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Battesimo del Fuoco

di Gennaro Chiappinelli, Segreteria Nazionale FGCI

È un Agosto caldissimo. Incendi divampano dall’Artico al Brasile, liberando nell’atmosfera tonnellate di anidride carbonica e devastando comunità umane oltre che veri e propri patrimoni naturali globali. Incendi talvolta spontanei, talvolta dolosi, che a causa dell’aumento delle temperature sono destinati a divenire sempre più inarrestabili. In Amazzonia si calcola un aumento dei roghi dell’ 83%. 1 Si tratta di roghi essenzialmente dolosi, appiccati da chi spera di ottenere vantaggi economici dalla distruzione delle zone forestali o da chi cerca di allontanare le popolazioni indigene che vivono all’interno della foresta. L’innalzamento delle temperature amplifica la portata degli incendi, con i risultati devastanti riportati un po’ ovunque sui media. Di diversa natura, invece, gli incendi scoppiati nel circolo polare artico, dall’ Alaska alla Siberia2. In questo caso gli incendi sono provocati dall’aumento stesso delle temperature, testimonianza di un cambiamento climatico in rapido avanzamento ma che non si manifesta equamente in tutte le zone del Pianeta, incidendo su alcune zone di più rispetto ad altre. In questi casi, il rischio è doppio: lo scioglimento di strati di permafrost libera grandi quantità di gas rimaste intrappolate sotto i ghiacci, che amplificano le emissioni.

Delle due esperienze esaminate, quella amazzonica merita ulteriori approfondimenti, proprio in quanto caratterizzata da un alto grado di dolosità. Il neo-Presidente Bolsonaro3 non ha mai nascosto la sua scarsa attenzione verso le tematiche ambientali e verso la tutela della foresta Amazzonica. Tenendo fede alle sue promesse, ha condotto una politica volta all’eliminazione delle sanzioni e dei sequestri condotti contro le società colpevoli del disboscamento dell’Amazzonia. Questo, indirettamente, consente di procedere con relativa tranquillità al disboscamento di intere aree, nella speranza che le terre così “liberate” possano essere coltivate o destinate all’allevamento. Tale liberazione avviene in maniera più rapida appiccando incendi . Questa pratica non è estranea neanche, si badi bene, all’ Italia, dove pure annualmente gli incendi aumentano sia in quantità che in qualità, in particolar modo al Centro-Sud4. Non possiamo ignorare che gli stessi fenomeni sono in aumento anche nella zona del Mediterraneo.

La questione climatica già segna un punto cruciale per la politica internazionale e nazionale. È la Politica infatti a amplificare gli effetti del cambiamento climatico “alla fonte”, come nel caso del Brasile, oppure “a valle”, non riuscendo a gestire incendi che scoppiano in zone spesso difficili da raggiungere e con delle portate mostruose. È evidente che una soluzione in entrambi i sensi non può venire da un modello economico, quello capitalista, che innalza a valore massimo quello dell’aumento del profitto. Non c’è ragione che tenga,se per aumentare la propria ricchezza si può passare sopra i diritti dei propri simili, a maggior ragione è possibile ignorare completamente gli aspetti relativi alla tutela dell’ambiente. Tra la corsa al profitto e la salvezza dell’ambiente, si preferirà sempre la prima. Siamo di fronte alla lucida follia di un sistema che necessita oggi più che mai di essere trasformato. Una soluzione può venire proprio da Paesi come la Cina5, che da anni si impegnano concretamente nella riduzione di emissioni, nella riforestazione di intere aree e persino nella realizzazione di nuovo città “verdi”, peraltro con un grande apporto di professionisti italiani6.

Invece, in questa parte dell’emisfero, più che sul sistema nella sua totalità, ci si concentra sulle abitudini del singolo. La riduzione delle emissioni e dei consumi viene addossata alle classi sociali più deboli, mentre i grandi poli industriali continuano (quasi) indisturbati a inquinare e de localizzare in Paesi dove le normative sulla tutela ambientale sono più larghe. Indubbiamente è necessaria una presa di coscienza collettiva, che porti a una maggiore consapevolezza, e a mutare le proprie abitudini (raccolta differenziata, riduzione dell’uso della plastica, riduzione dell’uso di mezzi inquinanti, etc per fare qualche semplice esempio) ma non è su questo mutamento che può basarsi una politica di tutela dell’ambiente efficace. Una politica efficace si basa sul sanzionare le grandi imprese che aggirano le norme sull’ambiente, producono tonnellate di sostanze inquinanti ma puntualmente non ne pagano le conseguenze. Serve, in definitiva, un approccio all’economia che sia più legata alla tutela dell’ ambiente, ma tale approccio è possibile solo se si scardina la logica del profitto ad ogni costo, della prevaricazione sull’altro, e se li si sostituisce con la tutela di interessi e beni comuni, con un intervento più deciso contro i soprusi dei grandi gruppi imprenditoriali, con una riqualificazione industriale che sia anche ecologica7.

Come giovani, la questione climatica è per noi di primo interesse, ne va del nostro futuro e per questo ci impegneremo in tutte le manifestazioni che portino con se delle rivendicazioni incentrate sul cambiamento di un sistema economico non più sostenibile, e che nel corso8 dei prossimi decenni favorirà conflitti per il possesso di beni fondamentali, come l’acqua.

Socialismo o barbarie”, verrebbe da dire, ed è vero oggi più che mai.

3 Bolsonaro prima ha gidicato come normale il numero di incendi, poi ha accusato ONG di provocare gli incendi (https://www.reuters.com/article/us-brazil-politics/brazils-bolsonaro-says-ngos-may-be-setting-fires-in-amazon-rainforest-idUSKCN1VB1BY) e ha licenziato il presidente dell’ INPE, che lo aveva accusato dell’aumento del disboscamento (https://www.wsj.com/articles/brazil-official-is-fired-after-he-reports-rising-amazon-deforestation-11564772184)

5 A tal proposito si veda “La Cina della Nuova Era”, di Fosco Giannini e Francesco Maringiò, La città del Sole. 2018 (pp 245-275)

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