Home #NuovaGenerazione Silvia Romano: dal diritto di parola al “vale tutto”.

Silvia Romano: dal diritto di parola al “vale tutto”.

di Corrado Gallo, Segretario FGCI Emilia-Romagna

Siete mai stati rapiti da un gruppo terroristico di matrice jihadista e siete rimasti reclusi per diciotto mesi?

In base a questo è stato detto e scritto in questi giorni, sembrerebbe proprio che la maggior parte degli italiani abbiano sperimentato questa fantastica avventura, a metà tra il safari e la vacanza in un villaggio.

La liberazione di Silvia Romano ha evidenziato un problema strutturale nella gestione della comunicazione democratica di questo Paese; la confusione del diritto di parola con il “vale tutto”. Spesso siamo portati a pensare che il fatto di avere un’idea, un pensiero, un’opinione possa bastare da solo per poterlo esprimere, per poterlo addirittura sostenere e così tra una discussione sulla difesa a 4 o a 5, tra un consulto virologico col proprio “congiunto” e una laurea in Economia e Finanza presa a colpi dirette Instagram, capita che ci si ritrovi improvvisamente ad essere esperti di operazioni di estrazione, se non addirittura profiler esperti in rapimenti e i di tutti i traumi che ne seguono.

Abbiamo avuto modo di assistere a due tendenze, diverse nelle forma ma terribilmente uguali nella sostanza:

1) Da un lato la destra sempre più nazionalista e più becera che si domanda quanto ci sia costata la liberazione di una nostra connazionale, che si lancia in speculazioni su cosa avremmo potuto fare o meno con quel denaro. Si indigna e si batte il petto per la conversione della Romano all’Islam, di una “poveretta” che ha preso in parola il pessimo slogan “aiutiamoli a casa loro”, quando non si preoccupa di fare cose ben peggiori: speculare sulla sessualità di una ragazza che, ricordiamo, è stata rapita, criticare le scelte intime e personali prese durante la prigionia, schizzare bava dalla bocca adducendo ad un matrimonio e ad una gravidanza mai confermate ed infine smentite;
2) Dall’altro la”sinistra” paternalista e liberale, quella che non riuscendo a spiegare tutto si improvvisa esperta di Sindrome di Stoccolma, la stessa che essa prova nei confronti del Capitale.
Facendosi forza della sua presunta superiorità morale ed ideologica, arranca nel rispondere alle destre, tirando fuori dal cilindro la classica scusa degli “analfabeti funzionali”, del popoletto stupido ed ignorante che non capisce per scelta perché fisiologicamente più stupido.

Entrambe queste tendenze dimostrano il punto più basso cui potesse rendere la nostra Democrazia.
Entrambe partono dal presupposto che Silvia Romano non sia più una persona, ma un emblema, un agnello da macellare sull’altare del becero chiacchiericcio da bar che è oggi la politica in questo paese.

Si è perso il punto della questione: un Paese degno di questo nome non abbandona i suoi cittadini nelle mani dei terroristi.
Avremmo preferito un nuovo caso Regeni?
Bugie, depistamenti, una bara tricolore vuota e poche parole di scuse e dolore per la famiglia?
Il fatto insindacabile è uno e uno solo: Silvia Romano poteva tornare o morire. Tornare con un Hijab e un nuovo nome oppure in un sacco da cadavere.

Spetterà ora alla magistratura, agli esperti, a chi svolge le indagini capire i “perché” e i “come”, fornire una spiegazione dell’accaduto, una spiegazione che, però, non ci appartiene e non è nostra, come non lo è Silvia e non lo sono la sua esperienza e le sue scelte.

Potevamo perdere una cittadina, per fortuna, però, abbiamo solo perso un’occasione per stare zitti, per festeggiare, per tenere per noi stessi il nostro lato peggiore e ricordarci che il diritto di espressione non è il diritto di tutti di dire tutto quanto.