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La Russia è Imperialista?

di Frunze

Contrariamente all’opinione comune, la Russia non è un Paese imperialista. Questa verità dovrebbe essere un dato evidente ed inopinabile, ma purtroppo non lo è. Anzi, persino organizzazioni comuniste si accodano
all’analisi liberale e pongono Russia (e Cina) sullo stesso piano della NATO. Questo breve articolo vuole quindi spiegare in poche parole cos’è l’imperialismo e perché dunque la Russia non ne fa parte.

Cos’è l’imperialismo


L’imperialismo è una fase molto avanzata dello sviluppo capitalistico, in cui le tendenze monopolistiche prevalgono sulla libera concorrenza e l’esportazione di capitali prevale sull’esportazione di merci.
Questa è la classica definizione di Lenin ed altri autori tra Ottocento e Novecento, quando l’imperialismo si manifestò in piena forza. Tale definizione fornisce tre elementi necessari per poter parlare di imperialismo (fase avanzata, tendenze monopolistiche, esportazione di capitale).
Andando per ordine, l’imperialismo di Lenin è una fase avanzata rispetto al capitalismo industriale del tempo di Marx, sia in senso cronologico (viene molto dopo) che a livello di organizzazione della produzione.
Il capitalismo industriale di Marx è infatti composto da moltissime aziende a bassa tecnologia in competizione tra loro per il profitto.
Questa competizione porta innovazione ed investimenti, ma comprime
i profitti perché tutti producono gli stessi prodotti con le stesse tecnologie e quindi la competizione si basa quasi esclusivamente sui prezzi. Per sfuggire a tale competizione, i capitalisti investono in macchinari che
aumentano la produttività del lavoro umano: cioè aumentano la composizione organica del capitale (il rapporto tra macchinari, brevetti e altri strumenti rispetto agli impiegati).
Questo comporta un avanzamento rispetto al precedente modo di produzione in termini di scala, tecnologia e organizzazione del
lavoro (da bottega a grande fabbrica). L’imperialismo è dunque una fase molto avanzata dello sviluppo capitalistico.
Per raggiungere questa nuova scala della produzione, i capitalisti cercano di ottenere monopoli; la nuova scala della produzione infatti comprime il tasso di profitto (profitto diviso capitale investito), mentre richiede sempre maggiori investimenti (per competere su scala ancora maggiore). Infatti, l’aumento della composizione organica del capitale fa calare il tasso di profitto, perché il capitale investito è cresciuto più velocemente dei profitti. Producendo su scala maggiore, i costi fissi si spalmano su maggiori prodotti ed il costo per singolo prodotto cala: ciascun singolo capitalista riduce quindi il prezzo dei suoi prodotti, sperando di prendere le quote di mercato altrui. Facendo tutti così però, il sistema s’inceppa e tutti restano con più investimenti e gli stessi profitti di prima.
Dunque, per aumentare i profitti, i vari capitalisti decidono di combinarsi, creando capitali ed aziende più grosse: ci saranno solo poche aziende in ciascun settore e si potranno creare cartelli oligopolistici. I capitalisti avranno così ottenuto due piccioni con una fava: prezzi più alti (nessun altro offre quei prodotti a prezzi più bassi) e meno investimenti (non serve farne per competere con altri). Ecco dunque, che le tendenze monopolistiche prevalgono sulla libera concorrenza.
I prezzi più alti ed i minori investimenti conducono all’esportazione di capitali. Infatti, coi prezzi più alti aumentano i profitti per la classe capitalistica, mentre coi minori investimenti (cioè minori spese per
mantenere la ditta in funzione in futuro) aumenta la quota dei profitti che rimane al capitalista per il suo godimento. A livello di sistema, tali profitti non trovano più uso all’interno del Paese, perché tutti fanno più
profitti e meno investimenti; quindi i profitti in eccesso di un capitalista non possono più essere prestati ad altri capitalisti che devono fare investimenti. Tuttavia, questi profitti vanno comunque reinvestiti: la regola
numero uno del capitalismo è infatti che i profitti vanno sempre reinvestiti per farne ancora di più.
Dunque, i capitalisti locali iniziano a prestare i propri soldi all’estero, anche finanziando i compratori dei propri prodotti.
In ogni caso però, l’esportazione di capitali prevale sull’esportazione di merci.
Infine, l’esportazione di capitali diventa ingerenza politica, economica ed anche militare nei Paesi esteri in cui si esporta il proprio capitale. Infatti, i capitalisti domestici spingono il proprio governo (espressione dei loro interessi di classe) a garantire il proprio capitale all’estero con vari strumenti, tra cui anche le cannoniere.

Così l’esportazione di capitali spinge verso la faccia più nota dell’imperialismo: per fare un esempio classico Inghilterra e Olanda colonizzarono rispettivamente India ed Indonesia per proteggere gli
investimenti di alcune grosse compagnie private.

La Russia non segue questo modello

Se si seguisse la definizione leninista, tanti dovrebbero rimangiarsi le loro parole circa una Russia imperialista.
In primo luogo, lo sviluppo capitalistico in Russia è molto arretrato perché la composizione organica del capitale è bassa: le imprese russe tendono ad usare molti lavoratori e poco capitale fisso.
La stessa produzione industriale è limitata, mentre l’economia è dominata da microimprese e lavoratori indipendenti nei servizi (negozianti, parrucchiere, tassisti). Il settore industriale ad alta composizione organica del capitale è composto da poche grandi aziende minerarie (Gazprom, Nornickel, Rusal, Alrosa) o dell’industria pesante (Uralmash, Kamaz, Rusatom), in larga parte controllate dallo Stato.
In secondo luogo, non c’è una tendenza monopolistica. L’economia russa è molto competitiva, nei settori che lo Stato lascia ai capitali privati (nuove tecnologie, manifattura, agricoltura su scala capitalistica).
Semmai, si può parlare di un tentativo negli anni Novanta di privatizzare lo Stato da parte di vari oligarchi, prendendo in blocco intere industrie. Quella fase è ora passata grazie a Putin e comunque si trattava più che altro di un saccheggio dei beni pubblici, senza veri disegni monopolistici.
In terzo luogo, non c’è l’esportazione di capitali. A livello sistemico, la Russia guadagna moltissimo con il gas ed il petrolio, ma tutti (o la stragrande maggioranza di) questi profitti vanno nelle casse dello Stato. Tolti questi, i capitalisti russi importano capitali dall’estero invece, tanto che moltissimi di loro andavano ad indebitarsi a Londra. L’unica esportazione di capitali degna di nota in Russia è la grande somma di conti
correnti che i ricchi russi tengono in Svizzera ed altrove per proteggerli dalle tasse e dalla legge. Tuttavia, gran parte di questi conti correnti sono poi ritrasferiti in Russia tramite Cipro od il Lussemburgo.
In conclusione, la Russia non presenta nessuna dei tre elementi della definizione leninista di imperialismo.

Una corretta applicazione del materialismo storico


La Russia attuale nasce dalle ceneri dell’Unione Sovietica, crollata sotto il peso dei nazionalismi russofobi.
Vari partiti comunisti europei semplificano tale crollo come una restaurazione del capitalismo, dimostrando una limitata dimestichezza col materialismo storico. Invece, seguendo Hegel e Marx, ad una antitesi non
può seguire nuovamente una tesi: cioè il capitalismo non poteva tornare in Russia nel 1991 come l’Ancient Regime non poteva tornare in Francia nel 1815. La Restaurazione borbonica in Francia dopo Napoleone non
riportò in vita i fasti di Versailles, ma diede vita ad una sintesi culminata nella Monarchia di Luglio: uno Stato con un Re Borbone, ma con un Parlamento liberale ed un carattere borghese direttamente eredi della
Rivoluzione Francese. Allo stesso modo, la Russia post-1991 è una creatura ibrida che sintetizza la sua storia.
In particolare, la Russia attuale ha un’élite politica che viene largamente dalla vecchia burocrazia (civile e militare) sovietica. Quella burocrazia era diventata una nuova classe sociale, la cui relazione coi mezzi di
produzione era tramite un controllo politico collettivo e la cui forma di capitale era il capitale politico. Al crollo dell’Unione Sovietica, quella burocrazia in parte si privatizzò alcune aziende, in parte ne conservò il
controllo politico pubblico ma per il proprio beneficio. A questa classe, autocosciente di sé come classe, appartengono prima di tutto i militari come Putin (detti “siloviki”), ma anche i vari amministratori pubblici di enti ed aziende statali. Questa classe non è dunque capitalista, ma permette l’operato di capitalisti in Russia (mantenendo il potere politico esclusivamente per sé).
Al contrario, questa nuova classe ha elaborato una visione di sé a partire dall’Unione Sovietica: come la burocrazia sovietica si vedeva a difesa dello Stato socialista, così la nuova classe russa si vede a difesa dell’idea di Russia. Chiaramente questa nuova classe ha una visione negativa del comunismo (che per loro significa il crollo della Russia nel 1991) e potrebbe evolvere verso il nazionalismo (non è detto perché tale classe è multietnica come la Russia), però non è anticomunista in quanto associa al comunismo certi momenti di gloria per la Russia (primo su tutti, la vittoria sul Nazifascismo). Al contrario, la nuova classe crede sinceramente nell’antifascismo (perché il Nazifascismo ha cercato di distruggere la Russia), nella lotta al terrorismo islamico (perché la principale minaccia all’unità territoriale russa negli anni ’90 fu il terrorismo islamico in Cecenia) e nell’antimperialismo (perché l’imperialismo ha più volte cercato di sottomettere la Russia). Proprio per questo, la nuova classe russa ha supportato convintamente e sinceramente l’intervento in Ucraina contro i Nazisti dell’Euromaidan ed in Siria contro il terrorismo islamico.
Inoltre, questa nuova classe adotta una visione delle relazioni internazionali basata sul realismo e sulla geopolitica, che sono fondamentalmente i pilastri del bilancio dei poteri tra grandi potenze il cui scopo principale in politica estera è la propria autodifesa e sicurezza (invece che l’aggressione imperialista).
Infatti, la nuova classe russa rigetta l’internazionalismo comunista, che a suo avviso ha indebolito la Russia per aiutare Paesi poi dimostratisi ingrati od inutili; in quest’ottica realista, molte iniziative russe (come il sostegno alla Lega) sono volte a garantirsi la propria sicurezza indebolendo le altre potenze rivali (in primis l’Unione Europea). La Russia della nuova classe putiniana non ha dunque mire espansioniste, ma cerca invece di garantirsi un cordone di sicurezza (ed una sfera d’influenza) perché vede le relazioni internazionali come un’eterna competizione dove il cane mangia un altro cane.

L’approccio dei comunisti


Avendo dimostrato e capito come la Russia non sia una potenza imperialista, bisogna capire come i comunisti debbano comportarsi. Ciò si può riassumere in due frasi.
Primo, bisogna smettere di demonizzare la Russia. Secondo, non bisogna idolatrarla.
La Russia è una grande potenza antifascista ed antimperialista, che però non è comunista, non esporta la rivoluzione e fondamentalmente si fa gli affari suoi. Ciò è estremamente chiaro negli affari interni russi, dove pochi riconoscerebbero nell’attuale Stato un carattere comunista e dove i grandi papaveri di Stato si fanno principalmente i loro interessi (personali e come classe). In politica estera invece, ci sono (ma non sempre) notevoli convergenze tra lo Stato russo ed i comunisti sui temi dell’antimperialismo e dell’antifascismo, come si vede in Siria, Ucraina, Venezuela e oltre. Bisogna dunque vedere caso per caso, aiutati e guidati da una corretta analisi marxista-leninista.