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Il pensiero universale di Antonio Gramsci e le radici storiche del presente

di Massimiliano Romanello, Dipartimento Formazione FGCI Nazionale

Come sovente accade per gli intellettuali marxisti, anche l’opera di Gramsci è stata soggetta ad innumerevoli tentativi di erosione, con l’obiettivo di normalizzare e sminuire progressivamente il suo contenuto rivoluzionario. Ma ancora oggi, ad oltre un secolo dalla nascita, sembra dotata di una profonda carica demistificante, che rende il filosofo ed intellettuale comunista come condannato ad una sorta di eterna attualità. Cerchiamo di ripercorrere, attraverso una importante testimonianza del professore e filosofo Michele Prospero, di cui alleghiamo il video, alcune delle riflessioni che ancora oggi si dimostrano incredibilmente al passo coi tempi.

Per comprendere la vastità del pensiero di Gramsci è bene prima di tutto fornire una panoramica degli anni di grande fibrillazione sociale e politica che furono teatro della sua militanza.
Il XIX secolo si era concluso in un clima di ottimismo e generale fiducia nell’avvenire. Dalla scienza alla filosofia, tutta la cultura del tempo ne era pervasa. La civiltà europea dominava l’intero pianeta; l’Ottocento fu infatti l’epoca dei grandi imperi coloniali di Inghilterra e Francia, la cui estensione oltre gli oceani alimentava, nel senso comune, la visione di un mondo unificato. Il portentoso progresso della tecnica contribuì a plasmare l’idilliaco quadro di speranza: a cavallo dei due secoli treni sempre più veloci percorrevano il continente, le traversate dei grandi transatlantici divennero sempre più frequenti, il telegrafo rese possibile la comunicazione istantanea da una parte all’altra del pianeta. La progressiva diffusione dell’elettricità rivoluzionò l’attività produttiva e la vita di tutti i giorni. Nacquero nuovi mezzi di comunicazione come la radio, strumento che modificò la diffusione delle informazioni e il modo in cui erano veicolati i messaggi politici; giornali e riviste ebbero uno dei loro periodi di massima diffusione. Se lo scenario appena descritto vi ricorda forse il nostro presente, sappiate che non è un caso.

In una civiltà dalla vista così offuscata da tali “prospettive miracolistiche”, come già presagiva la letteratura, la crisi non tardò a venire: in un mondo ormai totalmente spartito, in cui diverse potenze, alla costante ricerca di nuovi mercati da invadere, concorrevano tra di loro in una gara di rapina, erano proprio Asia e Africa, costrette in una condizione di colonia, a contribuire alla ricchezza dell’Occidente. Senza più nuovi territori da invadere e convertire al mercato, occorreva redistribuire i vecchi: nulla poterono i buoni propositi di inizio secolo, dinanzi alla selvaggia concorrenza e all’interesse del capitale nazionale così slanciato alla conquista del mondo. La Prima guerra mondiale fu un vero e proprio spartiacque, un evento di una portata tale da stravolgere la geografia del Vecchio Continente, archiviando ogni residuo ottocentesco delle forme statuali e di organizzazione politica. In più, essa costituì un passaggio essenziale nella storia contemporanea, che vide per la prima volta la mobilitazione di eserciti di milioni di uomini che da allora non sarebbero stati più puramente e fisiologicamente sacrificabili nella dialettica tra diverse Corone, ma avrebbero assunto un ruolo attivo nel plasmare l’avvenire.
In Italia, con le prime elezioni a suffragio universale nel 1913, intere classi sociali e settori produttivi ebbero una loro rappresentanza e parteciparono per la prima volta alla vita politica nazionale. In questo clima matura la riflessione politica di Antonio Gramsci che propone un’analisi delle conseguenze avute dal conflitto, conseguenze che condussero rapidamente alla crisi dello Stato liberale e all’avvento del fascismo. Prospero afferma che:


La guerra sprigiona un’ondata – possiamo dire – di biopolitiche elementari, cioè il ritorno di pulsioni primitive, da parte di settori che si sono mobilitati e dopo anni di trincea regrediscono a uno stato primordiale, istintuale. […] la guerra porta domande immediate, di vitalismo incontrollato e quindi segna quello che Gramsci chiama la fine del “disciplinamento delle passioni”. Il normale disciplinamento delle passioni è quello assicurato dalle istituzioni, dai partiti, dalle culture. Con la guerra non c’è più […] e nulla frena gli istinti più primitivi e aggressivi. Le pulsioni vincono sulla razionalità.

La guerra aveva risvegliato e generalizzato alle masse tutte le pulsioni distruttive figlie del tramonto di un’epoca, pulsioni fino a quel momento rimaste latenti, ma che si erano già manifestate in maniera plateale nella instancabile ricerca di dinamismo delle avanguardie di inizio secolo. L’interventismo non ebbe solo motivazioni economiche o geografiche. La sua natura era più profonda. Se prestiamo fede alle parole del futurista Filippo Tommaso Marinetti: “Si trattava solo di riverniciare i propri istinti sanguinari con nuovi ideali”. E dopo la guerra, tali istinti erano definitivamente riaffiorati.

Il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati

È molto interessante tracciare una linea immaginaria che fa da ponte tra passato e presente, collegando eventi separati da circa un secolo e in apparenza molto diversi. Ma gli anni Novanta e gli anni Duemila non sono stati forse decenni pervasi da “prospettive miracolistiche” e da grandi aspettative? Con il crollo dell’URSS e la nascita dell’Unione Europea, in Occidente non si è diffusa l’idea di vivere in un mondo ormai unificato? L’epoca dei viaggi low cost, della moneta unica, della facile mobilità internazionale… E i progressi della tecnica, nel mondo di internet e delle comunicazioni, non hanno forse stravolto le abitudini e gli stili di vita dei cittadini, scavando nuovi canali subito solcati da fiumi e fiumi di notizie?
La Grande Recessione ha confermato la regola della periodicità delle crisi del capitalismo e le sue conseguenze sono state il nuovo slancio all’accumulazione della ricchezza in poche mani, l’impennata della disoccupazione e la scomparsa del ceto medio. Ebbene, la precarietà non ha contribuito a far germogliare nelle masse un elemento istintuale e un desiderio di protezione? La devastazione del tessuto sociale non ha provocato una generalizzata insicurezza e perdita di identità? Non ha incrinato gli equilibri di classe preesistenti, scatenando la costante ricerca di un nuovo nemico? E dinanzi al disincanto verso la grande illusione della globalizzazione, che ha arricchito i pochi e impoverito i più, non è scoppiata come necessaria conseguenza anche la protesta verso un modo tradizionale di fare politica?

Dopo la guerra c’è il suffragio universale e Gramsci dice [che] il ‘13 e il ‘19 sono due momenti di elezioni nuove nella storia italiana, elezioni “costituenti”. Però sono elezione costituenti senza un vero parlamento costituente. [Queste elezioni] segnano lo scacco del vecchio mondo liberale e, in particolar modo, umiliano la pretesa di Giolitti di governare, con le tattiche furbesche del trasformismo parlamentare, anche la nuova stagione delle masse. Cioè, secondo Gramsci, il liberalismo italiano è sconfitto in maniera irreversibile perché cerca di affrontare la società di massa con gli strumenti del vecchio liberalismo parlamentarista, del suffragio ristretto, quando votavano pochi e i parlamentari erano notabili. Nel Novecento, dice Gramsci, non è possibile riproporre le tecniche del trasformismo parlamentare come invece intendeva fare Giolitti, con il Patto Gentiloni e con il dialogo con Turati, cioè strategie furbesche di assorbimento dall’alto, […] miseramente travolte dagli eventi.

Se dopo la Guerra ci fu la crisi dello Stato liberale, una crisi istituzionale, di rappresentanza e politica, destinata a risolversi nel giro di pochi anni nel regime fascista, dopo la Depressione non iniziò la crisi della Seconda Repubblica italiana? In seguito alle elezioni politiche del 2013, con il crollo dello schema concettuale di alternanza tra centrodestra e centrosinistra che era stato in vigore per circa un ventennio, erano destinati a fallire tutti i tentativi di gestire dall’alto la nuova insofferenza e rabbia delle masse. D’altronde, come ricorda Prospero, “l’assenza di partiti di massa fa sì che masse e potere siano poli antagonistici” e pertanto i tatticismi di palazzo ed i trasformismi parlamentari, le “strategie furbesche” come il Patto del Nazareno tra PD e Berlusconi, le leggi elettorali su misura, la compravendita di parlamentari, unitamente alla vecchia consuetudine di promettere a destra e a manca scranni e candidature in cambio di fedeltà, contribuirono al rapido crollo del renzismo, inteso come ultimo baluardo a difesa di un sistema partitocratico di privilegi e potere ormai degenerato.

La seconda frattura che determina la rottura dell’ordinamento liberale, secondo Gramsci, è la frattura Nord-Sud, città-campagna. […]
Dal punto di vista analitico Gramsci è colui che ha scoperto la centralità della differenziazione territoriale come elemento cruciale nella interpretazione dei fenomeni politici. […] Nella crisi del sistema politico e della democrazia italiana, la frattura territoriale irrompe come elemento strategico. Del resto, la crisi della Prima Repubblica non è stata anzitutto una crisi di differenziazione territoriale? Non è stata la riemersione della “Questione Settentrionale” che inventa un nuovo partito e destruttura con le parole secessionistiche il richiamo allo Stato nazionale?

Da questo punto di vista, il 4 Dicembre e il 4 Marzo sono state le nostre elezioni “costituenti”. Basta una superficiale analisi del voto per vedere emergere prepotentemente l’aspetto territoriale, lo squarcio che racconta la realtà di due Italie molto diverse tra di loro. La Questione Meridionale affonda le radici nell’alba dello Stato liberale e nelle sue politiche di accentramento forzato, nell’incuranza delle classi dirigenti verso le differenti esigenze regionali, nella politica del doppio volto di giolittiana memoria e fu ampiamente analizzata da Gramsci nelle sue opere, tornando oggi ad acuirsi, mai così lontana quanto ora dall’essere risolta. E nuovamente si ripropone come elemento disgregatore. Le ultime elezioni politiche hanno sancito, dopo venti anni di ritardo, la rivolta di un Sud per troppi anni abbandonato al suo destino o al più utilizzato come mero serbatoio clientelare. Si tratta di un elemento su cui riflettere per valutare, sul lungo periodo, la tenuta della nostra democrazia.

Il cesarismo

Nel perimetro della società operano diverse classi sociali, secondo rapporti di forza che sono mutevoli nel tempo. Il loro avvicendarsi implica la modifica conseguente delle vigenti strutture politiche. In particolare, Gramsci constatò che quando due gruppi, A e B, si trovano in un conflitto irriducibile e nessuno riesce a prevalere sull’altro, vengono meno le forme e gli assetti che avevano fino a quel momento garantito il precedente sistema di dominio. Così l’ordinamento politico, ormai antiquato, non risulta più in grado di rappresentare adeguatamente la mutata realtà e potrebbe pertanto avviarsi verso un definitivo tramonto.
In un contesto di crisi di rappresentanza sono possibili diverse vie d’uscita, una delle quali è l’affermazione della figura del capo carismatico, di un individuo che apparentemente si eleva al di sopra delle parti, appianando le divergenze e le contraddizioni presenti nella società, col fine però di incastonarle in una nuova e più oppressiva forma di governo. È esattamente ciò che accadde in Italia durante il fascismo, fenomeno che Gramsci ebbe modo di vivere e di studiare sulla propria pelle nel modo più approfondito. Esso fu la forma cesaristica vincente che seguì alla crisi della democrazia liberale e che diede origine a un regime totalitario col suo linguaggio, la sua liturgia, le sue radici direttamente affondate in quell’elemento irrazionale che era emerso negli anni della guerra e cercava di giustificarsi in un ritorno al passato ed al mito. Il fascismo italiano è coinciso con la figura di Mussolini, il duce, colui che incarna l’ideale di uomo deciso, rapido, muscolare e sprezzante, grazie a cui è possibile sbloccare lo stallo ed ottenere il tanto agognato cambiamento.
Ed è proprio il richiamo verso il cambiamento il motivo costante della politica italiana contemporanea, cambiamento promesso e sventolato di continuo da Renzi, che in ogni occasione pubblica ci ricordava puntualmente che le sue riforme erano assolutamente necessarie e che ci avrebbero senza dubbio salvato dall’immobilismo e dalla “palude” degli ultimi anni. Lo stesso cambiamento che ora è percepito come condizione necessaria per ogni legittimazione politica, fino a assurgere addirittura a titolo auto-attribuito dell’attuale Governo.
Viviamo nell’era delle manie di protagonismo dei politici. Il leaderismo non è una novità dei nostri giorni e presenta due precisi presupposti: il primo è la ricerca di un contatto costante e diretto con le masse, senza l’intermediazione offerta da ruoli istituzionali e organismi d’informazione. Un fulgido esempio potrebbe essere quello di Matteo Salvini che si rivolge ai suoi elettori chiamandoli “amici” e condivide con loro le foto dei pasti. Renzi, dal canto suo, era solito “metterci la faccia”, partecipare in prima persona a varie iniziative lanciate tramite i social, cambiare travestimento per essere costantemente al centro dell’attenzione e per mostrarsi affine al suo uditorio in ogni occasione. Singolare è stata l’iniziale personalizzazione del referendum costituzionale, in cui è riscontrabile l’atteggiamento di un capo che richiede direttamente ai suoi sudditi una conferma di tipo plebiscitario, quindi un voto sulla figura e non sull’operato suo e dei suoi collaboratori.


Il secondo presupposto è invece l’incessante necessità di un nemico, per assumere spessore politico in dalla contrapposizione, di volta in volta, alle resistenze di qualcuno. Dagli ebrei nella propaganda nazista passiamo ai “gufi”, ai “professoroni”, ai “rosiconi”, ai sindacati, alle minoranze di partito o più in generale a “chi tifa contro l’Italia” di renziana memoria, quest’ultimo motto declinato anche da Salvini nel suo implacabile inveire contro “chi odia gli italiani” e fa l’interesse dei migranti. E come dimenticare l’ossessione di Berlusconi verso i giudici comunisti?
Insomma, da parte del capo carismatico, c’è un continuo “ricorso a strumenti emozionali”, per usare le parole di Prospero. Testimonianza di ciò sono l’introduzione e l’abuso delle categorie di amore e di odio, o peggio ancora di tradimento, che di fatto riconducono l’arte della politica a dinamiche interpersonali o persino famigliari.

Vediamo quindi come l’immensa opera di Gramsci dimostra la sua disarmante attualità allorché se ne utilizzano le categorie per analizzare la complessità dei nostri giorni. Viviamo in una democrazia certamente sminuita e degradata da atteggiamenti di leaderismo e da prassi politiche più che consolidate, che spesso esautorano il ruolo del parlamento. La domanda da porsi non è tanto su come salvarla, fatto che presuppone l’identificazione di un pericolo imminente e molto di comodo, ovvero del Salvini di turno, del “fascista” di turno, ma su come migliorarla e renderla più diffusa, più partecipata, in una parola, effettiva.
A tal fine bisogna tenere a mente dei consigli, alcuni ricavabili in modo esplicito dall’insegnamento di Gramsci.
Per prima cosa, sarebbe opportuno evitare di commettere l’errore di impiegare una razionalità astratta e distaccata alle condizioni materiali dell’Italia di oggi. Evitare cioè l’atteggiamento di chi si limita a “raccomandazioni edificanti che risultano del tutto incapaci di incidere”, richiami al buonsenso di Mattarelliana memoria, completamente scorrelati dalla realtà quotidiana delle masse popolari, perlopiù in una stagione che invece richiede una vera e propria palingenesi della politica.
Parimenti, è da evitare nella maniera più netta quel suprematismo morale a disprezzo del popolo, ampiamente utilizzato come collante per coalizioni da una certa “sinistra” totalmente passata dalla parte del capitale.
Occorre poi ricordare, come fa Prospero, che l’antipolitica e l’antipartitismo sono spesso e volentieri uno strumento delle classi dominanti per raggiungere il potere nei periodi di crisi istituzionale. L’analisi della Seconda Repubblica evidenzia che tali atteggiamenti provengono da parte di chi gestisce l’attività politica come mero interesse privatistico, ovvero come azienda che si fa partito, che sia grande (Forza Italia) o piccola (M5S).
È necessario distinguere il fascismo storico da tutte quelle tendenze politiche attuali che, pur presentando numerosi aspetti più o meno inquietanti e autoritari in comune con esso, costituiscono fenomeni differenti. È assolutamente da evitare quella pigrizia mentale che consiste nel rimuovere ogni diversità nella descrizione di movimenti politici a noi ostili e pertanto da accomunare tutti sotto la stessa comoda etichetta. Non possiamo ostinatamente rifiutarci di comprendere tutto ciò che è fuori dal nostro controllo.
Infine, compito dei comunisti è ribadire con forza l’importanza del Partito come rappresentante della classe lavoratrice, con il compito di formare una classe dirigente degna di questo nome e di analizzare con adeguati strumenti teorici la realtà circostante. Se i partiti politici rappresenteranno la classe dei lavoratori e ne porteranno in Parlamento le istanze di emancipazione, allora avranno assolto il proprio compito e la propria funzione storica positiva. Tutto il resto è puro conservatorismo.
Viviamo in un mondo che spesso confonde per la propria complessità. Dinanzi a esso si possono scegliere due strade: rassegnarsi al senso di smarrimento che ne consegue o cercare di comprenderlo e rivoluzionarlo. Nel secondo caso, ci troveremo in compagnia di un grande intellettuale e del tonante eco delle sue idee, che l’isolamento, il carcere, la sofferenza fisica e infine la morte, a più di ottant’anni di distanza, ancora non sono riusciti a zittire.