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Foibe: mistificazioni e responsabilità

di Marco Paciotti, Responsabile FGCI Marche

Per anni la retorica della destra italiana ha insistito sulla presunta carente attenzione dedicata al tema delle foibe, additando nell’esistenza di un partito come il Pci una sorta di istituzione censoria in grado di far scendere sull’argomento una “congiura del silenzio”.

In realtà sin dai primordi del dopoguerra, come notava la storica Alessandra Kersevan, nel cinquantennio di Italia a guida democristiana è stato prodotto un numero considerevole di libri e di articoli in riviste e giornali sulle foibe e l’esodo giuliano-dalmata[1], i cui contenuti sono ricalcati in pieno dalla letteratura revisionista oggi dominante.

Ciò che ha precluso a tale pubblicistica le luci della ribalta è stata tutt’altro che la volontà di un singolo partito che, peraltro, non ha rappresentato mai più di un terzo della popolazione italiana.

Al contrario, erano le carenze interne di tali lavori, caratterizzati da un uso spregiudicato delle fonti e dall’assoluta decontestualizzazione della vicenda, a precluderne una più ampia circolazione.

In sostanza, in una fase storica in cui la destra moderata italiana (intendendo con ciò riferirsi ai partiti governativi della nostra prima repubblica, dalla Dc al Pli, dal Psi a Psdi e Pri) non aveva bisogno dello sdoganamento dei post-fascisti per ottenere i numeri sufficienti per governare e poteva dunque ancora riconoscersi nella comune matrice resistenziale e partigiana, i criteri di scientificità storiografica erano in grado di farsi valere sui moventi di strumentalizzazione della vicenda delle foibe in senso revisionista e anti-resistenziale, che rimanevano così giustamente confinate all’interno di nicchie iper-minoritarie di simpatizzanti di estrema destra.

Dal momento in cui, però, tale vulgata conosce oggi una diffusione indiscussa ed è riuscita a penetrare non solo nel senso comune della popolazione italiana, ma anche nella cultura politica di quel partito che pure – almeno nelle parole – si pone a difesa della matrice antifascista della repubblica[2], vale la pena prenderne di petto alcuni dei suoi punti salienti.

A partire dai numeri della vicenda.

Chi scrive non intende assolutamente prestarsi al macabro gioco dei numeri, se non per denunziare l’utilizzo spregiudicato e storiograficamente infondato delle cifre da parte della destra, volto a provocare un effetto di sdegno ideologicamente orientato.

L’obiettivo non è quello di minimizzare ciò che è a tutti gli effetti una tragedia storica, ma quello di tracciare un bilancio delle responsabilità di questi fatti ormai noti.

Cionondimeno, non possiamo fare a meno di sottolineare gli effetti distorsivi della comprensione storica che proprio certe narrazioni ideologicamente orientate – benché mascherate come anti- o post- ideologiche – divenute negli ultimi decenni dominanti, hanno diffuso in maniera dilagante facendo leva proprio sull’apparente neutralità e freddezza del numero.

Le discussioni si sono a lungo innestate sull’ordine delle migliaia, con picchi massimi che rivendicano fino a centinaia di migliaia di morti nelle cavità carsiche.

Probabilmente la sparata più grande è ascrivibile a Maurizio Gasparri, il quale nel 2005, da “ministro dell’Informazione”, sparò un milione di infoibati.

Accordo più generale è espresso intorno alla cifra compresa tra 5mila e 10mila vittime, ma da dove provengono queste cifre?

Il problema delle fonti è il grande assente delle esternazioni pubbliche sull’argomento.

Da un lato risulta sorprendente come, nell’ambito delle commemorazioni del “giorno del ricordo”, vengano solitamente taciute due fonti dirette dell’epoca in questione, entrambe riconducibili a settori filofascisti[3], che ridimensionano sensibilmente il numero delle vittime degli infoibamenti.

Mi riferisco al maresciallo Harzarich, comandante dei vigili del fuoco di Pola, incaricato nell’ottobre del ’43 dai tedeschi di procedere alla perlustrazione delle foibe e al recupero dei corpi delle vittime, che scrisse nel giugno del ’45 una relazione, indirizzata alle autorità alleate, in cui quantificava nella somma di 204 i corpi rinvenuti nel corso delle operazioni di recupero foiba per foiba.

La seconda lista a cui mi riferisco fu compilata nell’aprile del ’45 dal federale dell’Istria Luigi Bilucaglia, il quale parla di 500 italiani uccisi a partire dal settembre ’43.

Altre fonti invece, come ad esempio L’albo d’oro di Luigi Papo, sono più inclusive e si spingono a parlare di 20mila vittime.

Peccato che il criterio di inclusività utilizzato risulti quantomeno discutibile dal momento in cui coinvolge tutti i morti della Venezia Giulia e Dalmazia durante la Seconda guerra mondiale e nel periodo immediatamente successivo, finendo per chiamare in causa anche i partigiani uccisi dai nazi-fascisti, i morti nel corso di combattimenti e le vittime dei bombardamenti.

In un ulteriore elenco predisposto da Marco Pirina, uno dei principali animatori della revisione storica degli eventi, appariva il nome dell’esponente della X flottiglia Mas[4] Remigio Rebez, morto pochi anni fa a Napoli![5]

O addirittura, su una lapide volta a ricordare i nomi dei deportati dalla città di Gorizia in Jugoslavia dopo il mese di maggio ’45, venivano inclusi per buona parte dell’elenco nomi di noti collaboratori dei boia fascisti e dell’occupante nazista, e addirittura – con effetto ancor più parossistico – un ex militare repubblichino tornato a casa dopo due anni di prigionia in Jugoslavia e ancora vivo all’epoca dell’inaugurazione del monumento[6]!

Esempi come questo gettano una luce chiarificatrice sul carattere strumentale dell’“operazione foibe” e sull’interesse reale dei suoi promotori, che se fosse realmente quello di ricordare non avrebbe certo bisogno di gonfiare artatamente la contabilità degli infoibati.

Considerazioni a parte merita la situazione triestina successiva alla liberazione della città, avvenuta il 1° maggio 1945.

Qui e nella regione circostante vennero arrestati fascisti, membri delle formazioni collaborazioniste e civili collaborazionisti, quantificabili in totale in circa 17mila persone, metà delle quali furono rilasciate.

Nel complesso, i documenti più accreditati indicano che gli scomparsi – ovvero arrestati e mai più ritornati – da Trieste alla fine della guerra furono 496 persone[7], mentre ammontavano a circa 600 nel goriziano e a circa 300 nel fiumano.

È inoltre interessante notare che questi non furono infoibati, bensì per lo più perirono per malattie nel campo di concentramento per prigionieri di guerra allestito a Borovnica[8], mentre una parte di essi fu riconosciuta come colpevole di crimini di guerra dopo processo e fucilata.

Insomma, a differenza di quanto sostenuto da produzioni televisive a caccia di indignazione a basso costo, non si trattava di donne, anziani e bambini, bensì di persone riconosciute come criminali di guerra o come responsabili di efferatezze.

Altre grossolane mistificazioni riguardano la foiba di Basovizza (Bazovica), assurta a simbolo della tragedia delle foibe e divenuta nel 1992 “monumento di interesse nazionale” con decreto dell’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro.

Basovizza, villaggio a nord-est di Trieste, è stato in realtà a lungo simbolo della lotta dei partigiani jugoslavi contro il regime mussoliniano in quanto, nel 1930, fu teatro della fucilazione di quattro patrioti (tre sloveni e un croato) per ordine del Tribunale speciale per la difesa dello Stato.

Nei suoi dintorni vi sono due voragini, una carsica della “Plutone” e una mineraria detta dialettalmente “Šoht”, scavata artificialmente nella prima metà del secolo per l’estrazione di lignite, presso la quale oggi si trova il monumento.

Negli anni della guerra, quest’ultima divenne una delle fosse utilizzate dalla famigerata “banda Collotti”[9] per sbarazzarsi delle vittime delle proprie torture.

Dalla testimonianza di un ufficiale delle SS risulta inoltre che i tedeschi vi gettarono i corpi di 72 ostaggi fucilati dai tedeschi a Opicina[10].

Nei pressi di Basovizza si tenne una delle ultime battaglie, tra il 29 e il 30 aprile, sostenute dalla IV armata jugoslava contro truppe della Wehrmacht e unità collaborazioniste, i cui cadaveri furono gettati nella foiba per le esigenze di una sbrigativa sepoltura dettate dal caldo stagionale.

Infine, solo dopo l’avvenuta caduta del nazifascismo, la prima delle due fosse divenne il luogo terminale di qualche centinaio dei prigionieri di guerra giustiziati di cui si è scritto poc’anzi, nonché di 18 malcapitati caduti nelle grinfie della banda Steffè-Zoll, i cui componenti erano stati per un certo periodo vicini al movimento, ma sarebbero stati successivamente arrestati dalle stesse autorità jugoslave per via della loro efferatezza e del carattere prettamente vendicativo delle loro azioni.

In virtù delle pressioni esercitate dagli ambienti italiani nell’immediato dopoguerra, le autorità alleate avevano effettuato ricognizioni nelle voragini già a partire dall’estate del 1945, con macchinari via via perfezionati, che nondimeno fornirono risultati inconcludenti.

Come traspare da documenti recentemente declassificati e disponibili negli archivi di Washington, nel momento in cui disponevano la cessazione delle ispezioni, le autorità alleate mettevano il fallimento delle indagini deliberatamente sul conto dell’insufficienza dei mezzi usati, anziché della mancanza di rinvenimenti chiari, in modo da non fornire potenziali alibi agli jugoslavi[11].

A rincarare la dose contribuì anche l’accusa secondo cui 27 militari del contingente neozelandese fossero finiti nelle foibe come vittime della furia “slavo-comunista”, voce peraltro rilanciata da recenti articoli dedicati alla giornata del ricordo.

Cionondimeno, è stato lo stesso governo neozelandese a smentire tale diceria rispondendo a una lettera di un emigrato sloveno in Australia, che chiedeva di confermarne o meno la verità[12].

Del resto, risulta eloquente l’atteggiamento dell’amministrazione comunale triestina che, dopo la cessazione delle ricerche, autorizzò l’utilizzo del pozzo come discarica pubblica[13].

Ma la narrazione dominante sulle foibe si fonda soprattutto sulla totale rimozione dei crimini italiani nei confronti delle minoranze slave delle regioni annesse a seguito della Prima guerra mondiale, fatte oggetto di una sistematica politica di snazionalizzazione basata sulla repressione e sull’assimilazione forzata.

Questa politica messa in atto dal regime mussoliniano fu anticipata sin dall’immediato dopoguerra da azioni squadristiche di un certo effetto, a partire dall’incendio del Narodni Dom, casa della cultura degli sloveni e dei croati di Trieste, per la quale gli squadristi ebbero modo di avvalersi della connivenza degli organi di polizia italiani.

Tale avvenimento rese evidente la logica dei fascisti, per i quali una razza “barbara e inferiore” non era degna di sviluppare una cultura propria.

L’efferatezza e il cinismo di tale punto di vista avrebbero trovato numerose conferme in successive azioni, tra le quali spicca un evento tristemente noto, ovvero la strage di Strunjan (Strugnano), nella quale un gruppo di bambini fu fatto oggetto di una sparatoria da un treno in corsa effettuata da squadristi fascisti, con il risultato di due morti e cinque feriti gravi.

Una volta giunto al potere, tale politica trova, come si è detto, la sua cristallizzazione istituzionale, attraverso “l’imposizione dell’italiano come unica lingua, italianizzazione di nomi[14] e toponimi, proibizione di parlare in sloveno o croato in qualsiasi luogo pubblico, chiusura di giornali e di sedi culturali ed economiche di sloveni e croati, uso esclusivo della lingua italiana nell’amministrazione, forti discriminazioni sul posto di lavoro e nella ricerca del lavoro, requisizione delle terre di contadini sloveni e croati attraverso la persecuzione fiscale e la loro assegnazione tramite l’Ente Tre Venezie a contadini provenienti da altre regioni, repressione poliziesca e deferimento al tribunale speciale, gran parte delle cui condanne – anche a morte – riguardarono proprio antifascisti della Venezia Giulia sloveni e croati”[15].

Con la seconda guerra mondiale e l’attacco italo-tedesco al regno di Jugoslavia, si sarebbe proceduto alla spartizione di questo Stato, con l’annessione all’Italia delle province di Lubiana, Spalato e Cattaro e l’allargamento della provincia di Fiume, l’annessione del Kosovo all’Albania (già occupata dall’Italia nel ‘39) la riduzione del Montenegro a protettorato italiano e della Croazia (cui veniva accorpata la Bosnia-Erzegovina) a stato-fantoccio sotto il governo degli ustascia guidati da Ante Pavelic.

Di fronte al formarsi di un largo fronte di liberazione (1941: formazione dell’Osvobodilna Fronta, sotto la direzione di Tito), si assistette a un’escalation di violenza nei provvedimenti degli occupanti.

Tra gli atti più aggressivi possiamo ricordare la trasformazione di Lubiana, circondata dal filo spinato, in grande campo di concentramento; l’internamento di migliaia di persone nel campo di concentramento di Gonars (nei pressi di Udine), ovviamente in eccedenza rispetto ai posti previsti con conseguente ulteriore deterioramento delle condizioni igienico-sanitarie; la Circolare 3C adottata dal generale Roatta con la serie di misure indirizzate a spezzare l’appoggio della popolazione locale verso il movimento partigiano, tra cui la disposizione di fucilazioni sommarie di tutta la popolazione maschile adulta dei paesi presso i quali fossero avvenuti atti di sabotaggio contro gli eserciti occupanti, la deportazione di donne, anziani e bambini, il bombardamento o l’incendio dei villaggi interessati; l’eccidio di Podhum (nei pressi di Fiume) con la fucilazione di più di 100 uomini – tra cui un giovane di 14 anni.

Nel complesso, furono oltre 100mila jugoslavi a passare dai campi di concentramento italiani, dai quali 7mila di loro non poterono mai fare ritorno; solo a Gonars i decessi ammontano a più di 500 persone, tra i quali si contano 71 bambini di meno di un anno e tra questi 22 nati proprio nel campo di concentramento[16].

All’utilizzo delle foibe come fosse comuni non risultarono certo estranee le autorità fasciste[17].

A parte il già menzionato utilizzo da parte del vicecommissario dell’Ispettorato speciale Gaetano Collotti per far sparire le vittime delle sue torture, fu lo stesso esercito italiano a occultarvi frettolosamente i cadaveri dei morti nei lager italiani, per non parlare degli alleati ustascia.

Quando, con l’armistizio dell’8 settembre, si provocò il generale sbandamento anche nell’area, ci fu un’insurrezione cui seguì il costituirsi di un potere popolare.

Molte persone furono effettivamente arrestate od eliminate dalle nuove autorità slave, ma si trattava per lo più di profili compromessi con il regime fascista o quantomeno protagonisti della discriminazione etnica quotidiana che, come noto, si riproduceva sui luoghi di lavoro.

Le eliminazioni di innocenti in questa fase erano tutt’altro che il prodotto di una pianificazione sistematica apprestata dai piani alti del movimento di liberazione, ma semplicemente il frutto malato di una tipica situazione di sfaldamento del precedente ordine statale, in cui è difficile evitare che vi siano individui percorsi da intenti vendicativi che si spingono a commettere atti delinquenziali.

È anche vero che, comunque, molti dei prigionieri furono uccisi nel corso della fuga verso l’interno scatenata dalla campagna di riconquista dell’area intrapresa dai nazisti, con l’eliminazione di circa 10mila persone.

Ma è altrettanto vero che non tutti gli arrestati dalle autorità slave furono eliminati: “alcuni furono scagionati dagli stessi comandi partigiani, o liberati alla notizia che stavano arrivando i tedeschi”. [18]

Tra di questi i “100 gerarchi rastrellati a Capodistria, Isola e Umago, e radunati a Pinguente”, mentre altri vennero salvati proprio grazie a comandi partigiani che si spesero per impedire esecuzioni.[19]

Con l’operazione culturale e mediatica delle foibe si è tentato di aggiungere un ulteriore tassello alla comparazione revisionista dei “due totalitarismi” nazista e comunista, con la peculiare inclinazione in salsa italiana alla bagattellizzazione dell’esperienza del fascismo, sul consueto adagio degli “italiani, brava gente” già magistralmente smentito dal noto libro di Angelo Del Boca.

Tra gli obiettivi dell’operazione, oltre che la diffusione di sentimenti revanscisti, oltre alla vittimizzazione (in certi casi giunta senza alcun pudore alla premiazione pubblica) dei carnefici, vi è la speculare criminalizzazione del movimento resistenziale jugoslavo (ma anche, ovviamente, di quello italiano) e, in particolare, della sua guida impersonata da Tito.

Com’è ovvio, le celebrazioni della “giornata del ricordo” si compongono non solo di tante grosse distorsioni, ma anche di notevoli rimozioni.

Viene così taciuto che i soldati semplici italiani, trovatisi dopo l’8 settembre in una situazione di totale sbandamento e privi di qualsiasi disposizione, furono in genere aiutati dalla popolazione locale, mentre altri caddero prigionieri dei tedeschi e altri ancora si unirono alle forze partigiane.

Episodio emblematico è quello che coinvolse gli allievi marinai del CREM di Pola, arrestati dai nazisti e destinati ai campi di concentramento tedeschi, ma liberati in gran parte proprio grazie ad un’iniziativa partigiana[20].

Al netto di queste considerazioni generali, colpisce in particolare la criminalizzazione di Tito[21] a fronte della totale assenza di sue disposizioni che attestino il perseguimento di qualsiasi finalità di sterminio su base etnica, così come sotto silenzio sono messe le misure persecutorie adottate dalle più alte autorità della resistenza jugoslava nei confronti degli esponenti della banda Steffè-Zoll, per un certo periodo vicine al fronte di liberazione ma arrestati in seguito agli eccessi di violenza da essi perpetrati.

Nella sua ricostruzione, perfino uno storico di certo alieno da ogni simpatia per Tito come Jože Pirjevec non può esimersi dal registrare che Tito “negli ultimi mesi della guerra […] aveva più volte dato ordine che i prigionieri e i criminali di guerra non fossero fucilati sul posto, ma sottoposti a regolare processo”[22] e che, quando egli ebbe a constatare che tali ordini erano stati violati, sbottò rabbiosamente con i comandanti delle armate esclamando “non ne abbiamo avuto paura [dei nemici] quando erano armati, perché dovremmo averne quando hanno deposto le armi?”[23].

Sembra inoltre che il comandante della IV armata jugoslava Drapšin si sia suicidato in seguito alle accuse – mossegli con particolare durezza proprio da Tito – di non aver saputo tenere a bada i propri uomini durante i quaranta giorni seguiti all’armistizio badogliano.

D’altro canto, il Partito Comunista Jugoslavo non mostrò alcuna reticenza ad espellere Mate Štemberga[24], partigiano di Albona cui i fascisti avevano ucciso un fratello, a causa della crudeltà da lui mostrata nell’uccisione e infoibamento dei detenuti del carcere di Albona, che erano stati liberati dalla prigione grazie all’intervento di Aldo Negri, comandante partigiano locale.

Di fronte a tali evidenze, poste nel quadro della estesa contestualizzazione che abbiamo sommariamente proposto, sarebbe bene tracciare un ben più credibile bilancio sulle responsabilità della questione delle foibe, a partire dai progetti espliciti esternati dagli esponenti politici di chi ha deliberatamente deciso di gettare l’intera area balcanica e adriatica nel caos e in uno stato di guerra permanente.

Già nel 1920, Mussolini affermava a Pola che bisognasse “espellere questa razza barbara, inferiore slava da tutto l’Adriatico”[25].

E ancora, “Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del Bastone (sic). […] Io credo che si possono più facilmente sacrificare 500.000 sloveni e croati a 50.000 italiani”[26]

Evidente risulta il motivo della sotto-umanizzazione di un’intera popolazione, che avrebbe poi ispirato il regime di occupazione italiano condensato nel motto “Non dente per dente, ma testa per dente” formulato da Roatta nella circolare 3C.

Ma vi erano anche motivazioni più cinicamente pragmatiche che muovevano Mussolini nelle sue guerre di conquista, intraprese con intenzioni da lui candidamente esplicitate: “Ho bisogno soltanto di qualche migliaio di morti – disse Mussolini – per potermi sedere da ex-belligerante al tavolo delle trattative”[27].

Di fronte a tali frasi può sembrare una scappatoia troppo comoda quella intrapresa da certi ambienti destrorsi (e non) ai giorni nostri, che vuole caricare sulle spalle degli offesi e degli attaccati la responsabilità delle di morti italiane nel contesto del confine orientale, nonché assurda di fronte all’assunzione di responsabilità implicita nelle esternazioni mussoliniane.

Questa piccola antologia di citazioni mette in mostra il piano sul quale i governanti italiani dell’epoca intendevano “risolvere” la questione orientale: il piano della prepotenza, della sopraffazione e della forza bruta.

Di fronte a questo genere di approccio, una storia che rifiuti di ricacciarsi in un piano di astrattezza – e che invece voglia aspirare a scrivere ed interpretare le vicende vissute da donne e uomini in carne ed ossa – non può che riscontrare l’impossibilità di ogni possibile soluzione sul piano diplomatico, rifiutata a priori e unilateralmente da una delle due parti in lotta.

La responsabilità di ciò non può certo essere addebitata a chi si è difeso da una guerra voluta e deliberata da altri.

Essa va, inequivocabilmente, attribuita agli aggressori, ovvero al fascismo italiano: ai suoi decisori e ai relativi accoliti.

Una giornata del ricordo vero e proprio, se vogliamo mostrare ancora rispetto del significato semantico dei vocaboli della lingua italiana, non dovrebbe prescindere da tali presupposti.


[1] A Kersevan, Breve storia del confine orientale d’Italia nel Novecento, in G. Aragno – A. Höbel – A. Kersevan, Fascismo e foibe. Ideologia e pratica della violenza nei Balcani, a cura di G. Aragno, La città del sole, Napoli.

[2] Si prenda a titolo di esempio questo post di Nicola Zingaretti, pubblicato sui suoi profili social ufficiali: https://twitter.com/nzingaretti/status/1094499445062987776, che riecheggia il motivo degli “italiani uccisi solo in quanto italiani”, smentito a suo tempo dallo storico – insospettabile di simpatie radicali – J. Pirjevec. Cfr. J. Pirjevec, Foibe. Quali verità?, in Id. (a cura di), Foibe. Una storia d’Italia, Einaudi, Torino 2009.

[3] A. Kersevan, op. cit., p.99.

[4] Forza collaborazionista che, insieme alle altre, prestava giuramento di fedeltà a Hitler (in tedesco prima che in italiano, il che la dice lunga sulla strumentalità dei concetti spesso agitati dalla propaganda nazionalista) e al Terzo Reich, che aveva già annesso tutti i territori ex-austriaci conquistati dall’Italia nella Prima guerra mondiale, dal Trentino-Alto Adige all’Istria, da Fiume alla Venezia Giulia. Ben lungi dalla difesa dell’italianità di queste terre dalla furia annessionista slavo-comunista, si collaborava di fatto a una sorta di passo indietro dalla cosiddetta “vittoria mutilata” a una vittoria cancellata!

[5] A. Kersevan, op. cit., p.102 e nota.

[6] Si tratta di Ugo Scarpin, Cfr. J. Pirjevec, op. cit. p.186.

[7] C. Cernigoi, Operazione foibe a Trieste. Come si crea una mistificazione storica: dalla propaganda nazifascista attraverso la guerra fredda fino al neoirredentismo, Kappa Vu, Udine 1997.

[8] Al contempo non dovevano certo essere invidiabili le condizioni della popolazione jugoslava, nel deterioramento dell’economia agricola e industriale causata dagli effetti distruttivi di una guerra da essa non voluta, ma subita.

[9] Banda guidata da Gaetano Collotti, uno dei più efferati criminali di guerra italiani, insignito nel 1954 di un’onorificenza dalla Repubblica italiana “grazie” a un’azione anti-partigiana, dato il paradosso per cui solo le azioni anti-regime antecedenti all’8 settembre ’43 vengono riconosciute come parte del movimento di liberazione, mentre chi ha lottato contro il fascismo prima di questa data è considerato “nemico della patria” e dunque meritevole delle persecuzioni subite, i cui autori vengono invece premiati. Cfr. A. Kersevan, op. cit., p.103.

[10] Cfr. J. Pirjevec, op. cit., p.112.

[11] A. Kersevan, op. cit., p.107.

[12] La risposta del governo sloveno è integralmente pubblicata in A. Kersevan, op. cit., p.111.

[13] Già alla fine del 1945, 30 camion di materiale bellico vi venne scaricato dagli inglesi.

[14] Non è raro, peraltro, trovare nelle liste di infoibati persone che di italiano hanno solo il cognome ed esclusivamente a causa di tale italianizzazione forzata.

[15] A. Kersevan, op. cit., p.78.

[16] Senza poter contare i bambini nati morti nel campo, come attestano le testimonianze di sacerdoti passati per Gonars. Cfr. A. Kersevan, op. cit., p.90 e nota.

[17] D’altro canto, nelle scuole del periodo fascista venivano anche insegnate filastrocche che indicavano nelle foibe il luogo adatto a gettarvi chiunque non parlasse “di Dante la favella”. Giuseppe Cobolli Gigli, ministro dei lavori pubblici dal ’35 al ’39, scrisse in dialetto istriano: “Fioi mii, chi che ofende / Pisin la pagherà / In fondo alla foiba / Finir el dovarà”. Cfr. C. Cernigoi, op. cit.

[18] J. Pirjevec, op. cit., p.48.

[19] Ibidem.

[20] Eppure, si è stati capaci anche qui di strumentalizzare e di colpevolizzare i partigiani per la morte, nel corso dell’azione, di due ferrovieri e un capostazione italiani che collaboravano con i nazisti. V. N. Feresini, Quel terribile settembre, Famiglia pisinota di Trieste 1993.

[21] Cui sta iniziando a seguire sempre più frequentemente la criminalizzazione di politici italiani dell’età primo-repubblicana simpatetici con Tito, come dimostrano le recenti esternazioni compiute da un esponente leghista ligure nei confronti di Sandro Pertini.

[22] J. Pirjevec, op. cit., p.130.

[23] Ibidem.

[24] Anzi, quando questi venne ucciso dagli squadristi di Dante Gasparini (con seguente trucidamento della moglie di Štemberga allora incinta), provocò una sorta di sollievo tra i partigiani, tanto che ancora ai giorni nostri un gruppo di questi concordava che “Se non l’avessero fatto i tedeschi, l’avremmo dovuto liquidare noi, a causa dei danni che aveva inflitto al Movimento”, cit. in J. Pirjevec, op. cit., p.238.

[25] Cit. in A. Kersevan, op. cit., p.76.

[26] Cit. in J. Pirjevec, op. cit., p.23.

[27] http://www.scuola.rai.it/articoli/mussolini-preparazione-alla-guerra/5384/default.aspx