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L’Italia Svimezzata

di Gennaro Chiappinelli, Segreteria Nazionale FGCI

“E tu pure vorrai che tutto sia dimezzato e straziato a tua immagine, perché bellezza e sapienza e giustizia ci sono solo in ciò che è fatto a brani.” (“Il Visconte Dimezzato”, Italo Calvino)

Poche ore fa è stato pubblicato l’annuale rapporto dello Svimez che analizza la situazione economica e sociale del Mezzogiorno.

Già nell’introduzione si legge Il progetto europeo non ha mantenuto le sue ambiziose promesse di uno sviluppo armonioso ed equilibrato, di elevati livelli di occupazione e protezione sociale, di un elevato grado di convergenza e di solidarietà tra gli Stati membri.” Quello che per noi è lapalissiano, riceve conferme anche da altri enti di ricerca non proprio bolscevichi.

I dati più rilevanti, che già dilagano sul web, riguardano le minori previsioni di crescita rispetto al Nord (-0,2% al Sud; +0,3 al Nord) e l’ulteriore conferma della tendenza all’abbandono delle regioni meridionali quantificata in 2.015.000 residenti dal 2000, la metà sotto i 34 anni. Non è la prima volta che lo Svimez lancia l’allarme sullo spopolamento del Sud e sulla scarsità delle opportunità occupazionali rispetto alle regioni Settentrionali.

La crisi dell’economia Meridionale e Italiana non può quindi essere scissa dalle dinamiche riguardanti le politiche di sviluppo economiche proprie dell’Unione Europea.

Lo Svimez consiglia però anche delle soluzioni: il settore in crescita al Sud sarebbe quello relativo alla “bioeconomia”, basata sull’uso sostenibile di risorse naturali e la loro trasformazione in beni che comprende settori tradizionali come agricoltura e pesca ma anche  nuovi settori legati alle biotecnologie. Un settore che ben si coniuga con la crescente consapevolezza ambientale.

Ma non basta. Lo stesso Svimez consiglia: “Riattivare gli investimenti pubblici al Sud è il modo più produttivo, per l’economia e la società italiane, di valorizzare le interdipendenze tra le due aree del Paese.” A questa richiesta si aggiunge l’altro dato riguardo proprio la cogenza della clausola che imporrebbe di destinare al sud il 34% degli investimenti pubblici. Per restare al 2018, mancano al sud 3,5 milioni di investimenti.

Il giudizio sul reddito di cittadinanza rileva l’incapacità di quella misura di creare uno sviluppo reale, mentre ci si accontenta con arrendevole rassegnazione a fornire misure palliative prive delle caratteristiche necessarie al rilancio dello sviluppo del Meridione.

La questione meridionale si fa sempre più nazionale, dato che dallo sviluppo del Mezzogiorno potrebbe ricavare vantaggi anche la parte settentrionale della Penisola. Invece si continua a parlare di un’autonomia differenziata che per le caratteristiche che sta acquisendo non può che creare una frattura tra zone ricche e zone povere, cristallizzando una situazione di diseguaglianza che si ripercuote sull’intera economia nazionale. Il rapporto cade in un periodo infuocato, in contemporanea con le tristi vicende dell’Ilva di Taranto e con la devastante pendenza Whirlpool a Napoli.

A ciò si aggiunga la situazione di crisi degli atenei meridionali, che patiscono una cronica situazione di svantaggio rispetto a quelli settentrionali.

Intanto il Presidente del Consiglio Conte, pugliese, promette un piano di sviluppo per il sud entro la fine del 2019. Staremo a vedere. È chiaro che le richieste di intervento dello Svimez possono essere sintomatiche della necessità di un ritorno alla concezione realmente pubblica dell’economia per il rilancio del Paese. Rilancio che passa da una concezione estensiva degli investimenti pubblici destinati a creare benessere pubblico. Avversari di questa visione sono le politiche di austerità dell’Unione Europea e l’indolenza dei tanti Governi italiani che, per volontà o incapacità, non sono stati in grado e non sembrano tuttora in grado di salvare un pezzo di Paese, condannando nel lungo periodo anche l’altro.

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