma per mesi non ottenne risposta. Protestò e allora l’ammiraglio Casardi, capo del servizio militare, gli scrisse rimproverandolo di ignorare «le norme che regolano il nostro servizio». «Le conosco anche troppo» gli rispose Vella, «ed è questo che mi preoccupa». Probabilmente se i Servizi segreti l’avessero aiutato, il giudice sarebbe subito arrivato a Tuti.

Nei primi mesi del 1975 venne emesso comunque un mandato di cattura per Mario Tuti. Tre poliziotti si recarono presso l’abitazione dello stesso: due verranno trovati morti mentre il terzo, in gravi condizioni, dichiarerà che è stato proprio il Tuti a sparare. Il ricercato sfugge all’arresto e riesce inoltre ad espatriare in Francia, prima ad Ajaccio e poi in Costa azzurra. La sua fuga durerà poco: la polizia francese lo rintraccia nei pressi di Saint-Raphaël, dove ingaggia col terrorista nero un violento scontro a fuoco al termine del quale il riesce ad arrestarlo. Al processo terrà un contegno sprezzante. Anni dopo, nel 1987, sarà lui a capeggiare una rivolta nel carcere di Porto Azzurro che terrà l’Italia con il fiato sospeso per alcuni giorni.

Le indagini sulla strage dell’Italicus, come pure quelle su Piazza della Loggia, riuscirono a spezzare all’epoca il fronte di omertà venutosi a creare. I balordi della provincia nera parlano, ma quando il giudice Tamburrino di Padova o il giudice Arcai di Brescia chiedono conferme o aiuti ai Servizi segreti per indagare sulle alte complicità cala la serrana del «segreto di Stato». Le protezioni di cui godono i fascisti sono sfacciate. Valga questo esempio: il 19 luglio del ’75 viene arrestato a Milano l’avvocato Adamo Degli Occhi, capo della «maggioranza silenziosa», movimento d’ordine. I carabinieri di Milano chiedono alla Questura di Brescia, che conduce le indagini sulla strage di piazza della Loggia, se devono perquisire l’alloggio dell’avvocato, ma la Questura dice che non è il caso. Intanto un giornalista fascista, Domenico Siena, è entrato nell’alloggio e ne è uscito con due valigie. Dirà che aveva preso effetti personali da far arrivare in carcere all’avvocato. Il dubbio che fossero carte compromettenti è più che lecito.

Si entra così nel noto ambito dei misteri legati al nostro Stato e dei governi ombra che per molti anni hanno condizionato la vita italiana. Mario Tuti verrà condannato a due ergastoli per i due poliziotti uccisi, ma non sarà mai ritenuto responsabile della strage: nel 1992 verrà assolto definitivamente da tutte le imputazioni per la strage dell’Italicus. Gode dello stato di semilibertà dal 2004. In un’intervista al Corriere della Sera l’anno precedente dichiarava “di essere un altro uomo, di odiare la violenza, di temerla quasi”.

Sono passati da quel giorno 45 anni. Nonostante l’importanza della strage, nella valutazione di un periodo complesso e oscuro come quello dello stragismo italiano di matrice neofascista, “questa tragedia – precisa lo storico Domenico Guzzo – si presenta come la strage meno ricordata, meno commemorata, meno analizzata e considerata dalla storiografia e dalla memoria nazionale”.

Noi, invece, ricordiamo tutto.