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Hammamet, o del processo di beatificazione di un ladro. (Della miracolosa proprietà beatificante del cinema)

di Corrado Gallo, Segretario FGCI Emilia-Romagna

“Ma io senza legge rubai in nome mio, quegli altri nel nome di Dio”, così recita la famosa canzone di Fabrizio De Andrè, dedicata a Tito, il ladrone crocefisso alla destra di Cristo; quello che metterà in dubbio il suo trascorso vissuto e si guadagnerà l’ingresso nel regno dei cieli, l’ultimo miracolo del Signore.

Nella moderna società i miracoli non competono solamente ai figli di Dio, per ottenerli e dispensarli basta una cinepresa e un attore tra i migliori del panorama nazionale e mondiale, e così anche per l’indulgenza basta una trama convincente e qualche narrazione romanzata.
Così se a Marco Tullio Giordana era riuscito a far apparire il commissario Calabresi un antieroe antisistema, interessato a dipanare la coltre di fumo che si stagliava dietro i Freda e i Ventura, assolvendolo da ogni responsabilità collegata alla morte “not-so-accidentale” del Pinelli; così a Gianni Amelio è riuscito di far passare come eroe, come ammonitore ante litteram della decadenza post-primorepubblicana, Bettino Craxi, Presidente del Consiglio, Segretario del PSI e ladro.
Già, ladro.

In questo paese, così radicato nel presente, eppure così invischiato nel passato, non curante del futuro, si sente spesso “eh ha fatto delle porcate, ma decisamente meglio rispetto alla classe politica di oggi”, vale per Sua Eminenza, il cardinale nero, Giulio Andreotti, e adesso vale anche per il martire San Bettino da Hammamet.
“Non era l’unico a rubare”, “eh ma ha fermato gli americani a Sigonella”, “è stato il caprio espiatorio scelto da Di Pietro e Davigo”, e così rubare diventa un attività lecita, quasi romantica, perché “non era l’unico”, “perché oggi fanno peggio”, scappare nottetempo per evitare una condanna giudiziaria diventa un romantico autoesilio; Craxi come Napoleone, e proprio come Napoleone ci si dimentica che a Sant’Elena ci arrivò dopo Waterloo e non per una romantica scelta di campo.

La generazione degli arrabbiati e dei nostalgici (anche a me manca la prima repubblica, il pentapartito, il governo balneare e non ho vissuto quegli anni) dimentica quanto avveniva nel 1992 sotto l’Hotel Raphael di Roma “vuoi pure queste, Bettino vuoi pure queste”, dimentica i caroselli attorno al tribunale di Milano, i cori da Stadio con soluzione di continuità con Italia ’90 “Davigo, Di Pietro, non un passo indietro”. Si Craxi è stato un uomo politico, si Craxi ha incarnato un mondo che prendeva la Cosa Pubblica con serietà, ma la buona politica, la levatura morale, quella è tutta altra cosa. Anche Mussolini, del resto, fu un uomo politico di levatura indubbiamente memorabile.
“E tuttavia, d’altra parte, quello che tutti sanno e nessuno dice, del resto” è che Craxi fu ai vertici di un sistema clientelare mafioso, degno delle cosche di Corleone e non di Palazzo Chigi. Da Mario Chiesa al Pio Albergo Tribulzio, fino alla tangente Enimont, le indagini dimostrarono un sistema dove tutto era corrotto, tutto era unto e i “punciuti” erano talmente tanti da far crollare un intero sistema istituzionale che era sorto alla fine della guerra di liberazione, da aprire la strada alla mercificazione della politica, al Berlusconismo; mercificazione iniziata con e grazie all’avallo di Craxi e del PSI.

Anni di privatizzazioni, la Milano da bere, i Congressi di Partito trasformati in serragli di bestie esotiche, in corti persiane, lo smantellamento dell’IRI, lo Stato che getta la spugna; il tutto mentre “giù” due Giudici sfidano un sistema secolare e vengono fatti a pezzi col tritolo per aver scoperto le connessioni tra i salotti dell’eroina e quelli “buoni” della politica. Palermo come Beirut, Roma come New York e Milano come la Washington degli scandali economici e sessuali.
Non guardare tutto questo dalla giusta prospettiva, non riuscire a collegare tutti i puntini, separare tutte le questioni, diventa così esercizio pericoloso e propedeutico al nuovo fenomeno della “beatificazione post mortem”, da morti muoiono pure le nostre colpe; ma questo è quello che si fa dei dittatori, questa non è memoria, è bensì nostalgia, anzi, nostalgismo (revisionismo).

Da De Andrè a De Andrè, “io nel vedere quest’uomo che muore, madre io provo dolore”, si, dispiace per il Craxi uomo, ma dispiace in virtù della normale empatia che lega tra loro gli umani. Non è possibile separare l’odissea umana di Craxi, dall’epopea politica; Craxi fu un politico, ma fu anche un ladro, fu parte essenziale di un sistema che ha eroso lo spirito costituzionale del paese, che ne ha indebolito la democrazia ed il funzionamento e nulla di tutto ciò è da beatificare.