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L’AMAZZONIA BRUCIA PER IL PROFITTO DEI CAPITALISTI

di FGCI Carpi

Una delle foreste più grandi e importanti del pianeta sta bruciando. Nell’ultimo anno sono stati registrati 73 mila incendi, di cui 10 mila nell’ultima settimana. I venti hanno portato una coltre di fumo sopra molte città, come São Paulo, la città più grande dell’emisfero australe. Alle 3 del pomeriggio il fumo era così fitto da far accendere i lampioni automatici.

I media non si sono interessati al problema degli incendi finché la situazione non è diventata drammatica come nell’ultima settimana. I gruppi ambientalisti accusano: dietro questi incendi c’è la mano dell’uomo. Uomini con nomi, cognomi e indirizzi, tutti appartenenti alla classe dei capitalisti. Gli incendi sono parte di un preciso progetto di deforestazione che mira a creare terreno per coltivare soia e sfruttare le foreste. Se la nostra casa brucia è per la sete di profitto dei grandi business dell’agroalimentare, supportati dal governo di estrema destra di Bolsonaro.

Sin dalla sua elezione a presidente del Brasile, gli incendi sono aumentati esponenzialmente, grazie alla deregolamentazione. Oltre alla retorica esplicitamente razzista, omofoba e sessista, Bolsonaro è anche un campione dei tagli all’educazione e alle pensioni. Idolo dei neofascisti, che in tutto il Brasile conducono attacchi contro militanti e popolazioni indigene, Bolsonaro ha fatto celebrare l’anniversario del colpo di Stato militare del 1964, un periodo tragico della storia del paese che lui ricorda come “molto bello”. Ancor più drammatico è il suo obiettivo esplicito di distruggere la foresta amazzonica per salvaguardare gli enormi profitti dei business dell’agroalimentare. Il ministro Ricardo Salles ha addirittura incoraggiato queste aziende senza scrupoli. Sue le parole “potete bruciare tutto”.

Al danno non è mancata la beffa: Bolsonaro ha provato a mettere a tacere le organizzazioni che monitorano e denunciano la situazione, come l’Istituto Nazionale per la Ricerca Spaziale (INPE). Addirittura, ha incolpato le popolazioni indigene di aver distrutto le proprie terre ancestrali. Anche l’ONU ha denunciato il clima da persecuzione contro queste popolazioni (che Bolsonaro definisce “terroristi”) in seguito all’assassinio di alcuni leader tribali.

In un contesto di guerre commerciali e crisi capitalista globale, il vantaggio competitivo della borghesia brasiliana è quello di disporre di campagne molto produttive da ipersfruttare. La foresta amazzonica, il polmone verde della terra, è ai loro occhi solo l’ennesima risorsa con cui arricchirsi. Il settore agroalimentare brasiliano è interamente nelle mani di gruppi imperialisti che dominano il commercio di fertilizzanti, pesticidi, semi OGM, silos e logistica. Quattro sole aziende (due americane, una francese e una olandese) producono l’80% della soia in Mato Grosso, uno dei più grandi stati brasiliani. Il più grande produttore di fertilizzanti al mondo, la norvegese Yara, ricava il 25% del proprio fatturato in Brasile. È l’ipocrisia sfacciata di un paese che si definisce “a difesa dell’ambiente”.

Chiunque abbia una coscienza ambientale deve impegnarsi a costruire mobilitazioni di massa in tutto il mondo: a difesa della foresta amazzonica, del diritto alla terra delle popolazioni indigene e per sconfiggere i negazionisti della crisi climatica.

Qualche giorno fa (il 23 agosto) il gruppo milanese di Fridays For Future ha manifestato sotto al consolato brasiliano. Tra i cori si è sentito anche “no es fuego, es capitalismo”, ricordando a tutti noi che il “green capitalism” non esiste. Se vogliamo salvare la vita sulla terra dalla devastazione in cui ci ha portato il sistema capitalistico, dobbiamo lottare per una società socialista. Nelle scorse ore si è diffuso l’hashtag #PrayForTheAmazon, ma a nulla ci possono servire le preghiere. Solo con il socialismo e la pianificazione razionale dell’economia possiamo impedire che la vita sulla terra venga spazzata via per il guadagno di pochi.