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Salvatore Novembre, martire del luglio ’60

di Amedeo Salice, Segretario FGCI Catania

“Chi era Salvatore Novembre? Era un ragazzo di Agira, il quale, già sposato a quell’età, non trovando lavoro nel suo paese, era venuto a Catania e aveva cominciato a lavorare alle dipendenze di un piccolo imprenditore, in uno dei frantoi delle Sciare Curia, a Nesima Inferiore, uno di quei frantoi che preparano la ghiaia per l’edilizia. Salvatore Novembre era un compagno, era iscritto alla sezione Pitrelli e quando cadde colpito dal piombo della polizia di Tambroni aveva in tasca la tessera del PCI.”1

Originario di Polizzi (PA), Salvatore Novembre nell’ultima fase della sua vita aveva vissuto ad Agira (EN), dove aveva incontrato Antonina Zimbile, allora sedicenne, sposandola poche settimane prima di quel maledetto 8 luglio. Operaio edile, proprio in quei giorni aveva trovato lavoro a Catania, ma non aveva fatto in tempo a richiamare la moglie. Un tragico epilogo per uno dei tanti casi di immigrazione che stavano mutando in maniera drastica il volto della Sicilia intera, dell’Italia tutta.

Ricordare oggi Salvatore Novembre non significa, per noi, preservare soltanto la memoria dell’uccisione di un lavoratore giovanissimo che perse la vita a causa della polizia di Scelba, senza avere alcuna colpa. Di mezzo c’è soprattutto la storia di Catania e dell’Italia di quegli anni, e il confronto con la storia attuale. Non sappiamo quanti giovani siciliani o catanesi conoscano oggi la storia di Salvatore Novembre. Temiamo pochi. Verità tremenda che avvalora quanto si dice da sempre sulla città, roccaforte del fascismo prima – tanto da accaparrarsi negli anni ’70 la definizione di città più “nera” d’Italia, con oltre il 20% dei voti al MSI – e della destra più becera e malsana poi, fino ai giorni nostri.

Sarebbe gravissimo dimenticare oggi quegli avvenimenti, in un’epoca in cui il fascismo si ripresenta in Italia – e nel mondo – nelle più svariate (e spesso velate) forme.

E noi, dal canto nostro, non possiamo tollerare il ritorno degli anni che furono i più bui per il nostro Paese, né permetterci di contribuire alla rimozione di quanto accadde sessanta anni fa.

Di una Italia che mutava violentemente. Di una terra, la Sicilia, martoriata dalla guerra, abbandonata a se stessa e in mano alla mafia. Di una città oltraggiata dalla Democrazia Cristiana più che dai bombardamenti di vent’anni prima. Di un lavoratore lasciato morire sul bordo d’un marciapiede.

Questa è la sua storia.


Dal 1955 la Repubblica Italiana attraversa anni di instabilità: cinque furono i governi che si alternarono in quel periodo. Il movimento operaio, forte della vittoriosa esperienza resistenziale, è in ascesa e rivendica i propri diritti. È allora che il Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi nomina come Presidente del Consiglio, dopo la disfatta anche del secondo governo Segni entrato in crisi con l’uscita dei liberali dalla maggioranza, il democristiano Ferdinando Tambroni. Nel marzo 1960 si insedia dunque un governo tecnico che ottiene ben presto la fiducia alle Camere, anche grazie all’appoggio dell’MSI di Michelini e Almirante. Degno continuatore delle politiche dei suoi predecessori, il Governo Tambroni ebbe sin da subito come obiettivo quello di mantenere le masse popolari italiane sotto il torchio dello sfruttamento padronale. Pertanto fu sin dapprincipio oggetto di pesanti contestazioni. Occorre precisare tuttavia come la protesta più agguerrita sfociò con maggiore rabbia nei mesi di maggio, giugno e luglio di quell’anno. Determinante fu la formazione di maggioranza del Governo Tambroni, i susseguenti “ordini” nei quali si invitava la polizia a sparare senza esitare e le scelte provocatorie del MSI sulla realizzazione di comizi in molte città italiane, spesso medaglie d’oro alla resistenza.

L’indignazione e la protesta che montarono da quel momento in avanti furono tali da toccare la penisola per intero. In quei mesi di scontri ce ne furono parecchi, i primi a Genova, città storicamente antifascista e medaglia d’oro alla resistenza, provocatoriamente scelta dal Movimento Sociale Italiano per convocare il suo congresso: era il 30 giugno 1960. Migliaia di operai e di studenti si riversano nelle strade, mentre il governo decise di applicare la “linea dura”: 11 furono i morti e centinaia i feriti.

L’Italia si accese. Seguirono a quegli scontri altri il 6 luglio a Roma, a Porta San Paolo, dove furono coinvolti anche dei deputati comunisti e socialisti. I lavoratori decisero allora di scendere in piazza in tutta Italia per protestare. La repressione assassina dello Stato culminò con decine di barbare uccisioni nei giorni del 4, 5, 7 e 8 di luglio, in occasione di scioperi generali e proteste. Il giorno dopo i fatti di Reggio Emilia in cui persero la vita cinque operai – tutti tesserati al PCI – la situazione divenne irreversibile: l’Italia fu attraversata da scioperi ovunque. Anche in Sicilia, dove inoltre si manifestava già da tempo per lavoro e diritti, la polizia sparò sui manifestanti. A 13 anni dalla strage di Portella delle Ginestra, in una condizione sociale ancora simile, si continuava a rispondere alle istanze popolari col piombo. Questa era la risposta a chi chiedeva pane e lavoro. In quei giorni la polizia si macchiò di orrendi crimini che non fanno per nulla onore alla storia della nostra Repubblica, colpendo cittadini a Palermo, Licata e Catania.

L’antifascismo era vivo più che mai ed incuteva paura da Nord a Sud.

Tuttavia l’elemento politico antifascista, caratteristico del luglio ’60, era meno presente in Sicilia rispetto al resto d’Italia.

A Licata, per esempio, città agricola con altissima disoccupazione, si protestava soprattutto per la mancata edificazione del polo industriale, poi spostato negli anni successivi a Porto Empedocle. Il 5 luglio la manifestazione venne caricata da polizia e carabinieri, fatti affluire in massa anche da altre località.

Durante il conflitto a fuoco che ne seguì all’interno della stazione – ove era presente anche il sindaco – la polizia sparò coi mitra, uccidendo Vincenzo Napoli, commerciante locale il quale stava proteggendo un bambino tenuto fermo a un muro e picchiato dai celerini. Non mancò di farsi sentire la reazione popolare: gli scontri proseguirono per tutta la giornata. Venne persino smantellato un ponte metallico sul fiume Salso per bloccare l’afflusso dei poliziotti in città, i quali riuscirono ad entrarvi solo a tarda notte,  rastrellando tutto il paese. Ventiquattro feriti – di cui cinque gravi –  tra i manifestanti.

A sostegno delle proteste scoppiate tre giorni prima a Licata, cresciute ulteriormente dopo i fatti di Reggio Emilia del giorno precedente, l’8 luglio anche Palermo si sollevò.

La Celere presidiava fin dalle prime ore del mattino il centro storico della città per dissuadere gli operai, i lavoratori, i disoccupati, i giovani, dal partecipare allo sciopero e al corteo guardato a vista da un imponente schieramento di polizia. Solita prassi della polizia, la quale caricò con caroselli di jeep e sparò sui manifestanti. Fu la goccia che fece traboccare il vaso: i manifestanti reagirono, dando inizio a una vera e propria battaglia tra Piazza Verdi e Piazza Politeama, difendendosi con pietre, bastoni e tutto quello che trovavano per strada, erigendo pure una barricata. La polizia spara, spara ancora. Il primo a cadere fu Giuseppe Malleo, operaio di 16 anni, colpito da una pallottola al torace in Via Celso: morirà in ospedale dopo giorni di agonia. In Via Spinuzza cade subito dopo, sotto i colpi di mitra, Andrea Gangitano (19 anni), operaio edile comunista e dirigente CGIL così come Francesco Vella (42 anni), mastro muratore e organizzatore delle leghe edili, colpito in Via Bari mentre cercava di soccorrere un compagno di 16 anni colpito da un lacrimogeno. Fu colpita a morte pure Rosa La Barbera, 53 anni, mentre stava cercando di chiudersi in casa, in via Rosolino Pilo. La battaglia per le strade durò per tutta la giornata, con centinaia di feriti – di cui 40 anche da colpi d’arma da fuoco – e 370 fermi: 71 arresti, 53 dei quali – in maggioranza operai – processati il 16 ottobre e condannati a pene dai 6 agli 8 anni.

Nel pomeriggio dello stesso giorno a Catania la mobilitazione delle sinistre per esprimere lo sdegno popolare per gli eccidi di Licata e Reggio Emilia. I lavoratori – tra questi anche Salvatore Novembre – decisero di scioperare, reclamando le dimissioni del Presidente del Consiglio Tambroni. Ma non solo.

Erano tanti, in quegli anni, i braccianti agricoli che fuggivano dalle campagne siciliane e dalla fame per recarsi in città, sperando di potersi guadagnare almeno lì un tozzo di pane ed un briciolo di libertà; e Catania nell’immaginario collettivo veniva vista ancora come la “Milano del Sud”. Ma non era così.

È vero che di lavoro, soprattutto in edilizia, ce n’era tanto: ma a quali condizioni? I mafiosi presidiavano i cantieri edili (e ciò veniva considerato come un fatto naturale), mentre le proteste per le pietose condizioni di lavoro venivano represse nel sangue dalle forze di polizia del Governo Tambroni.

A Catania la rivolta dei lavoratori edili – perlopiù ex braccianti fuggiti dalle compagne, pertanto spesso uniti e solidali nelle battaglie comuni – trovò nella CGIL il luogo politico ove potersi organizzare. In quei giorni, inoltre, in due fabbriche della zona industriale – la Siclea e la Sepca (l’attuale Imea Prefabbricati) – erano scattati 150 licenziamenti. Fu in quel clima che nella Catania di allora montò lo sciopero generale indetto dalla CGIL.

Salvatore Novembre era un operaio edile di una ventina d’anni appena, tesserato al PCI. Partecipava come tanti giovani a queste manifestazioni per rivendicare l’aumento dei salari. Rivendicazioni socio-economiche in una città che nel corso che negli anni ’50 era cresciuta a dismisura, per “merito” soprattutto di operazioni speculative colossali. La più celebre tra queste è, senza dubbio, quella del “risanamento” di San Berillo, da cui nacque l’attuale Corso Sicilia. Riteniamo non sia assolutamente casuale il fatto che la tragedia di cui andiamo a raccontare avvenne proprio lì, in Piazza Stesicoro, a pochi passi dai cantieri.

Il vero dramma del lavoro in quegli anni a Catania non era legato, dunque, alla disponibilità di posti: un impiego si trovava facilmente, ma con bassi salari per queste masse che provenivano dall’entroterra isolano. C’era scarsa tutela sindacale e, spesso, gli stessi membri della CGIL andavano nei cantieri a fare i picchetti, talvolta convincendo anche i presenti a scioperare. Probabilmente quel giorno per Salvatore Novembre era iniziato con il lavoro in cantiere ed era poi proseguito così, coinvolto quasi per caso in uno sciopero.

Il clima che si respirava nel capoluogo etneo l’8 luglio 1960 sembrava quello di una città volutamente svuotata sin dalle prime ore del pomeriggio, pronta da un momento all’altro alla guerriglia urbana. Ogni dipendente comunale veniva mandato a casa, i palazzi sgomberati, gli autobus interrotti sin dalle 14. I primi militanti e rappresentanti sindacali cominciarono ad affluire nel tardo pomeriggio, diretti alla Camera del Lavoro, dove cominciava un effettivo raggruppamento delle forze e un’attesa di indicazioni da parte dei dirigenti.

Il precipitar degli eventi da quel momento in avanti fu contrassegnato tutto da una escalation di violenza. Il racconto di quelle ore drammatiche nelle parole di Nicola Musumarra, all’epoca giovanissimo segretario delle sezioni del PCI “Ilio Barontini” e “Fratelli Cervi”:

“Intorno alle 18, dalla camera del lavoro partì una delegazione diretta in Prefettura guidata dal segretario provinciale della CGIL e deputato regionale, Salvatore Rindone, per affrontare le questioni sindacali più urgenti, in particolare le vertenze relative alla Siclea e alla Sepca che maggiormente avevano agitato le settimane precedenti. Quasi contemporaneamente un gruppo di militanti tra cui era presente il deputato regionale Di Bella, cominciò a confluire verso i «Quattro Canti» distribuendo volantini. Le forze dell’ordine avevano ricevuto dal questore l’ordine di sciogliere qualunque assembramento. Fu la scintilla. In via Etnea la giovane militante della FGCI Maria Lo Presti venne bloccata dalla polizia. Il deputato regionale Di Bella accorse in suo aiuto, ne scaturì un alterco e poi l’arresto di entrambi. Si scatenò la baraonda. Un gruppo di manifestanti proveniente da piazza Università si avvicinò alla scena mentre il commissario capo Quattrocchi ordinava la carica. Polizia e Carabinieri formarono due cordoni, uno in prossimità di via Collegiata, un altro nei pressi della Prefettura, chiudendo di fatto la via Etnea. Partì la carica e con questa una sassaiola in cui manifestanti e semplici passanti si confusero. Circa 4 mila dimostranti, studenti e lavoratori, figli della borghesia catanese e ragazzi dei quartieri più popolari e degradati, furono partecipi di una vera e propria esplosione di rabbia. Un maresciallo tirò fuori un mitragliatore, camionette e jeep partirono con i loro caroselli tagliando la folla, occupando i marciapiedi, mentre la gente in fuga si concentrava in piazza Manganelli per poi disperdersi lungo le strade interne. Una barricata venne eretta nei pressi della chiesa dei Minoriti, un centinaio di metri più a nord rispetto alla Prefettura, presto raggiunta dai lacrimogeni e dagli «spari in aria» della Celere. La folla ora proveniente da via Etnea e dalle viuzze del centro si rinserrò nei pressi di piazza Stesicoro, laddove i cantieri del costruendo corso Sicilia offrivano riparo e possibilità di difesa. Quella ferita urbanistica nel centro della città divenne il teatro di una battaglia furibonda.”2

Nella zona di Piazza Stesicoro si tentò di erigere una barricata. Le jeep si lanciarono allora sulla folla, a sirene spiegate e forte velocità. Gli agenti diedero inizio ad una furiosa sparatoria. La polizia, allora capitanata dal vicequestore Buttiglione, sparava ad altezza uomo. E sparò coi mitragliatori, coi fucili, con le pistole.

“Cominciarono i lanci di pietre e calcinacci e le forze dell’ordine spararono all’impazzata, in aria e ad altezza uomo. I proiettili tagliavano l’aria, colpendo i muri e i carretti di venditori di angurie lì appostati. I frutti fracassati dai colpi spargevano ovunque la polpa rossa, generando panico. Qualcuno notò addirittura un mortaio dei carabinieri in azione. In quegli attimi di confusione si vide la figura di un ragazzo accasciarsi di fronte al cinema Olimpia, troppo lontano dagli altri manifestanti per essere soccorso. Salvatore Novembre venne colpito alla gola, cadde riverso sul selciato e lì venne lasciato, nella «terra di nessuno», tra polizia e carabinieri.”3

Colpito a morte con armi da fuoco da alcuni agenti di polizia che, come si può ben notare dalle foto, fattolo loro “trofeo”, l’afferrarono come spazzatura e lo lasciarono marcire e sanguinare sul marciapiede di Via Etnea con uno stile da mattatoio abusivo, il corpo martoriato e sanguinante di Salvatore Novembre venne poi trascinato fino al centro della piazza, affinché fosse da ammonimento per i dimostranti.

La polizia impedì a chiunque, mitra alla mano, di portare soccorso al giovane il quale, a mano a mano che il sangue si riversava sul selciato, lentamente moriva.

Solo dopo circa 45 minuti sarà consentito ad alcuni cittadini di accompagnarlo – con una Fiat 500 di loro proprietà – in ospedale, dove arrivò ancora vivo. Ma troppo tardi per essere salvato.

“Alla fine della giornata il bilancio fu pesantissimo: un morto e un ferito grave – Giuseppe Cuscani colpito all’inguine sinistro ed entrato in coma – una cinquantina i ricoverati in ospedale tra dimostranti e polizia, 121 fermati, 44 arrestati e 70 denunciati a piede libero per i reati di adunata sediziosa, resistenza aggravata alla forza pubblica, oltraggio e lesioni aggravate. Di questi vennero rinviati a giudizio in 43, di cui 28 sottoposti a custodia cautelare, tra cui il deputato regionale Antonio di Bella incriminato per i reati di resistenza a pubblico ufficiale, adunata sediziosa aggravata e oltraggio aggravato.”4

Furono circa un migliaio i manifestanti che quel giorno, anche dopo i tafferugli di Piazza Stesicoro, proseguirono la guerriglia urbana contro le Forze dell’Ordine, con violenti disordini fino a tarda notte.

Le autorità imbastiranno successivamente sul Caso Novembre una macabra montatura, disponendo una perizia necroscopica al fine di “accertare, ove sia possibile, se il proiettile sia stato esploso dai manifestanti”.

Contro i responsabili dell’uccisione non si procedette mai, nemmeno per omissione di soccorso. Anzi, contro gli altri manifestanti feriti lo Stato procedette per adunata sediziosa, resistenza a pubblico ufficiale, lancio di oggetti contro le forze dell’ordine.

Stessa cosa avvenne nel resto d’Italia: nessun poliziotto fu mai identificato e punito.

Ad appena 15 anni dalla fine del secondo conflitto mondiale, le contraddizioni interne alla neonata Repubblica si svelarono in tutta la loro brutalità: la borghesia nazionale, gettata la maschera reazionaria che aveva tenuto durante il ventennio fascista e indossata quella “democratica”, continuava la sua opera di repressione a danno dei lavoratori e dei più deboli. Tanto durante il fascismo quanto nella nuova Repubblica i nemici e i perseguitati dei padroni rimasero sempre gli stessi.

I funerali di Salvatore Novembre diedero origine a una grande manifestazione di popolo a Catania il 13 luglio, a cui parteciparono decine di migliaia di persone. Il triste epilogo di mesi infuocati.

Sei giorni dopo il Governo Tambroni rassegnò le proprie dimissioni.


Ieri come oggi, sotto attacco rimangono sempre i diritti dei lavoratori e degli studenti, con la compressione dei salari e delle pensioni, il taglio dei diritti sociali e democratici come quello all’istruzione o alla salute, la disoccupazione di massa. Ricordiamo i martiri delle lotte operaie, i tanti compagni caduti combattendo. Facciamone il nostro esempio: costruiamo, nel loro nome, un’Italia migliore.


FONTI

1. Andrea Miccichè, Catania, luglio ’60, Roma, Ediesse, 2010, p. 65
2. Ivi, pp. 63-64
3. Ivi, p. 64
4. Ivi, p. 68