Home #NuovaGenerazione Pio La Torre: un uomo che faceva paura a criminali e potenti.

Pio La Torre: un uomo che faceva paura a criminali e potenti.

di Amedeo Salice, Segretario FGCI Catania

“Non è vero che la Regione non serve per dare sbocchi positivi alle lotte. La Regione siciliana è stata svuotata, logorata, discreditata […] proprio perché essa rappresentava lo strumento di avvicinamento del potere statale alle masse popolari siciliane. Essa è stata trasformata in un centro di potere corrotto e mafioso, al servizio di ristrette clientele subordinate alla politica della grande borghesia industriale ed agraria.”

(Pio La Torre, da Rinascita, “Una Regione contestata”, n.5, 31 gennaio 1969, p.8)

Nella commemorazione del 37° anniversario della morte, in giorni in cui ancora tanto si parla di autonomia differenziata, apriamo questo articolo proprio con una citazione del compagno Pio La Torre sulla vera importanza delle cosiddette autonomie, dei distinguo regionali e dell’uso che di essi (non) se ne deve fare; tutto il contrario, insomma, del progetto portato avanti proprio in questi mesi da forze politiche che trarrebbero giovamento attraverso la realizzazione di esso soltanto a fini economici ed elettorali, causando altresì solamente un ulteriore frammentazione e assenza del potere centrale dal territorio locale e una ancor più ingiusta ripartizione delle risorse statali di cui tutti i governi regionali componenti il Paese dovrebbero beneficiare, “ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni”.

Il 30 aprile 1982, alla vigilia della Festa dei Lavoratori, furono uccisi a Palermo Pio La Torre, all’epoca segretario regionale del PCI, e Rosario Di Salvo, compagno che aveva l’incarico di tutelare la sicurezza del dirigente comunista. Si parlò sin da subito di delitto di mafia, di un agguato voluto da alcuni boss per vendicarsi dell’azione coraggiosa svolta da La Torre per introdurre nel nostro ordinamento giuridico il reato di associazione per delinquere di stampo mafioso (art.416 bis) e la confisca dei patrimoni accumulati dagli aderenti a Cosa Nostra. Anche se la mente che armò gli esecutori materiali del fatto era tutta politica.

Nato nel 1927, Pio La Torre si iscrisse al PCI nel 1945, aprendo presto una sezione nella sua borgata e un’altra in luogo vicino, cosa che diede molto fastidio alla mafia. La stalla della famiglia La Torre fu incendiata e Pio, giovane dirigente comunista, ebbe a causa di questo parecchi screzi con la famiglia, la quale gli impose di scegliere tra l’impegno politico e sindacale ed il quieto vivere.

E Pio scelse. Scelse il partito e la difesa dei più deboli. In quegli anni i sindacalisti e i dirigenti comunisti erano insultati e minacciati se osavano guidare le lotte dei braccianti e dei contadini per ottenere migliori condizioni di vita. Quando non si piegavano ai soprusi venivano uccisi dalla mafia del latifondo. Ma questo non intimorì minimamente La Torre, che si impegnò invece a fondo e ancor di più nella Lega dei braccianti prima, nella Federterra poi e infine nella CGIL.

Nel 1972 fu eletto alla Camera dei deputati, poi ebbe incarichi nella Direzione e nella Segreteria nazionale del PCI. Si trasferì allora a Roma e lasciò la Sicilia. Nel 1979 scoppiò una terribile guerra di mafia che, nel giro di tre anni, insanguinò Palermo. Caddero vittime della violenza dei corleonesi proprio in quel periodo uomini come Piersanti Mattarella, Cesare Terranova, Boris Giuliano e tanti altri uomini.

Fu così che La Torre, alla fine del 1981, dopo una grave battuta d’arresto del PCI nelle elezioni per il rinnovo dell’assemblea regionale, chiese al partito di tornare nella sua terra. Era molto preoccupato per ciò che accadeva in Sicilia: temeva infatti un’offensiva ancor più terribile dei poteri criminali, vedendo il forte intreccio tra il potere economico-finanziario di Sindona e quello delle grandi famiglie mafiose siciliane d’oltreoceano rinsaldarsi; e avendo ben chiaro il sistema di protezioni che il potere politico offriva ai vari clan. Non fu solo questa, però, la ragione che spinse l’allora segretario regionale del PCI al ritorno nella sua terra natia: La Torre si batté infatti anche, proprio in quegli anni, contro l’installazione dei missili statunitensi Cruise a Comiso, in provincia di Ragusa. Il governo italiano all’epoca aveva di fatto deciso, su pressione di quello USA, di trasformare l’ex aeroporto militare nella base di missili nucleari più grande d’Europa.

La Torre comprese che bisognava avversare con decisione questo disegno: intensificò allora i contatti con il mondo del pacifismo, con i cattolici, con tutta la vasta galassia che si opponeva alla politica degli armamenti. Il PCI lanciò allora una petizione per raccogliere un milione di firme e chiedere la sospensione dell’inizio dei lavori.

Intanto la mafia ed i poteri economici siciliani avevano fiutato che la base poteva rappresentare un’occasione per far degli affari ed avevano iniziato l’accaparramento dei terreni. I servizi segreti italiani, già da tempo sulle tracce di La Torre, una volta tornato questi in Sicilia intensificarono così i controlli, temendo gravi conseguenze a causa della sua lotta contro la mafia e contro i missili; ma anche perché sapevano che il dirigente comunista, dopo aver raccolto una notevole mole di informazioni da varie fonti riservate, aveva maturato la certezza (che lasciava spesso trasparire in discorsi, interviste e atti parlamentari) di un disegno torbido portato avanti da importanti settori delle classi dirigenti italiane, le quali agivano in piena sintonia con le centrali di intelligence americane, al fine anche di usare ancor di più il terrorismo mafioso come antidoto alle conquiste democratiche e per spostare a destra l’asse politico del Paese. La battaglia contro l’installazione dei missili a Comiso disturbò infatti non solo i servizi segreti e gli affari della mafia, ma anche i disegni di quelle forze politiche italiane e straniere che pretendevano il pieno allineamento dell’Italia alle scelte degli Stati Uniti d’America e delle NATO.

Tuttavia la “strategia della tensione” dei primi anni Settanta ed il golpismo nero e bianco si erano dimostrati, nonostante il clima di allarme e di preoccupazione creato tra gli italiani, strumenti non sufficienti a bloccare i processi di democratizzazione della società. Occorreva dunque assestare un colpo più forte e decisivo al PCI e a tutte le forze progressiste del paese. Decisa e voluta così da tutti, la morte di La Torre doveva rappresentare un monito per tutti coloro i quali manifestavano contro il governo, la mafia, i missili e per la pace. Quell’uomo andava eliminato. E così accadde.

La vera risposta all’antipolitica, al dominio dei mercati finanziari, all’arroganza del potere mafioso è costituita dall’esemplare militanza politica di uomini come Pio La Torre e Rosario Di Salvo, morti entrambi in una mattina assolata dell’aprile di 37 anni fa, in una stradina di Palermo, perché credevano che la Sicilia e l’Italia dovessero essere liberate per sempre dalla prepotenza della mafia imprenditrice, di una classe dirigente politica corrotta e dalle ingerenze statunitensi.

Perché credevano fermamente che le parole democrazia e comunismo non erano retaggi del passato, ma il futuro dell’umanità.