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In alto a sinistra: Due magliette rosse

di Giuseppe Provenzano, FGCI Palermo

Se, per un puro caso, doveste trovarvi ad aprire il mio guardaroba, trovereste una quantità enorme, quasi da stock di negozio, di magliette rosse.
Di varie taglie e gradazioni di rosso. E, nonostante cromaticamente il rosso non mi dispiaccia, vi assicuro che l’avere tutte queste magliette rosse è assolutamente casuale.
Eppure, per quanto spesso non sia l’abito a fare il monaco, ci sono momenti della storia nei quali la mise (o la cromaticità di questa) riesca a diventare fondamentale, iconica, sia in grado di valere più di mille proclami.
Accade poi che, soprattutto nel mondo dello sport, ci sia da sempre il gusto della provocazione: pensate ai toreri, che, prima di “matare” il toro, lo provocano con un mantello. Di che colore? Sì, esatto, rosso.
Nella nostra storia ci sono due toreri e, cosa strana, nessun toro. O meglio, il toro c’è, ma non è nell’arena. È seduto in tribuna e, come tutti i tori, alla vista del rosso si infuria.
L’arena di questa corrida sui generis è l’Estadio Nacional de Chile, a Santiago.
E la corrida non è una vera e propria corrida. Siamo nel dicembre del ’76 e quella che ho definito “corrida” è, in realtà, la finale della Coppa Davis di Tennis. Stop.

Interrompiamo le trasmissioni sportive, riprenderanno dopo.
I fatti di cronaca del tempo ci raccontano che il Cile, da circa tre anni, è “governato” da Augusto Pinochet che, in perfetta simbiosi con gli Stati Uniti, democratizzò il Paese, “sollevando dall’incarico” il presidente eletto Allende, nel primo 11 settembre “famoso” della storia. La presa di potere di Pinochet fa da preambolo all’Operazione Condor, ai voli della morte ed alle innumerevoli liste di desaparecidos che si allungano di giorno in giorno.
La squadra cilena si qualifica per la finale vincendo a tavolino contro i sovietici che, da loro sfidanti nelle semifinali, si rifiutarono di ospitarli, in aperta opposizione ai crimini perpetrati dal regime di Pinochet.
L’Italia arriva in finale dopo aver battuto l’Australia nel turno precedente.
Ed arriva in finale con tutti i favori del pronostico. D’altro canto si tratta di una squadra fortissima, con Pietrangeli capitano non giocatore, Zugarelli Bertolucci, Corrado Barazzutti e, soprattutto, Adriano Panatta, vera stella degli azzurri. Insomma, vincere la finale è poco più di una formalità.
Ma…
C’è un piccolo problema. Perché la finale si giocherà in Cile: è arcinoto quanto i dittatori tengano allo sport, e soprattutto alla sua funzione catartica, che gli permette di stornare l’attenzione dalle loro nefandezze e, quando va bene, ne accresce il prestigio nazionale.
Ecco, il ragionamento di Pinochet, sulla cui moralità si iniziava blandamente a dubitare, fu il seguente.
In Italia scoppia un accesissimo dibattito sull’eventualità o meno di non prendere parte alla finale.
Craxi chiede di non giocare, addirittura Modugno canta per il boicottaggio.
Andreotti, ovviamente, aspetta e non si espone.
Anzi, delega al Coni la decisione finale. Il Coni, a sua volta, gira la decisione alla Federazione.
La squadra azzurra, ovviamente, spinge per giocare.
Panatta viene bollato come fascista, lui abbastanza impermeabile già alle idee della destra liberale, figurarsi alle idee di quella estrema.
Insomma, l’ago della bilancia pende in favore del boicottaggio.
Ma…

Succede che il leader del Partito Comunista cileno, Luis Corvolàn, riesce, non si sa come, a mettersi in contatto con Berlinguer, facendogli notare come “regalare” la Coppa al Cile non giocando significherebbe avvantaggiare il regime che, come detto, nello sport crede molto.
Ecco, questo è il preciso momento in cui la storia cambia, piegandosi alle azioni dell’uomo.
Alea iacta est, il dado è tratto. È deciso, si va in Cile, l’Italia giocherà la finale.
E così, in un Estadio Nacional de Chile stipato fino all’inverosimile (seimila persone sugli spalti, più qualche altra centinaia di gente, fra desaparecidos e militari, negli spogliatoi), va in scena la finale di Coppa Davis.
Come da pronostico, l’Italia gioca sul velluto, e già dopo i primi due incontri del singolo, la Coppa è in cammino verso Roma.
Ma il match più importante della finale di Coppa Davis è il doppio. Tradizione vuole che il doppio faccia da “presentazione” fra le due squadre, con tanto di scambio di gagliardetti e decoubertainismi vari.
Poco prima dell’inizio del match, Adriano Panatta, quello “fascista”, convince Bertolucci, suo compagno di doppio, ad un piccolo strappo alla regola: non giocare con la classica maglia azzurra.
“Paolo, metti questa maglietta rossa.”
Bertolucci esita, teme possibili ritorsioni, ma alla fine si convince.
E così il doppio azzurro diventa doppio rosso.
In tribuna, Pinochet non fa nulla per nascondere il fastidio, il torero col suo rosso ha abbastanza innervosito il toro.
Panatta e Bertolucci, prima dell’ultimo set, a partita vinta e coppa conquistata, decidono di rimettere l’azzurro, solo perché il trionfo va celebrato con i nostri colori addosso.
Ma il cambio di maglia lo ricordano in pochi.
Quel giorno, all’Estadio Nacional de Chile, le due magliette del nostro doppio di tennis furono solo di un colore.

Rosso.