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Il Risorgimento secondo Marx ed Engels. Ieri ed oggi.

di Paolo La Scala, responsabile antimafia e antifascismo, PCI – Palermo
Presidente del collegio regionale di garanzia, PCI – Sicilia

Durante la loro produzione filosofica e politica, Karl Marx e Friedrich Engels non vedono l’Italia come una nazione in via di unificazione, bensì come “questione italiana”, trattando le lotte avvenute durante il Quarantotto a partire dagli avvenimenti insurrezionali occorsi in Sicilia nei primi giorni di gennaio. Nell’articolo di Engels La più recente prodezza della casa di Borbone, pubblicato sulla Gazzetta Renana il 1° giugno 1848, vediamo come, secondo il filosofo tedesco, già l’insurrezione del popolo siciliano costituisce una vera e propria rivoluzione. Infatti, “il torrente rivoluzionario […] non si lascia arginare da complotti o da colpi di stato assolutisti. Con la controrivoluzione del 15 maggio, Ferdinando di Borbone ha posto la prima pietra della Repubblica italiana.” “E se Ferdinando cadrà, – termina Engels – egli avrà almeno la soddisfazione di aver vissuto e di esser caduto da vero Borbone.” Una sentenza chiara e diretta di come può svilupparsi la questione italiana da poco incendiata con il Quarantotto.

Engels, in un articolo scritto il 28 marzo 1849, è più che sicuro che “La guerra in Italia è cominciata”, concordando quindi con l’analisi di Marx e già immaginando che Carlo Alberto, per fame di gloria personale, avrebbe rotto nel marzo successivo l’armistizio concluso con l’Austria il 9 agosto 1848, vedendo le truppe sabaude e austriache vicinissime allo scontro armato sul confine tra Piemonte e Lombardo-Veneto.

Perché, secondo Marx ed Engels, la guerra in Italia è già cominciata? Il primo evento rivoluzionario assoluto del 1848 accade a Palermo, il 12 gennaio, giorno del compleanno del re Ferdinando II delle Due Sicilie. Il popolo palermitano, comandato da una parte di nobili decaduti di rango ma dotati di intelletto e intelligenza politica, insorge per la prima volta col tricolore che abbiamo a tutt’oggi. Insorge l’intera isola: le rivolte siciliane portano con sé volontà radicali di riforma per la Sicilia da propagare a Napoli, a Roma, al resto d’Italia; ma la sanguinosa e violenta capitolazione di Messina, pesantemente bombardata su ordine di re Ferdinando II (nonostante abbia concesso uno statuto autonomo all’isola), reprime definitivamente l’insurrezione. Il secondo evento, che ha in sé una portata rivoluzionaria, è la concessione da parte di Carlo Alberto di Savoia dello Statuto Albertino: mossa astuta che accontenta, in un certo senso, i liberali piemontesi che per anni hanno chiesto al sovrano sabaudo di intervenire in materia di diritti civili e politici e sulla tutela degli intellettuali e degli artigiani. Il terzo evento fondamentale è la concessione dello statuto dello Stato della Chiesa da parte del pontefice Pio IX dopo la nomina alla segreteria di Stato del cardinale “liberale” Giacomo Antonelli.

Questi tre eventi occorsi nei primi mesi del 1848 hanno ciascuno una doppia valenza: da un lato, la concessione di statuti nazionali in cui viene promessa una più che giusta rappresentanza per quei popoli all’interno di appositi organi legislativi; dall’altra, abbiamo sovrani assolutisti che vengono erroneamente immaginati come costruttori progressisti e dall’alto di un’unità nazionale che procede verso il basso e “per il basso”. Il concetto, infatti, dell’unificazione nazionale “neoguelfa” fallisce in poco tempo: i sovrani sopra citati si rivelano tutt’altro che progressisti e unitari. Le aspirazioni del proletariato siciliano e piemontese sono, secondo un articolo di Marx scritto per il Daily Tribune di New York l’8 maggio 1853, “strumentalizzate in una guerra reazionaria per i bisogni dei reazionari, piuttosto che per una guerra proletaria per i bisogni dei proletari.” A questo punto, tocca ai francesi e agli austriaci intervenire militarmente per difendere il Lombardo-Veneto da Carlo Alberto di Savoia e il Soglio Pontificio dal “demoniaco” liberalismo.

Per gli autori del Manifesto, c’è un altro fronte molto simile a quello italiano, per istanze rivoluzionarie, per attori in scena, per capi della rivolta: l’Ungheria. Essi trovano molte analogie tra il nostro Giuseppe Mazzini e Lajos Kossuth, tra la volontà di indipendenza del popolo ungherese e quella del popolo italiano; ma una cosa è praticamente identica: la repressione del dominatore austriaco, perpetrata nello scacchiere italiano, principalmente nella parte settentrionale della penisola col beneplacito, a Sud, dei Borboni, i regnanti del Regno delle Due Sicilie.

Certo, Kossuth non combatte direttamente lo Stato Pontificio come hanno fatto lo stesso Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini nella straordinaria ed effimera esperienza della Repubblica Romana, ma combatte uno dei bracci armati del papa: l’esercito austriaco.

Marx, che scorse nell’insurrezione della Repubblica Romana un nuovo baluardo rivoluzionario (specialmente in funzione antipapista), ha fatto notare che l’insurrezione di Milano – le famose Cinque giornate – fu una specie di imposizione per Mazzini e soci, dettata da pulsioni politiche e rivoluzionarie incontrollabili: i mazziniani pensavano che gli eventi rivoluzionari milanesi fossero fuori dai loro piani, quindi un intralcio. Il già citato Saffi era comunque cosciente del fatto che “i proletari milanesi, abbandonati senza guida ai loro istinti, hanno conservato la fiducia nei destini della patria e, di fronte al dispotismo dei proconsoli austriaci e agli assassini legali dei tribunali militari, si sono preparati all’unanimità a far vendetta.” La situazione insurrezionale italiana confonde Mazzini non poco, ma Marx, in un articolo sul New York Post del novembre 1853, è più che ottimista: “è un grande progresso per il partito mazziniano l’essersi finalmente convinto che, persino nel caso di insurrezioni nazionali contro il dispotismo straniero, esistono quelle che si è soliti chiamare differenze di classe, e che nei moti rivoluzionari, ai giorni nostri, non è alle classi superiori che si deve guardare”. Quindi, in Marx ed Engels, nacque una seppur flebile speranza che Mazzini – verso il quale il loro giudizio fu sempre molto critico – potesse condurre uno slancio rivoluzionario in Italia: slancio rivoluzionario che però venne meno quando la spinta ideologica mazziniana si esaurì e quando invece Garibaldi si rese protagonista sì, di un’esperienza rivoluzionaria con mille camicie rosse nel meridione, ma in nome di quei Savoia che già con Carlo Alberto stavano agendo in maniera opportunistica.

Non possiamo quindi trascurare Garibaldi. Engels dava su di lui un giudizio favorevole: la spedizione dei Mille fu “una delle più stupefacenti imprese militari del nostro secolo, impresa che sembrerebbe quasi inconcepibile se non fosse per il prestigio che precede la marcia di un generale rivoluzionario trionfante” (K. Marx, F. Engels, Sul Risorgimento italiano, Editori Riuniti, Roma, 1979, p. 360). Più volte, registrando lo sbandamento delle truppe borboniche, Engels osservava che “il successo di Garibaldi prova che le truppe regie di Napoli sono tuttora terrorizzate dall’uomo che ha tenuto alta la bandiera della rivoluzione italiana in faccia ai battaglioni francesi, napoletani ed austriaci.” (ibid.) Ad un mese dall’incontro di Teano, però, gli articoli sulla situazione italiana scarseggiano: ciò è dovuto in parte anche ai fitti carteggi che Marx ed Engels hanno avuto in quel periodo, in cui manifestano il loro timore per l’esaurirsi della spinta militare che Garibaldi ha scatenato nel Sud e giudicano negativamente la suddivisione dei battaglioni su basi proto-regionalistiche, temendo infine l’intromissione della borghesia cavouriana, in quel momento egemone sulla scena politica nazionale in via di costruzione. Tre settimane prima della proclamazione dell’Unità d’Italia, il loro giudizio su Garibaldi è diventato sprezzante: “Quell’asino di Garibaldi si è reso ridicolo con la lettera sulla concordia ai Yankees!

Marx alludeva a una lettera in cui il generale aveva rifiutato la proposta del presidente Abraham Lincoln in persona di assumere un posto di comando nell’esercito nordista, all’inizio della guerra civile negli Stati Uniti. C’è da dire, inoltre, che Garibaldi si inquadrava politicamente in un socialismo di stampo utopistico, sansimoniano: e quasi sicuramente, la superficialità sansimoniana dimostrata da Garibaldi nel suo rifiuto a Lincoln influì nel giudizio di Marx.

Riassumendo: Marx ed Engels hanno seguito con grande entusiasmo la “questione italiana”; le rivoluzioni innescate prima da Palermo nel 1848 e poi nel resto d’Italia (vedi Milano, Napoli, Venezia e la Repubblica Romana) hanno fatto sperare più che in meglio nel quadro teorico di Marx ed Engels, che immaginavano l’unificazione dell’esercito dei proletari provenienti da tutta la nazione italiana, portatori più che sani della coscienza di essere classe combattente, e perciò rivoluzionaria.

All’innato genio organizzativo militare di Giuseppe Garibaldi si contrappone, però, il suo limite politico: il suo retroterra utopistico non lo porta ad unificare i vari eserciti proletari del sud, e la cosa è tanto più evidente quando si accorge che la sua spinta militare è in rapido esaurimento, ritrovandosi costretto dai Savoia a combattere per la monarchia sabauda, ora incarnata dal figlio di Carlo Alberto, Vittorio Emanuele II.

L’impresa dei Mille spianò la strada positiva all’unificazione territoriale italiana, ma sotto una monarchia che si è rivelata opportunista e repressiva sia nei confronti dei rivoluzionari piemontesi e mazziniani, sia nei confronti degli eserciti proletari e rivoluzionari del meridione. La casa reale sabauda condonò le malefatte della nobiltà e dall’alta borghesia meridionale e di quei latifondisti una volta collusi con i Borboni che divennero, all’indomani dell’Unità d’Italia, per convenienza e a giorni alterni, strenui difensori della reazione sabauda, o decisi sostenitori del brigantaggio.

Mazzini e Garibaldi hanno quindi fallito nella rigenerazione di forze politiche e rivoluzionarie, in cambio di una più amara e tacita obbedienza ai Savoia; questo atto, reinterpretato dalle più recenti vulgate pseudo-storiografiche, ha messo i due patrioti e rivoluzionari in  pessima luce, facendoli passare per traditori del Sud, per servi di casa Savoia… Mai, però, si avanza una critica nei confronti della nobiltà meridionale e dei latifondisti, baluardi conclamati delle più antiche organizzazioni criminali del sud Italia, che adesso si chiamano Cosa Nostra, ‘ndrangheta e Camorra. Da questa analisi storiografica si comprende come per i comunisti sia importante riscoprire l’attitudine e la vocazione marxista verso l’unità nazionale: lo stato di cose presente nel nostro Paese ci presenta le frustrazioni dei sardi, dei siciliani, dei meridionali e dei padani, stanchi di un’Italia che non funziona per colpa di Custoza, dei Savoia, di Garibaldi, di Mazzini. Frustrazioni che vanno analizzate e corrette su una via più giusta e perciò unitaria: l’Unità della nostra nazione, anche alla luce delle evoluzioni e delle involuzioni storiche avvenute in quasi centosessant’anni di Unità nazionale, deve insomma farsi erede delle realtà rivoluzionarie, proletarie della nostra storia, nascoste dal più abbietto negazionismo di oggi.

FONTI

  • K. Marx, F. Engels – Sul Risorgimento italiano. Ed. Riuniti, 1979
  • Antonio Gramsci – Quaderni dal carcere. Einaudi, 2014
  • G. Mazzini – Qualche parola sui siciliani. Arch. Risorgimento Torino