Home #NuovaGenerazione Non una commemorazione liturgica, ma valore nella prassi

Non una commemorazione liturgica, ma valore nella prassi

di Dipartimento Scuola e Università FGCI

Quando rivolgiamo lo sguardo agli eventi passati non guardiamo una diapositiva sulla quale soffermare gli occhi ma facciamo un lungo lavoro di ricerca, ci interroghiamo, approfondiamo, ci chiediamo cosa è accaduto, spieghiamo come sono interconnessi gli eventi. Azioni ricche di dinamicità che ci riportano alla Storia, fanno storia e aiutano nel contestualizzare eventi presenti, seppur differenti rispetto a quelli passati. Un esercizio che
ci vuol condurre alla fonte, alla verità sui fatti. Ci si guardi da chi vuol cancellare la memoria, dai tanti “guardiamo avanti” sentiti alla fine di ogni tragedia. Guardiamo avanti per non guardare a quello che è successo, per pensare a tutt’altro e non trovare risposte nel presente.

Da anni si cerca di sminuire la giornata del 25 Aprile e la storia della Resistenza che dall’armistizio di Cassibile ha portato a un vasto protagonismo delle masse le quali hanno abbracciato l’intero stivale. Un movimento di popolo censito dall’ANPI in circa 360000 tra combattenti, patrioti e soldati che si diedero alla macchia successivamente alla chiamata
alle armi sotto il regime fascista e non di rado si unirono alle bande partigiane. Più di 1000 brigate organizzate da Nord a Sud facevano capo ai Comitati di liberazione nazionale, più della meta di esse, 575, erano organizzate nelle Brigate Garibaldi, nelle quali avevano un ruolo predominante i comunisti.

Combattenti, patrioti che con la loro azione davano filo da torcere agli occupanti fascisti e nazisti nella guerriglia sui monti. A questi si affiancavano nei centri urbani i GAP, formati da nuclei di poche persone che operavano nei centri urbani, e i SAP che con le loro azioni svolgevano pratiche di sabotaggio nelle fabbriche.
La Resistenza è possibile guardarla da diversi punti di vista: secondo il capo delle SS a Roma, il Colonnello Comandante Dollmann, la capitale fu la città che tra tutte diede più filo da torcere ai nazisti. Stessa narrazione possiamo riscontrare nelle dichiarazioni durante il processo al Feldmaresciallo Kesserling, durante il quale questi affermò che era difficile mandare le truppe in licenza a Roma per farle riposare dopo le operazioni al fronte perché la città era diventata una polveriera pronta a esplodere da un momento all’altro.

Dal punto di vista degli alleati, per esempio, dopo l’attentato di Via Rasella, un elemento di spicco delle forze angloamericane in Italia come il generale Harold Alexander ci parla di “anomalia italiana”, ovvero dei civili che decisero sfidare e sbaragliare in pieno centro un plotone armato di nazisti. Lo stesso generale Clark del comando alleato nelle sue memorie esprime piena gratitudine alla Resistenza italiana, la quale dietro le linee nemiche aveva svolto un ruolo decisivo durante la guerra, rallentando le avanzate naziste e talvolta mettendo questi in ritirata: in alcune parte del Centro-Nord i tedeschi arrivarono ad impegnare fino a 7 divisioni per tenere a bada i partigiani.

Ci sarebbe poi inoltre da ricordare la storia dei partigiani sovietici in Italia, circa 5500, di cui 400 caddero in battaglia mentre 11, a guerra finita, furono insigniti delle medaglie d’oro, d’argento e di bronzo al valor militare. La maggior parte dei partigiani sovietici che presero parte al conflitto tra le fila della Resistenza nel nostro Paese erano stati deportati in Italia dai nazisti dopo un periodo trascorso nei lager delle regioni occupate dalla Wermacht.
Furono combattenti valorosi, i quali sfuggiti ai campi di prigionia italiani e alle divisioni tedesche si unirono alla Resistenza, accomunati dagli stessi valori di libertà e ben comprendendo i soprusi subiti dai nazisti sulla propria pelle e su quella dei loro nuovi commilitoni.

Ma la Resistenza è stata tale soprattutto grazie all’appoggio delle popolazioni locali che offrivano dimora ai partigiani, li nascondevano nelle loro cascine, donavano loro cibo, aiuti di ogni sorta e talvolta si offrivano come staffette per inviare i messaggi. Certo non mancarono i delatori tra la popolazione, ma la maggior parte di questa diede un enorme contributo alla lotta di liberazione partigiana. Non si può non citare poi inoltre il ruolo della Donna nella Resistenza: ci riallacciamo al documento sul tema di recente pubblicato dall’A.Do.C – Assemblea delle donne Comuniste per ricordare come spesso il contributo femminile alla lotta sia stato relegato
meramente ai ruoli comprimari di staffette, dimenticando di citare le loro azioni anche nei ruoli di indirizzo politico, nelle direzioni che assumevano negli scioperi e nella lotta col fucile in pugno: 35000 furono le combattenti partigiane.

Si potrebbero anche citare i tanti sportivi e calciatori di Serie A, B e C, professionisti e dilettanti che presero parte alla Resistenza, storie raccontate magistralmente da Edoardo Molinelli in “Cuori Partigiani”. Citandone giusto uno ricordiamo Michele Moretti, che a Dongo insieme al Comandante Valerio si rese protagonista della cattura di Mussolini. Ci
sono storie che hanno dell’incredibile, come quella dei partigiani spezzini che vinsero un Campionato di Serie A nel 44′ da membri della squadra del corpo nazionale dei Vigili del Fuoco, o la Lucchese di Erbstein che durante la sua trafila tra la Serie C e la Serie A annoverò tra le sue fila fino a 7 partigiani.

Come FGCI abbiamo voluto ricostruire, riscoprire tante storie della Resistenza nei nostri territori, storie di uomini e donne in carne e ossa vissuti vicino a noi. Perché parlare di “Resistenza” come un qualcosa di lontano spesso rischia di relegare tale esperienza al mito. Se non indagato, il fenomeno della lotta partigiana rischia di portarci ad una assuefazione passiva che seppur bella nella narrazione ci impedisce di trarne lezione. Far
riaffiorare le storie della Resistenza è di vitale necessità non solo per combattere il revisionismo storico che tende a sminuire questo fenomeno ma, soprattutto, per dare un valore nella prassi a questa lotta.

I valori costituzionali figli di questi avvenimenti oggi possono effettivamente divenire principi sostanziali se ci battiamo per una libertà che ci viene negata quotidianamente: la Sanità è un diritto sancito nella Costituzione, ma un diritto spesso negato a larghi strati della popolazione. E se ci fosse stato fino a qualche tempo fa ancora dubbio, oggi affrontando l’emergenza COVID-19 ne abbiamo piena contezza. La stessa partecipazione
negli organismi decisionali ci è oggi negata, così nei consigli di fabbrica o nelle riunioni dei docenti dove al massimo siamo relegati a un ruolo di mera rappresentanza. Lo stesso diritto allo studio in questo trentennio di controriforme dilaniato dai diktat della UE e del mercato diviene un ulteriore strumento di emarginazione sociale e divisione di classe.

Diciamo no a tutto questo. Facciamo vivere la Resistenza nell’azione di tutti i giorni.