Home Home Quel 12 agosto 1944. L’eccidio di Sant’Anna di Stazzema.

Quel 12 agosto 1944. L’eccidio di Sant’Anna di Stazzema.

di Amedeo Salice, Segretario FGCI Catania

Accadeva 75 anni fa. Il 12 agosto 1944 i nazifascisti con fucilazioni di massa e altre violenze di vario genere decisero di porre fine alla vita di più di 560 civili inermi: uomini, donne, anziani e bambini, questi ultimi almeno in 130. I più piccoli avevano giusto qualche mese. A Sant’Anna di Stazzema furono passati per le armi; tutti. “Azione di guerra”, la definirono i reparti SS che li massacrarono. “Azione di guerra”, ripeterono i repubblichini italiani che affiancarono le SS nell’eccidio, casa per casa.

Un orrore che non deve essere mai dimenticato. Un orrore che non dovrà più accadere di nuovo.


Estate 1944, l’ultima estate di guerra. La zona della Versilia in quel momento costituiva il fronte occidentale della Linea Gotica. Le disposizioni tedesche costrinsero la popolazione ad evacuare l’area per spostarsi al di là dell’Appennino, in provincia di Parma. L’ordine era impraticabile vista la scarsità dei mezzi a disposizione, ma la popolazione della piana si vide comunque costretta a sfollare, per sottrarsi ai rischi della zona di guerra. È così che un piccolo paesino di mezza montagna nelle colline sopra Lucca, raggiungibile solo attraverso le mulattiere, Sant’Anna di Stazzema, cominciò ad accogliere molti rifugiati e a veder quadruplicarsi la propria popolazione, fino al raggiungimento di circa 1500 abitanti. All’alba del 30 luglio i partigiani della X Brigata Garibaldi avevano dato battaglia alle truppe tedesche sul monte Ornato, non distante da Sant’Anna di Stazzema, che il 5 agosto venne investita dal terribile ordine di sfollamento, fortunatamente ritirato alcuni giorni dopo, poiché la zona qualificata nel frattempo come “zona bianca” (ovvero adatta ad accogliere sfollati) in quanto i partigiani hanno abbandonato l’area, attestandosi in una zona più interna, in direzione di Lucca.

L’operazione tedesca arrivò perciò improvvisa e del tutto inaspettata. All’alba del 12 agosto quattro compagnie SS del secondo Battaglione, la quinta, la sesta, la settima e l’ottava, si trovavano già in marcia verso il piccolo borgo: tre reparti di SS salirono a Sant’Anna, mentre un quarto chiuse ogni via di fuga a valle sopra il paese di Valdicastello. Alle sette del mattino il paese era già del tutto circondato. Quando le SS giunsero nei pressi di Sant’Anna di Stazzema, accompagnati da repubblichini che fecero loro da guida, si preannunciarono alla popolazione con il lancio di quattro razzi rossi. Gli uomini, pensando alla rituale retata, se la dettero a gambe per non essere deportati per la valle e nei boschi, mentre donne, vecchi e bambini, sicuri che nulla sarebbe capitato loro in quanto civili inermi, restarono nelle loro case.

Si sbagliavano: i nazisti iniziarono rastrellando circa centocinquanta persone, conducendole poi nel piazzale antistante la chiesa e aprendo contro di loro il fuoco. Terminate le raffiche dei mitragliatori, ammassarono sul cumulo di corpi, tra cui vi erano ancora dei vivi, le panche e le suppellettili della chiesa, dandovi fuoco. Altre decine di persone, atterrite e sconvolte, incapaci di opporre resistenza, vennero spinte vive nel rogo.

Nel frattempo altre SS entrano in ogni casa, rastrellando tutti i presenti e rinchiudendoli nelle stalle e nelle cucine delle case, provvedendo poi, con feroce meticolosità, all’eccidio, con colpi di mitra, fuoco e bombe a mano. Chiunque tentasse di fuggire verso il bosco veniva raggiunto da raffiche di mitra. A mezzogiorno tutte le piccole case di Sant’Anna stavano già bruciando. I tedeschi, esaltati e brutali, scesero a valle per il sentiero, continuando ad ammazzare e bruciare qualsiasi cosa incontrassero sulla propria strada: solo il calar delle tenebre pose fine al massacro.

Tra le vittime anche numerosi bambini, alcuni dei quali colpiti alla testa con calci di fucile e lanciati poi nel forno del pane. Tra i giovani martiri vi erano anche 65 bambini minori di 10 anni. La vittima più giovane, Anna Pardini, aveva solo 20 giorni – era nata il precedente 23 luglio. Gravemente ferita, la rinvenne agonizzante la sorella maggiore Cesira (Medaglia d’Oro al Merito Civile) miracolosamente superstite, tra le braccia della madre ormai morta. Morì pochi giorni dopo nell’ospedale di Valdicastello.

Evelina Berretti era nella sua casa. Aspettava la levatrice. Furono loro, i militari, a far lei da levatrice. Li guidava il fu capitano Anton Galler, un ex fornaio. I suoi uomini aprirono il ventre di Evelina con le baionette e lanciarono il feto per aria, sparandogli alla testa. Questo avveniva mentre Il marito di Evelina veniva trucidato con i suoi fratelli, qualche metro più in là.

Enio Mancini, che da una vita cura il Museo di Stazzema, ricorda: «Io allora avevo sette anni, mi portarono via insieme con mia madre, le due nonne e il mio fratellino. Mio padre no, era scappato all’alba. Ci misero al muro, piazzando davanti a noi la mitragliatrice. Subito dopo, il comandante di quella compagnia, non so chi fosse lui e quale fosse la sua compagnia, ci disse “Raus, raus, schnell schnell”, via, via, svelti, svelti. Ci salvò la vita. Un gesto di umanità, in mezzo a tanta ferocia…».

Quel mattino di agosto a Sant’Anna di Stazzema i nazifascisti uccisero i nonni, le madri, uccisero i figli e i nipoti. Uccisero i paesani ed uccisero gli sfollati, i tanti saliti, lassù, in cerca di un rifugio dalla guerra. Uccisero Genny, la giovane madre che, prima di morire, per difendere il suo piccolo Mario, scagliò il suo zoccolo in faccia al nazista che stava per spararle, uccisero il prete Innocenzo, che implorava i soldati nazisti perché risparmiassero la sua gente, uccisero gli otto fratellini Tucci, con la loro mamma. 560 ne uccisero, senza pietà in preda ad una cieca furia omicida. Indifesi, senza responsabilità, senza colpe. E poi il fuoco, a distruggere i corpi, le case, le stalle, gli animali, le masserizie. A Sant’Anna di Stazzema, quel giorno, uccisero l’umanità intera.

Impossibile tutt’oggi quantificare esattamente il numero delle vittime, sicuramente superiore alle 560 persone; per la maggior parte bambini, donne e anziani.

Non solo tedeschi, però, gli uomini coinvolti nella strage: tra quei massacratori c’erano anche gli italiani appartenenti alla 16esima divisione corazzata: lo dimostra una targhetta, che ora è nel museo, con la scritta “Stalag IB-NR 749 I”. IB è la sigla del campo, che secondo ricerche fatte da Mancini è nei pressi di Stettino, in Polonia, NR 749 è la matricola del soldato, la I indica la nazionalità italiana: evidentemente un militare del nostro paese passato ai tedeschi. Una riprova? L’hanno fornita Alba e Ada Battistini, 17 e 15 anni all’epoca dei fatti: bloccate, mentre cercavano di fuggire, da un gruppo di cinque miliziani. Quattro parlavano perfettamente l’italiano, usando anzi tipiche espressioni dialettali della zona. Furono loro ad ammazzare i genitori delle ragazze, salve grazie all’intervento dell’unico vero tedesco: con un cenno fece capire ad Alba e Ada di allontanarsi mentre sventagliava in aria una raffica di mitra. Alcuni di questi uomini portavano la divisa tedesca, altri arrivarono con abiti civili per non farsi riconoscere. Ma i superstiti santannini il loro modo di parlare lo ricordano ancora. C’erano anche gli italiani con le SS a Sant’Anna di Stazzema. Non solo i civili costretti a portare di notte, lungo i tornanti, il peso delle munizioni fino al paese della Versilia e, una volta assolto il compito, fucilati. Ma anche i volontari. Alcuni, arruolati regolarmente nella divisione, non si distinguevano dai tedeschi, perché portavano la divisa; altri, i fascisti locali, giunsero a Sant’Anna con gli abiti civili e il volto coperto per non farsi riconoscere. Dimenticarono però di camuffare la voce. Nelle retrovie della divisione, composta in gran parte da ragazzi tra i 17 e i 20 anni e che contava in totale tra i 10mila e i 12mila uomini, gli italiani erano quasi la metà. Lo confermarono, dopo la guerra, il generale Max Simon, ufficiale delle SS, e Frederich Knorr, comandante dei servizi della divisione. Tra i nostri connazionali alcuni erano stati reclutati dai campi di concentramento, altri arruolati come volontari, altri ancora venivano dall’esercito italiano discioltosi l’8 settembre dell’anno precedente. Lo storico Carlo Gentile, tra gli esperti chiamati a deporre nel processo del tribunale militare di La Spezia, ha individuato 25 repubblichini arruolati nella 16esima divisione Reichsführer, per gradi che andavano dai soldati scelti ai sergenti.

Entrarono quel giorno in azione anche almeno una quindicina di collaborazionisti; i “più viscidi” fra quegli uomini, nei ricordi dei superstiti: furono loro, con ogni probabilità, a condurre le quattro colonne a Sant’Anna. Circondarono il paesino da ogni lato, bloccando ogni via di fuga. Arrivarono all’alba, trasportando talvolta sulle spalle cassette di munizioni, passando per vie impervie e sconosciute se non ai versiliesi. Molti superstiti hanno detto e ripetuto più volte di aver sentito parlare in versiliese quella mattina. Una particolare citazione merita Aleramo Garibaldi, noto fascista locale. L’11 agosto, il giorno prima della strage, aveva cercato un rifugio per la moglie e le due figlie: un indizio macroscopico che l’eccidio era stato veramente programmato. Una testimone, Maria Luisa Ghilardini, riconobbe in lui l’uomo che, mitragliatrice alla mano, fece fuori 17 persone del suo gruppo, ferendo anche lei a un polmone, trapassato da un proiettile. Lo rivide qualche anno dopo al mercato di Pietrasanta: gli saltò al collo, lo graffiò, gli strappò i capelli e lo prese a morsi. Intervennero i vigili urbani e scoprirono che lui portava ancora con sé un lasciapassare tedesco. L’uomo si mise a piagnucolare dicendo che anche sua moglie Andreina Genovesi e le due figlie erano state uccise. Era vero: probabilmente il rifugio da lui cercato per i congiunti non era stato poi così sicuro. Quattro anni fa un nipote di Andreina Genovesi ha richiesto e ottenuto che il cognome da sposata di sua zia, “Garibaldi”, inciso sulla lapide che sovrasta l’ossario di Stazzema, venisse cancellato: «Non posso lasciarle questa vergogna addosso».


Le indagini sul massacro di Sant’Anna di Stazzema iniziarono immediatamente, inizialmente condotte da inglesi e americani, con lo scopo di identificare i responsabili: una verità giudiziaria definitiva non arriverà però per più di cinquant’anni. Si tratterà di una delle tante vergogne di cui si coprirà il sistema giudiziario italiano: nel 1960, infatti, verrà disposta l’archiviazione di circa 695 fascicoli riguardanti gli eccidi nazisti che in Italia hanno provocato più di quindicimila vittime. I fascicoli verranno ritrovati solo nel 1994, durante il processo a Eric Priebke, in quello che verrà poi chiamato “l’armadio della vergogna”, un armadio chiuso e girato con le ante verso il muro negli scantinati di Palazzo Cesi-Gaddi, a Roma. Dai documenti tedeschi peraltro non fu facile ricostruire con precisione gli eventi: in data 12 agosto 1944, il comando della 14ª Armata tedesca comunicò l’effettuazione con pieno successo di una “operazione contro le bande” da parte di reparti della 16. SS-Panzergrenadier-Division Reichsführer SS nella “zona 183”, dove si trova il territorio del comune di S. Anna di Stazzema; l’ufficio informazioni del comando tedesco affermò che nell’operazione 270 “banditi” erano stati uccisi, 68 presi prigionieri e 208 “uomini sospetti” assegnati al lavoro coatto. Una successiva comunicazione dello stesso ufficio in data 13 agosto precisò che “altri 353 civili sospettati di connivenza con le bande” erano stati catturati, di cui 209 trasferiti nel campo di raccolta di Lucca. A Sant’Anna di Stazzema non si trattò di una rappresaglia: come è emerso dalle indagini della procura militare di La Spezia, infatti, si trattò piuttosto di un atto terroristico premeditato e curato in ogni dettaglio per annientare la volontà della popolazione, soggiogandola grazie all’uso del terrore. L’obiettivo era quello di distruggere il paese e sterminare la popolazione per rompere ogni collegamento fra i civili e le formazioni partigiane presenti nella zona. La ricostruzione degli avvenimenti, l’attribuzione delle responsabilità e le motivazioni che hanno originato l’eccidio sono state possibili grazie al processo svoltosi al Tribunale militare della Spezia, conclusosi il 22 giugno 2005 con la condanna all’ergastolo per tutte e dieci SS imputate per il massacro: Sonner, Sontag, Schonemberg, Bruss, Rauch, Schendel, Concina, Gopler, Richter e Goring.

Per quasi quarant’anni l’eccidio di Sant’Anna è rimasto sconosciuto ai più, nascosto dietro il muro di gomma della nostra democrazia, lo stesso muro su cui rimbalzano sistematicamente tutti i tentativi di individuare responsabilità politiche e materiali delle stragi di stato. E da qualche anno a questa parte, inoltre, il ricordo della strage di Sant’Anna di Stazzema sembra svolgersi mentre appare in corso un’offensiva antidemocratica di recupero del fascismo, e non solo da parte di quei gruppi che vi inneggiano, ostentando i suoi nefasti simboli. Perché il recupero del fascismo si verifica anche a ben altri livelli, da parte delle stesse forze di governo, attraverso le espressioni di razzismo, sopraffazione, dominio di classe, arroganza nell’uso del potere e il varo di leggi liberticide che riempiono le nostre cronache quotidiane. Inoltre è innegabile come il progressivo arretramento della sinistra sul versante delle conquiste sociali e dei diritti sia stato accompagnato, per non dire favorito, dal contestuale arretramento sul versante dell’identità culturale e politica; e ad esso imputabile. Questo il clima che si respira già da un po’ di tempo: quello di un allentamento sul piano culturale, di presa di distanza dai fondamenti dell’antifascismo e dalle ragioni profonde sulla base delle quali nacque la nostra Repubblica. La Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza antifascista, la Costituzione che ha creato le fondamenta per una democrazia avanzata, che grazie al contributo determinante delle forze democratiche uscite vittoriose dal ventennio fascista, con in testa il PCI, ha garantito diritti e tutele sociali ai lavoratori del nostro Paese, deve essere adesso cancellata e, per farlo, per completare l’opera di restaurazione di un regime autoritario, si deve rimuovere ogni traccia di quella che è stata la vera religione civile del nostro Paese: la Resistenza e la lotta contro il nazi-fascismo.

Contro chi vuole privare ancora questo Paese di libertà, uguaglianza e giustizia occorre lottare, quotidianamente. Oggi più che mai.