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Lettera a mio figlio

Dal 9 marzo sembra che la vita si sia estinta. Girovagando per quelle vie che tanto ti erano familiari non c’è più nessuno, che per puro caso tutto intento nei suoi affari, percorre per un brevissimo momento il tuo stesso cammino.

Giri a zonzo cercando chi sa quale piccola speranza nascosta dietro l’angolo, ma realizzi in un brevissimo e terrificante momento di non poter alleviare alcun tuo pensiero nel sorriso indulgente di un estraneo. All’improvviso non esiste più un metro di paragone, nessuno con cui poterti paragonare e confrontare. Sei da solo, con te stesso.

In questi mesi in cui ho quasi dimenticato il suono della mia voce ti ho pensato spesso. Mi chiedo dove tu possa essere, cosa tu stia facendo, se tu abbia bisogno di me.
Ho pianto davvero tanto quando le nostre vite, che sembravano essere così indissolubilmente destinate a essere intersecate, si sono separate.

Ma sai, a volte, mi concedo il lusso di pensare che saresti fiero della Tua Mamma. Sono stata resiliente, risoluta e ho mantenuto la promessa che ti ho fatto. Ho stretto i denti e, a volte, anche la cinghia, ma sopratutto mi sono rimboccata le maniche: ho trovato un lavoretto dignitoso e ho lascato casa, la mia quiete quotidiana, i miei affetti e mi sono trasferita in una città a 100 000 km di distanza, ma con la migliore università d’Italia e ho anche smesso di fumare.  Sono una eccellente studentessa, una lavoratrice stimata e un’amica affidabile.

Visto, Tesoro, che La Mamma è stata brava e ha fatto tutto per bene e come si deve!?

In questo tempo in cui la civiltà si trova in cattività, costretta a guardare il rincorrersi del giorno e della notte confinata su di un balcone. In questo tempo in cui la speranza si è lasciata prendere dallo sconforto, La Mamma vive di una confortante vivida fantasia: averti qui adesso.
La tua Mamma passa ore ad immaginare che ti avrebbe  preparato i biscotti; quelli buoni con il cioccolato.

Ti avrebbe addormentato raccontandoti le favole e avreste dormito abbracciati. Ti sarebbe stata vicina nelle tue piccole lotte quotidiane, sarebbe stata orgogliosa di te quando avresti finalmente sconfitto la paura del buio, ma, sopratutto,  ti avrebbe insegnato ad essere un uomo integerrimo e di buon cuore.
Tra qualche settimana sarebbe stato il tuo compleanno e ti avrebbe preparato una squisita, ma genuina torta con le fragole.

Talvolta, invece, mi avvicino al frigo e quelle fragole, però, non ci sono e probabilmente non le avrei comprate da lì a breve. Perché, in realtà in quel frigo, non c’è neanche il latte con cui preparare la torta.

Dovrei andare a fare la spesa, anche perché francamente mi sono scocciata di mangiare spaghetti con il pomodoro da tre giorni. Purtroppo nella carta ci sono gli ultimi 80€: lo stipendio di febbraio non è ancora stato emesso, non si lavora da due mesi e il lockdown potrebbe protrarsi. Questa situazione mi provoca molto sconforto tanto da non avere voglia di fare nulla. Vorrei tanto sdraiarmi un po’ e godermi un po’ di riposo, invece le notti insonni mi tormentano con l’avvilente consapevolezza di non avere alternativa se non quella di starmene mansueta in attesa. In questi momenti avrei voglia di accoccolarmi nel lettone della mia mamma per farmi ricordare che le fenici risorgono dalle loro ceneri, ogni volta più belle e più forti di prima.

Purtroppo la mia mamma è lontana e sono molto preoccupata.

Sono convinta che se avessi conosciuto la tua nonna te ne saresti innamorato subito. Lei è una donna stimabile, che tanti anni fa, fu costretta a prendere una delle decisioni più strazianti della sua vita: me o la sua salute. La mia mamma scelse di proteggermi e tutelarmi ad ogni costo, anche al costo di non poter mai essere partecipe delle mie gioie e dei miei dolori. Ma questa è una storia a lieto fine e la nonna non solo riuscì a sentirsi chiamare mamma, ma vinse anche quel terribile male. Adesso la mia mamma è salva, ma è stata ferita dal grande male: è molto delicata e non gode di una salute di ferro, ma riesce ancora a farsi una grassa risata.

Quando penso a lei, che ha sfidato Dio vincendolo, mi vergogno di sentirmi così inutile e sconfitta dalla vita.

Mi sento in dovere di scusarmi perché non sono brava come lei, tutto nella mia vita è precario, la salute, il lavoro, gli affetti. Faccio grandi sforzi alzandomi ogni mattina con il solo obiettivo di portare a termine tutti i mie compiti e di farlo bene. Ma quando arriva la sera penso a come potrebbe essere domani e torna la voglia di accendermi una sigaretta. Ho molta paura perché tra poco mi sarò laureata, ma questo non sarà sufficiente a garantirmi un lavoro ben retribuito: parlo tre lingue e ho studiato per  18 anni della mia vita, ma il mercato mi dice che dovrò ancora fare un tirocinio di un anno e affrontare un ultimo (si spera) grande esame. Penso al fatto che per avere una buona istruzione mi sono dovuta allontanare da casa e che potrei trasferirmi ancora e ancora in cerca di un lavoro abbandonando i mie giovani affetti. Mi chiedo come potrò mettere mai radici, come potei mai avere affetti stabili se, a quasi 30 anni, non sono ancora in grado di garantirmi, se non con grandi sforzi, quattro mura.

In questi anni mi sono innamorata di un bel giovane, generoso, colto, astuto ed ambizioso. Siamo stati trascinati da un tenero amore, equilibrato e rasserenatore. Avremmo concretizzato insieme tanti dei nostri progetti se non fosse stato per “la vita”.  Sarebbe stata una favola se avessimo potuto prendere i nostri zaini e scappare lontano, da soli, in un luogo esotico e dal clima mite, lontano da ogni genere di problema. Purtroppo siamo anche figli di genitori in difficoltà e non abbiamo avuto il coraggio di rischiare tutto. Abbiamo deciso di rinunciare alla nostra felicità, di non andare troppo lontano da casa per poterci prendere cura dei nostri cari. Abbiamo deciso di accettare qualsiasi lavoro, anche il più ingrato e svilente,perché la verità è che sebbene il denaro non ti renda felice non puoi vivere a lungo senza. Le circostanze e i doveri, infine, ci hanno allontanati, forse, per sempre.

Con l’amarezza che mi torce l’addome, mi ritrovo nuovamente da sola con la stessa voglia di accendermi una sigaretta sperando che venga un tempo in cui non sarò costretta a rinunce per rincorrere l’indispensabile.

Sporadicamente mi scopro a pensare a tuo padre, mi chiedo se ti abbia dimenticato o se ancora ti tenga custodito in un angolo della sua memoria. Chissà se avrebbe mai imparato a cambiarti il pannolino, se avrebbe avuto abbastanza energia da rinunciare al suo sonno per cullarti la notte.

Se fossi stato con noi, forse, saremmo stati una famiglia e avremmo dormito abbracciati nel lettone. Mamma e Papà avrebbero cercato di essere più astuti della nereide Teti e tu avresti saputo chi era Achille.  Avresti avuto due genitori esemplari e amorevoli.

Due genitori che si sarebbero inventati di tutto per non farti gravare la noia, che avrebbero perso il sonno a programmare le spese del mese, che sarebbero stati pazienti e preparati per assisterti tra lezioni online e compiti. Non si sarebbero lasciati affliggere e sarebbero stati in grado di risollevare sempre la situazione.

Verosimilmente mi chiedo quanto, effettivamente, tutto questo sarebbe accaduto.

Dove avrei trovato la lucidità e il coraggio di affrontare la paura di perderti, se adesso che non sei con me e non posso più avere non ho voglia neanche di alzarmi dal divano?

Sono stanca di arrabbattarmi ogni giorno, di rinunciare e risparmiarmi nelle gioie. Stanca di ritrovarmi sempre con un pugno di sabbia nonostante ogni mio sforzo.

Non ho più la forza di amare quell’esistenza che mia madre ha tanto fortemente voluto per me.

A volte mi odio per aver rinunciato all’idea che le giornate possano essere leggere e felici, all’idea che ci possa sentire compiaciuti come Dio la domenica di riposo.

La verità, Tesoro mio, è che non avrei saputo prendimi cura di te perché ho un forte bisogno di qualcuno che si prenda cura di me. Non sarei stata capace di esserti di conforto perché ho ancora oggi bisogno che qualcuno mi aiuti a mettere ordine tra le mie emozioni. Sarei stata una madre talmente inaridita che sarei stata incapace di spiegarti la bellezza della penna di De André. Una madre senza nulla da trasmetterti, nessuna identità, solo l’inerzia dello andare avanti. E  tu, figlio mio, non saresti potuto mai diventare quell’uomo equilibrato, autoefficace e coscienzioso che avrei voluto crescere al mondo.

Non mi sarei mai perdonata di aver dannato anche te ad una vita miserabile e insignificabile per indennizzare il peccato di aver desiderato una domenica da Dio.

Infine, figlio mio,  perdonami di essermi servita di te per pacificare le contrastanti emozioni che albergano rumorosamente nella mia testa.

Soprattutto perdona l’egoismo di tua madre se inizio a pensare di essere riconoscente a te che hai deciso di non venire al mondo. Ti sono grata di avermi graziato la lettera scarlatta dell’aborto delegando la responsabilità a quel Dio a cui, senza altra alternativa, alla fine affidiamo la nostra anima.

Scusami se sono terrorizzata dall’idea che domani potremmo tornare come prima e se inizio a pensare che, forse, potrei anche non essere abbastanza per meritarmi di vedere realizzato il mio personale sogno di pace.

Ti prego di non essere deluso se mi accendo un’altra sigaretta, ma è l’unico antidoto che hanno saputo vendermi.