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Ricordare la Resistenza.

di FGCI Caserta

Tutta la storia della Resistenza è stata una lotta continua non soltanto contro i nemici esterni, ma anche contro le forze conservatrici che cercavano di influenzare gli stessi CLN e impedire lo sviluppo del moto
insurrezionale. La Resistenza fu la più possente lotta di popolo nella storia del nostro Paese, essa non appartiene a nessun partito, tutte le correnti democratiche e antifasciste vi hanno contribuito, ma non tutte le classi sociali e non tutti i partiti in egual misura.

Le forze conservatrici, anche se avevano i loro rappresentanti nei CLN, non avrebbero mai portato avanti la Resistenza.
La lotta per la libertà e l’indipendenza nazionale è cosa ben diversa se la ispirano e la dirigono gli uomini della borghesia, conservatori o liberali, com’è avvenuto durante il Risorgimento, oppure se la dirigono comunisti, socialisti, democratici di tendenza socialista come nel corso della guerra di liberazione nazionale. Nel nord la Resistenza si sviluppò nel cuore di grandi centri industriali. L’antifascismo, dati i rapporti di forza in queste regioni, ebbe non soltanto funzione importante, ma riuscì a prendere nelle sue mani la direzione dei CLN e lo stesso comando del CVL.

Ciò non avvenne senza urti; ma, malgrado i contrasti, le forze democratiche di sinistra (comunisti, socialisti, Partito d’Azione) riuscirono ad avere il sopravvento nelle questioni principali; riuscirono soprattutto a fare accettare e ad imporre l’insurrezione popolare, che le forze conservatrici, all’interno come all’esterno dei CLN, tentarono con tutti i mezzi di sabotare e fare fallire.
I rapporti di forza a Roma e nel sud erano del tutto diversi: tanto diversi che a Roma l’insurrezione non fu possibile. Le forze conservatrici vi si opposero ed ebbero il sopravvento.

Comunisti, socialisti, democratici di avanguardia non erano in condizione di fare da soli. Particolarmente nel sud, occupato dalle armate angloamericane (i cui obiettivi erano quelli di mantenere l’ordine conservando nello stesso tempo buoni rapporti con la popolazione; ripristinare un tessuto sociale affidabile e conforme ai loro interessi; stroncare le forze di sinistra prima di un loro troppo profondo radicamento sociale), la debolezza del movimento antifascista organizzato si fece sentire. I comitati di liberazione nazionale non erano riusciti ad affermarsi,
avevano scarse radici tra il popolo, e, dove esistevano, forti erano le influenze borghesi nel loro seno.

Le forze conservatrici trovarono nel meridione, la base per la loro riorganizzazione; e ciò ebbe il suo peso e le sue conseguenze sullo sviluppo degli avvenimenti futuri.

A maggior ragione acquistano lustro e gloria le imprese partigiane e antifasciste ambientate alle pendici del Vesuvio o nelle vicinanze delle ghiaiose sponde del Volturno, proprio per il contesto fortemente
compromesso in cui queste avvennero. Lo stesso Luigi Longo, il comandante Gallo nel suo “Un popolo alla macchia” afferma: “Dopo Napoli la parola d’ordine dell’insurrezione finale acquistò un senso e un valore e fu allora la direttiva di marcia per la parte più audace della Resistenza italiana”. Napoli non può che catalizzare la nostra ammirazione per la sua medaglia d’oro al valore militare dovuta alle gesta dei suoi partigiani e di
quelli che in quelle Quattro Giornate vi trovarono la morte liberando la città dall’invasore.

Ci sono però quelle storie partigiane che per difetto di ampiezza scenografica, non certo per epicità delle gesta vengono meno ricordate.
Pochi sanno che tra le città insignite della medaglia d’oro al valore militare, dal 1998, figura anche la nostra Bellona che durante gli anni delle barbarie nazi-fasciste fu accorpata alla limitrofa Vitulazio nel comune di Villa Volturno. È nella città in cui si fermò Annibale che il 7 ottobre del 1943, 54 persone furono trucidate in un eccidio nazi-fascista. Tutto iniziò il giorno prima quando una pattuglia composta da due soldati tedeschi, scavalcando il muro di cinta di un giardino, entrò in casa di un artigiano situata in via della Vittoria, oggi appunto “via 54 Martiri”, chiedendo ospitalità; ben presto però i due soldati mostrarono il loro volto arrogante e violento.

Uno dei cittadini bellonesi presenti cercò di convincere i militari alla ragione ma la situazione degenerò: uno dei soldati gli sparò un colpo di pistola colpendolo al collo, poco dopo il lancio di una bomba a mano colpì a morte uno dei due militari, mentre l’altro, ferito, fuggì ed informò il comando. All’alba del 7 ottobre ecco la rappresaglia: squadre di SS bloccarono le strade del paesino ed iniziarono il rastrellamento.

Vennero prese 200 persone (tra ragazzini, giovani, vecchi, lavoratori, studenti, professionisti, sacerdoti, militari) che vennero riunite in piazza Umberto I, per poi essere condotti nella vicina cappella di San Michele Arcangelo con la scusa di essere avviati ai lavori. Il primo gruppo di dieci
persone uscì dalla Cappella e, scortati da due nazisti, attraversò via Della Vittoria, raggiungendo la cava di tufo sita alla periferia a nord della Città, al confine tra Bellona e Vitulazio dove, dopo essere stati spinti sul ciglio, vennero uccisi dal plotone di esecuzione. I corpi furono scaraventati nella
cava profonda circa 25 metri, e coperti dal terreno fatto crollare con l’esplosione di bombe a mano.

Dopo la prima esecuzione, altri dieci seguirono la stessa sorte e così di seguito sino a raggiungere il numero di 54 vittime.
A circa 8 km da Bellona si erge la città di Capua. Se tutta Terra di Lavoro ha pagato un tragico tributo con oltre 500 morti combattendo, o trucidati dai tedeschi tra il settembre e l’ottobre 1943, Capua ha certamente pagato un pesantissimo tributo alla resistenza. Dopo il bombardamento del 9 settembre la popolazione capuana si raccolse in una tendopoli presso la Porta Tifatina. Proprio in quei tragici momenti, si costituì il Comitato di Liberazione, composto da uomini che operavano clandestinamente. Ma è anche doveroso dire che a Capua operavano gruppi antifascisti già prima
del suddetto Comitato. Tra i più attivi quello denominato “del Museo” proprio perché ospitato nei locali del museo Campano ed era composto tra gli altri dai comunisti Giovanni e Pompeo Rendina, e dagli operai socialisti del Pirotecnico Esercito di Capua. Altri gruppi facevano capo al notissimo
prof. Alberto Iannone (allontanato dall’insegnamento perché rifiutò la tessera del partito fascista) e a sua moglie Margherita Troili, nonché a Michele Semerarto (che fu il fondatore del giornale clandestino “Il proletario”).

Ancora sul tratto dell’Appia che va da Santa Maria a Capua c’è un gelso recintato che svetta a monito del sangue lì versato dal sedicenne Carlo Santagata, medaglia d’oro della Resistenza. Il giovane fu seviziato e barbaramente ucciso una volta che ebbe finito le munizioni con le quali mise a ferro e fuoco gli squadroni nazi-fascisti. Quest’ultimi scatenarono la reazione del giovane poiché violarono la sua integrità morale e la dignità rubandogli il pane e altri affetti personali.
La stessa Sparanise pianse 35 martiri barbaramente uccisi dai nazi-fascisti. Alla città fu riconosciuta la medaglia d’oro al valore civile.
Queste onorificenze non sono semplici premi da mettere in bacheche comunali ammuffite. La loro funzione non è statica. Esse devono essere intese e pensate soprattutto per il loro dinamismo. Sono di un metallo vivo. Vivo come i cuori pulsanti di chi combatté per il progresso, per il
rinnovamento sociale, per cacciare i nazi-fascisti, per conquistare l’indipendenza e la libertà del Paese. Tale programma deve essere ricercato nelle aspirazioni del popolo.

La Resistenza è vero, non fu lotta per la rivoluzione socialista, fu però lotta per la conquista delle libertà politiche, per gli operai, per i contadini, per i lavoratori, per le classi oppresse. È nel corso della Resistenza che la classe operaia, i lavoratori cominciano a partecipare in funzione dirigente alla vita dello Stato. Senza ministeri degli Esteri e senza diplomatici, la Resistenza inaugura una nuova diplomazia e una nuova politica estera. La strada del progresso e del rinnovamento sociale in Italia fu aperta dalla guerra di liberazione nazionale, dalla Resistenza. Per noi comunisti non è durata 18 mesi, ma vent’anni. Anche la nostra è una lunga marcia. La Resistenza cominciò quando gli operai delle fabbriche, i lavoratori nelle campagne, nel lontano 1921, difesero le Camere del lavoro, i circoli, le
Case del Popolo dall’assalto dello squadrismo, quando crearono la loro organizzazione d’avanguardia: il partito indipendente che sarebbe stato in grado di unirli, di guidarli nella lotta contro il fascismo, per la libertà, per il socialismo.
Ricordare la Resistenza non vuol dire richiamarsi al passato, alla setta, alla fazione; ma significa fare appello al presente, alla vita, ai combattenti di ieri e di oggi, ascoltare il comandamento dei nostri caduti.

Noi tutti, vogliamo essere non soltanto i depositari, ma i realizzatori dei loro ideali.