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Le Quattro giornate di Napoli, in memoria

di Salvatore Di Marzo, FGCI Napoli

A distanza di quasi ottant’anni continuiamo a riflettere sul significato della Resistenza, che scosse e indirizzò gli esiti della Seconda guerra mondiale; un’azione pubblica, una lotta, declinata nella sua radicale essenza: resistenza al fascismo e al nazismo, resistenza alla miseria, resistenza alla morte; una resistenza dell’identità, prima locale e poi nazionale, in
quanto è dall’unione di tante coscienze che se ne forma una più ampia.

Così è accaduto a Napoli in quelle fatidiche Quattro giornate, in cui l’insurrezione popolare assume il senso di una insurrezione di coscienza.

Dopo i terrificanti bombardamenti culminati il 17 luglio 1943, in cui tonnellate di ordigni ridussero a brandelli il tessuto urbano della città e ne dissestarono il sottosuolo; dopo i devastamenti e i roghi appiccati alla biblioteca e all’archivio della Società Reale dell’Università Federico II; e dopo l’atroce esecuzione “esemplare” dell’ignoto marinaio legato ai cancelli roventi dell’ateneo, a cui fu costretta ad assistere, pena la vita, la folla in lacrime, gli eventi che scaturirono il 27 settembre di quell’anno erano già annunciati, esempio di un tentativo di ricostruzione di una identità che subiva le prime fratture già negli anni ’20.

Il 21 aprile 1925, infatti, i quotidiani italiani pubblicavano il Manifesto degli intellettuali fascisti, che stravolgeva e piegava per i suoi fini gli ideali risorgimentali: «un imparaticcio scolaresco, nel quale in ogni punto si notano confusioni dottrinali e mal filati raziocini»; così lo definiva
prontamente Benedetto Croce il primo di maggio, festa dei Lavoratori, nel Manifesto degli intellettuali antifascisti: «Noi rivolgiamo gli occhi alle immagini degli uomini del Risorgimento, di coloro che per l’Italia patirono e morirono, e ci sembra di vederli offesi e turbati in volto alle parole che si pronunziano e agli atti che si compiono dai nostri italiani avversari, e gravi
ammonitori a noi perché teniamo salda in pugno la loro bandiera».

Una bandiera in cui immaginiamo ancora avvolto il corpicino di Gennarino Capuozzo. E, a distanza, ancora, di quasi ottant’anni, chi non si aspetterebbe di veder sanate le cicatrici di tante piaghe? Eppure i fascismi oggi hanno altre facce e altri nomi, e ci chiediamo come sia possibile dimenticare che i partigiani di tutta la nazione non avevano confini geografici e
ideologici.

Quello di quest’anno sarà un 25 aprile che sentiremo con particolare emozione vista l’emergenza sanitaria, eppure in Italia il credito di certe forme di giornalismo spicciolo ferisce ancora in quelle cicatrici non ancora sanate, e, ancora una volta, la coscienza napoletana non si crogiola nei primati: nessuna rivendicazione per la scoperta di una possibile cura contro il covid-19, così come allora Napoli non rivendicò alcun primato per la preventiva cacciata dell’occupazione nazista da parte dei suoi partigiani; solo la volontà di ricostruirsi e di ricostruire, senza dimenticare.

Lo scorso 25 dicembre passava a miglior vita il novantottenne Gaetano Di Paola, ultimo partigiano napoletano delle Quattro giornate; non chiedeva riconoscimenti, solo incentivava a «difendere sempre il valore della Resistenza, e a parlarne di più nelle scuole, a divulgarne lo spirito».

Rendere vivo e pulsante il significato di quelle esistenze stroncate su cui si poggia Napoli e l’Italia intera.

Una memoria ancora vivida anche in chi assisté, pur senza combattere attivamente, a quegli eventi per tutto il territorio campano. Rievochiamo, infine, un ricordo della fuga degli occupatori dalla città di Somma Vesuviana: fuggendo, e cedendo il passo per l’arrivo dell’invasione alleata, essi spararono ai muri e alle finestre che davano su un ramo del Casamale, centro storico della città, nel tentativo di perpetrare un’estrema carneficina prima della resa.

Oggi i segni dei proiettili su quelle mura dell’antico quartiere si possono ancora constatare, testimonianza concreta di quella identità comunitaria da trasmettere alle nuove generazioni.